Le Troiane
Risale al 415. È la guerra vista con l’occhio degli sconfitti: scritta all’indomani del massacro di Milo del 416 rappresenta il tentativo di chiedere la pace da parte di Euripide alla vigilia della spedizione siciliana.
Egli comincia là dove Omero finisce: dopo la caduta di Troia, subito dopo le vicende narrate nell’Ecuba. I Troiani giacciono morti non sepolti dopo l’immane carneficina, le loro donne folli di dolore scen¬dono dalle rovine della città e si concedono ai vincitori.
Tipico esempio di tragedia euripidea composta da un insieme di atti unici. La prima scena vede come protagonista Cassandra che diventerà la concubina di Agamennone. La seconda scena verte su Andromaca cui viene strappato e ucciso il figlio Astianatte. La terza scena metteva prima a confronto Elena con Menelao per poi incentrarsi sul contrasto tra Elena e Ecuba. La tragedia si concludeva infine con un esodo, di per sé indipendente ma legato tematicamente con le tre scene precedenti, in cui ad Ecuba vengono affidate le spoglie di Astianatte al fine di dargli degna sepoltura seguiva quindi l’incendio della città e la processione delle prigioniere condotte alle navi dei Greci.
- PERSONAGGI:
- Poseidone
- Atena
- Ecuba
- Taltibio
- Cassandra
- Andromaca
- Menelao
- Elena
- CORO di prigioniere Troiane
- La scena rappresenta il campo dei Greci dinanzi a Troia. In fondo alcune tende, dove son chiuse le prigioniere troiane. Davanti ad una di queste, Ecuba giace al suolo. In fondo, fumano le rovine di Troia. Albeggia.
- Appare improvvisamente, invisibile per Ecuba, il Dio Poseidone
- Poseidone:
- Qui giunsi dell'Egeo dai salsi bàratri,
- dove, danzando, le Nereidi volgono
- il bellissimo piede: io son Poseidone.
- Poiché, da quando Febo ed io le pietre
- levammo a fil di squadra, onde le torri
- sursero, in questo suolo, a Troia intorno,
- mai dal cuor mio l'amor non fu bandito
- per la città dei Frigi. Essa conversa
- in fumo è adesso: ché le argive cuspidi
- l'hanno distrutta e saccheggiata. Epèo
- di Parnasso, il focese, costruí,
- per consiglio d'Atena, un gran cavallo,
- pieno i fianchi d'armati, e lo sospinse,
- simulacro funesto, entro le torri.
- Da le genti venture, esso cavallo
- sarà detto di legno: ché di lancie
- legno chiudea nei fianchi. I boschi sacri
- fatti or deserti, e i templi dei Celesti
- corron di sangue: dall'altar di Giove
- protettor della casa, procombé
- sopra i gradini spento Priamo; e l'oro
- e le spoglie dei Frigi a gran dovizia
- mandan gli Achivi alle lor navi, e attendono
- da poppa il vento, sí che veder possano,
- dopo che dieci volte i campi furono
- già seminati, le lor mogli e i pargoli,
- gli Elleni che contro Ilio in guerra mossero.
- Ora io, poiché m'han vinto, Era, la diva
- d'Argo, ed Atena, ch'àn distrutti i Frigi,
- Ilio illustre ed i miei templi abbandono:
- ché quando incombe sopra una città
- solitudine trista, il culto langue
- dei Numi, onore aver piú non potrebbero.
- Echeggia lo Scamandro pei fitti ululi
- delle captive, designate a sorte
- ai vincitori: agli Arcadi ed ai Tessali
- queste, quell'altre ai príncipi d'Atene,
- figliuoli di Teseo. Quelle Troiane
- per cui la sorte non fu tratta, sotto
- a queste tende, riserbate ai príncipi
- dell'esercito stanno; e la Tindàride
- Elena, la spartana, è insiem con esse:
- captiva, a dritto, è giudicata anch'essa.
- E se qualcuno vuol mirar la misera
- Ecuba, è questa, a questa soglia innanzi,
- che assai lagrime versa, e n'ha ben donde:
- ché la sua figlia Polissena è morta
- miseramente, tristamente, sopra
- il tumulo d'Achille: è morto Priamo,
- son morti i figli, e Cassandra, la vergine,
- cui spinse Apollo a delirare oracoli,
- ogni pietà dei Numi, ogni rispetto
- posto in oblio, la vuole ora Agamennone
- sposa furtiva del suo letto. Addio,
- città che fosti un dí felice, addio,
- bella cerchia di torri. Ove odiata
- Pallade non ti avesse, ancor saresti.
- Appare Atena
- Atena:
- Esser può che al consanguineo piú
- prossimo al padre mio, possente Demone,
- e fra i Numi d'onor segno, deposta
- l'inimicizia antica, ora io favelli?
- Poseidone:
- Certo, Atena. Parlar coi consanguinei
- non piccola lusinga è per i cuori.
- Atena:
- Approvo l'umor tuo mite, e parole
- favellerò ch'entrambi c'interessano.
- Poseidone:
- Forse da parte degli Dei? Consiglio
- nuovo di Giove, o di qual mai fra i Dèmoni?
- Atena:
- No, ma per Troia ove ora siamo; e chiedo
- il tuo potere aver col mio concorde.
- Poseidone:
- L'odio antico deposto, or tu commiseri
- Troia, poi ch'essa fu conversa in cenere?
- Atena:
- A ciò ch'io dico prima torna: vuoi
- meco partecipar disegni ed opere?
- Poseidone:
- Certo: ma prima il pensier tuo conoscere
- vorrei: gli Achei riguarda, oppure i Frigi?
- Atena:
- Lieti i Troiani, già nemici, rendere
- bramo, e agli Achei ritorno amaro infliggere.
- Poseidone:
- Dall'uno all'altro umor passi cosí,
- e mesci, troppo a caso, odio ed amore?
- Atena:
- Non sai che me, che offeso hanno il mio tempio?
- Poseidone:
- Lo so: rapí Cassandra Aiace a forza.
- Atena:
- Né dagli Achei patí pena o rimprovero.
- Poseidone:
- Pure, col tuo soccorso Ilio distrussero.
- Atena:
- Dunque, oprare con te voglio ai lor danni.
- Poseidone:
- E che vuoi far? Per conto mio son pronto.
- Atena:
- Duro voglio un ritorno ad essi infliggere.
- Poseidone:
- Sul continente, oppur sui salsi flutti?
- Atena:
- Come da Troia vêr la patria salpino.
- Pioggia su loro e interminabil grandine
- invierà Giove dall'Etra, e raffiche
- caliginose, e il fuoco a me del fulmine
- darà, mi disse, ch'io percòta e avvampi
- le navi degli Achei. Tu, per tua parte,
- fa sí che il passo dell'Egeo rimbombi
- di smisurati cavalloni, e vortici
- di salsedine; e colma di cadaveri
- gli anfratti dell'Eubèa, sí che gli Achivi
- a rispettare d'ora innanzi apprendano
- i miei sacrari, a onorar tutti i Superi.
- Poseidone:
- Sarà cosí: non vuol troppi discorsi
- tale favore: i flutti dell'Egeo
- sconvolgerò: le spiagge di Micene,
- i Deli scogli a fior dell'onde, e Sciro
- e di Caferia i promontori, e Lemno,
- di cadaveri molti avran le salme.
- Or tu l'Olimpo ascendi, assumi il folgore
- dalle man' di tuo padre, e aspetta il punto
- che lieta salperà l'argiva flotta.
- Atena lascia la scena
- O stolto l'uom che la città distrugge,
- e templi lascia in abbandono, e tombe
- ai morti sacre; ei segna la sua pèrdita.
- Poseidone parte
- Ecuba si scuote e lentamente si solleva
- Ecuba:
- Su via, misera, il capo dal suolo,
- la cervice solleva. Non c'è
- piú Troia, non sono regina
- piú di Troia. Se il Demone muta
- la sorte, rasségnati. Naviga
- secondo la rotta, secondo
- la sorte: non volgere contro
- corrente la prora di vita:
- ai flutti del caso abbandónati.
- Ahimè, ahimè!
- Qual mi manca motivo di piangere,
- me tapina? La patria ho perduta,
- i figli, lo sposo. O degli avoli
- supremo fastigio magnifico,
- tu dunque eri nulla!
- Che devo tacere? Che devo
- non tacere? Che piangere? Oh misera,
- o angosciosa postura in cui giacciono
- le mie povere membra, su questo
- duro letto, prostrata sul dorso.
- O mio capo, o mie tempie, o miei fianchi,
- quale brama avrei pur di girarmi
- d'intorno al mio dorso, d'intorno alle vertebre
- verso entrambe le costole, ai gemiti
- e al pianto infrenabili.
- Rimane la Musa ai tapini,
- nei cordogli che vietan le vittime.
- Si leva. La sua lamentela assume le modulazioni del canto
- Strofe
- Prue delle rapide navi,
- che verso Ilio sacra il remeggio
- traverso il purpureo pelago
- e i comodi porti dell'Ellade
- volgendo, con voci soavi
- di sampogne, e peani di flauti
- odiosi, apprendeste d'egizio
- magisterio le compagini,
- ahimè, nella rada di Troia,
- per riprender la moglie esecrabile
- di Menelao, la macchia
- di Càstore, l'infamia
- dell'Eurota, che a Priamo, germine
- di cinquanta figliuoli die' morte,
- e me, questa Ecuba misera,
- sospinse a misera morte.
- Antistrofe
- Ahi, dove giaccio! Alla tenda
- d'Agamennone presso, e, da vecchia
- schiava son tratta lungi alla patria.
- E a lutto recise ho le chiome,
- disfatta la fronte, ed orrenda.
- Dei Troiani maestri di cuspidi
- o voi, misere spose, e voi, vergini
- che non saprete connubio,
- arde Ilio, si levino gemiti.
- Come lancia la madre agli aligeri
- l'appello, io lancio un cantico,
- da quello assai dissimile
- che, poggiata allo scettro di Priamo,
- intonavo, guidando coi miei
- piedi sicuri, le frigie
- danze, ad onor degli Dei.
- Dalle tende del fondo escono le donne che formano il primo semicoro, e si avvicinano ad Ecuba
- Corifea A:
- Strofe prima
- Ecuba, che piangi e ti lagni?
- Che nuove son giunte? I tuoi gemiti
- udii penetrar nella tenda;
- e invase terrore le donne
- troiane, ch'ivi entro
- lamentano il duro servaggio.
- Ecuba:
- Degli Achei nelle navi, o figliuole,
- le mani già scuotono i remi.
- Corifea A:
- E perché, me tapina? Oltre il mare
- mi voglion strappare alla patria?
- Ecuba:
- Non lo so; ma presento sciagure.
- Corifea A:
- Ahi ahi!
- Sciagurate Troiane, apprestatevi
- ad uscire ad udire sciagure:
- a partire s'affrettan gli Achivi.
- Ecuba:
- Ahi ahi!
- Deh, fate che qui
- Cassandra non esca, che infuria
- delira, e ludibrio
- non sia, per gli Argivi,
- e cruccio sui crucci per me.
- Ahimè!
- Troia, misera Troia, distrutta
- tu sei: tristi quei che si persero
- i vivi, e i già spenti.
- Dalle tende escono le donne che formano il secondo semicoro
- Corifea B:
- Antistrofe prima
- Ahimè! D'Agamennone lascio
- le tende, o regina, tremando,
- per udirti. Gli Argivi decisero
- d'uccidermi, misera, oppure
- già chini sui bordi,
- al remeggio s'apprestano i nauti?
- Ecuba:
- Da l'aurora, o figliuole, con l'anima
- percossa d'orrore, qui venni.
- Corifea B:
- Giunto è forse dei Danai un araldo?
- Di chi, trista me, sono schiava?
- Ecuba:
- Sarà presto decisa tua sorte.
- Corifea B:
- Ahi ahi!
- Quale d'Argo signore o di Ftia,
- quale mai, me tapina, in un'isola
- m'addurrà schiava, lungi da Troia?
- Ecuba:
- Ahi ahi!
- a quale signore
- servire, in che terra, da vecchia
- dovrò, come un fuco,
- effige funesta,
- immagine vana di morte?
- Ahi ahi!
- Della soglia a custodia, od a cura
- dei bimbi, io che onori riscossi
- a Troia regali!
- CORO:
- Strofe seconda
- Ahimè, ahi, con che gemiti
- l'estremo danno tuo tu piangi! Io, misera,
- piú non farò sopra l'Idèo telaio
- ire e redire i pettini.
- Dei padri miei la casa or miro l'ultima,
- l'ultima volta; e patirò durissime
- pene; o sospinta d'un Acheo nel talamo
- - oh, maledetta tal notte e tal Demone! -
- o di Pirène attingere
- dovrò la sacra linfa, ancella sordida.
- Alla beata celebre
- potessi pervenir terra di Tèseo!
- Ma, dell'Eurota ai vortici,
- d'Elena, alla dimora odiosissima,
- mai, deh, non giunga, agli ordini
- di Menelao, saccheggiator di Troia!
- Antistrofe seconda
- La terra venerabile
- del Penèo, che all'Olimpo è base fulgida,
- è d'ogni ben, narra la fama, prospera,
- tutta è di pomi florida.
- A questo suolo, dopo la santissima
- di Teseo sacra terra, io vorrei giungere,
- o d'Efesto all'etnèa terra, che levasi
- sul mar, di fronte alla città fenicia,
- ed è madre dei siculi
- monti, e ghirlande il valor suo proclamano.
- Quindi la terra approssima,
- pel navicchier che solca il flutto Ionio,
- cui bagna il fulgidissimo
- Crati, la cui cesarie bionda e fulvida
- si snoda, e col santissimo
- umor nutre ed allieta un forte popolo.
- Corifea:
- Dalle schiere ecco giunge dei Dànai
- un araldo, di nuovi messaggi
- dispensiere, che l'orme sollecita
- dei rapidi piedi.
- Che reca? Che dice? Noi schiave
- siamo già della dorica terra.
- Giunge Taltibio
- Taltibio:
- Ecuba, sai che spesse volte a Troia
- dell'esercito achivo araldo io venni.
- Taltibio sono, a te già noto, o donna,
- ed un pubblico a te placito reco.
- Ecuba:
- Ecco, dilette Troiane
- ciò che da tempo io temevo.
- Taltibio:
- Se temevi le sorti, esse fur tratte.
- Ecuba:
- Ahi, di Tessaglia quale città
- quale di Ftia
- dicesti, o della terra di Cadmo?
- Taltibio:
- Foste a varii assegnate, una a ciascuno.
- Ecuba:
- Quale a ciascuno toccò? Quale attendere
- può delle donne di Troia prospera sorte?
- Taltibio:
- Lo so; ma d'esse chiedi una alla volta.
- Ecuba:
- Dimmi, a chi dunque toccò
- la mia povera Cassandra?
- Taltibio:
- Agamennone, il re, per sé la scelse.
- Ecuba:
- Serva alla donna di Sparta ella dunque sarà?
- Ahimè ahimè!
- Taltibio:
- No, ma segreta sposa del suo talamo.
- Ecuba:
- Di Febo la vergine, a cui diede il Dio chioma d'oro
- che vivere immune da nozze potesse?
- Taltibio:
- L'innamorò la vergine fatidica.
- Ecuba:
- Gitta, o figlia, le chiavi tue sante,
- dalle membra il velame disciogli dell'infule sacre.
- Taltibio:
- Gran cosa è pur salire un regio talamo!
- Ecuba:
- E la figliuola che or ora m'avete rapita, dov'è?
- Taltibio:
- Di Polissena vuoi dire? O di chi?
- Ecuba:
- Di Polissena. Con chi la stringeva la sorte?
- Taltibio:
- Scelta ministra fu d'Achille al tumulo.
- Ecuba:
- Ahimè! Perché fossi a una tomba
- ministra, io t'ho dunque concetta?
- Ma quale costume, qual rito,
- amico, è mai questo per gli Elleni?
- Taltibio:
- La figlia tua chiama beata: ha pace.
- Ecuba:
- Quali parole son queste? Vede ancora la luce del sole?
- Taltibio:
- Tal sorte ebbe, che piú mali non soffre.
- Ecuba:
- E quale ebbe sorte la sposa
- d'Ettore, il bronzeo guerriero,
- la misera Andromaca?
- Taltibio:
- L'ebbe il figlio d'Achille: anch'essa scelta.
- Ecuba:
- E a chi sarò serva io, ch'ho d'uopo
- del bastone, che sia terzo puntello
- al vecchio mio corpo?
- Taltibio:
- Ulisse t'ebbe in sorte, il signor d'ìtaca.
- Ecuba:
- Ahimè ahimè!
- Lacera il raso tuo capo,
- strappa entrambe le guance con l'unghia.
- Ahimè ahimè!
- Voluta la sorte m'ha schiava
- d'un uom sozzo, maestro di frode,
- nemico a giustizia,
- d'una belva che legge non ha,
- che le cose di lí, qui travisa,
- di lí quelle di qui,
- ch'ha duplice lingua,
- che semina l'odio
- dov'era amicizia.
- Compiangetemi, o donne di Troia.
- Io sono infelice,
- perduta son, misera me:
- ch'io m'ebbi fra tutte
- la sorte piú infesta.
- Corifea:
- Regina, il tuo signor tu sai. Ma quale
- fra gli Elleni o gli Achivi il mio sarà?
- Taltibio:
- Orsú, famigli, quanto prima è d'uopo
- che rechi alcuno qui Cassandra, ed io
- al duce nostro la consegni, e poi
- le prigioniere scelte agli altri adduca. -
- Oh, qual bagliore entro la tenda brilla
- di fiaccole? Che mai fan le Troiane?
- Ardono forse gli aditi? In procinto
- d'esser condotte dalla patria ad Argo,
- dando alle fiamme il proprio corpo, vogliono
- morire? Certo, in tali eventi, un libero
- cuor, le sue pene mal sopporta. - Apri apri,
- ché questo evento a voi grato, ma infesto
- per gli Achei, me gittar non debba in colpa.
- Ecuba:
- Un incendio non è: la figlia mia
- Cassandra, è: verso noi corre delira.
- Entra in folle danza Cassandra, vestita da sacerdotessa. Delira, e squassa una fiaccola
- Cassandra:
- Strofe
- Largo, fate ala!
- Io porto la fiaccola, io celebro, inondo di luce,
- vedete vedete,
- con questa mia lampada il tempio.
- O sire Imenèo,
- beato lo sposo,
- me beata che a talamo regio,
- che in Argo andrò sposa.
- Imèn, o Signore Imenèo!
- Perché mai, tutta in lagrime, o madre,
- tutta in ululi, il padre defunto
- stai gemendo, e la patria diletta?
- Io stessa, per queste mie nozze
- brillar fo le vampe del fuoco
- in raggio, in fulgore
- facendo per te,
- Imenèo, per te, Ècate, il fuoco
- brillare che a nozze virginee s'addice.
- Antistrofe
- Lancia nell'ètere il piede sublime, sii guida, sii guida alla danza,
- evoè evoè!,
- come già per gli eventi che prosperi
- piú al padre seguirono.
- Sacro è questo coro.
- Nel tuo tempio, fra i lauri, conducilo,
- o Febo, a onorarmi, tu stesso,
- Imen o Imene.
- Danza, o madre, su, volgi il tuo passo
- carolando, e dei pie' la cadenza
- alla nostra, o diletta, accompagna.
- Gridate Imenèo, con beate
- canzoni, acclamate, con grida
- di gioia, la sposa.
- O Frigie fanciulle
- dalle fulgide vesti, esaltate
- lo sposo che il fato concesse al mio talamo.
- CORO:
- Frena, Ecuba, la tua figlia delira
- ché a pronti balzi al campo acheo non giunga!
- Ecuba:
- Tu la fiaccola, èfesto in queste nozze
- reggi; ma troppo amara è questa luce
- che fai brillar, dalla speranza grande
- troppo diversa. Ahi, figlia mia, creduto
- mai non avrei che delle spade all'ombra
- e delle lancie achèe simili nozze
- celebrare dovrei. Dammi la fiaccola,
- ché, delira correndo, obliqua tu
- la reggi, o figlia; e la sventura il senno
- reso non t'ha, ma quale fosti or sei.
- Riportate le faci entro la tenda,
- donne di Troia, e ai cantici di nozze
- rispondan di costei le nostre lagrime.
- Cassandra:
- La fronte mia vittoriosa cingi
- d'una ghirlanda, o madre, e per le mie
- regie nozze t'allegra, e siimi guida,
- e se ti par che poco io sia sollecita,
- spingimi a forza. Ché se Febo esiste,
- il re d'Acaia, il celebre Agamennone,
- sposa m'avrà piú d'Elena funesta,
- ché morte a lui darò, saccheggerò
- la sua casa, a mia volta, a far vendetta
- dei fratelli e del padre. Altre sozzure
- dire non vo'. Non canterò la scure
- che taglierà la mia gola e l'altrui,
- e i matricidi agoni a cui principio
- le mie nozze daranno, e la rovina
- della casa d'Atreo. Ma vo' provare
- che la nostra città piú fortunata
- è degli Achivi. Invasa io son del Nume;
- ma tuttavia, desisterò, per farlo,
- dal furor mio. Per una donna sola
- e per un solo amor, quelli per Elena
- riaver, mille e mille alme perdettero.
- E il duce lor, che proclamato è saggio,
- quanto piú caro avea, perdé, per quanto
- era piú infesto: della casa il gaudio,
- la figlia sua, diede al fratello, a causa
- della sua sposa, che rapita fu
- di suo buon grado, e non a forza. E quando
- dello Scamandro su le rive giunsero,
- morirono, non già perché minaccia
- fosse ai confini della terra o agli altri
- recinti della patria. E quei che caddero,
- non li videro i figli, e dalla mano
- della sposa non fur nei pepli funebri
- composti, e in terra straniera giacciono.
- E nella patria loro, altro avveniva:
- morian le donne vedove, di figli
- orbi i parenti, che nutriti i pargoli
- avean per altri, e sulle tombe loro
- nessuno verserà sangue di vittime.
- L'elogio è tal che merita l'esercito.
- Meglio tacere è poi le turpitudini:
- né la mia Musa cantatrice tale
- divenga mai, che le sozzure memori.
- Ed i Troiani, invece, pria morirono,
- fulgida gloria, per la patria; e quelli
- che la lancia abbatteva, addotti spenti
- alle lor case dagli amici, involucri
- nel patrio suolo ebber di terra, e il tumulo
- estrusse allor chi lo voleva. E quanti
- morir dei Frigi nella pugna, in casa,
- giorno per giorno, con le spose e i figli,
- gioia agli Achivi sconosciuta, vissero.
- Ed il destino d'Ettore, che lugubre
- ti sembra, odi qual fu. Morí, poi ch'ebbe
- fama d'eroe conquisa; e ciò gli fecero
- gli Achei, venendo a Troia: ov'essi fossero
- restati in patria, il suo valor sarebbe
- rimasto ignoto. E Paride, la figlia
- sposò di Giove: senza quelle nozze,
- del parentado niun parlato avrebbe.
- CORO:
- Come dei mali tuoi soavemente
- ridi, ed intoni cantici, che certo
- il tuo stesso cantar falsi dimostra.
- Taltibio:
- Se te demente non rendesse Apollo,
- impunemente ai duci miei congedo
- dare da Troia con sí tristi auguri,
- tu non potresti. No, chi saggio e accorto
- sembra, non val piú di chi nulla vale.
- Il supremo signor di tutti gli Elleni,
- il figliuolo ad Atrèo caro, l'amore
- prescelto s'addossò di questa Mènade.
- Poverello sono io; ma non l'avrei
- voluta sposa. E a te, che il senno a posto
- non hai, perdóno i biasimi agli Achivi,
- gli encomi ai Frigi; e i venti li disperdano.
- Seguimi, del mio duce o sposa bella,
- verso le navi. E tu, quando comandi
- di Laerte il figliuol, dovrai seguirlo:
- serva sarai d'una donna pudica,
- a quanto dicon quei che ad Ilio vennero.
- Cassandra:
- Che cianciatore è questo servo! Il nome
- perché dànno d'araldi a questi famuli
- e di tiranni, e di città, che l'odio
- son degli uomini tutti? Andrà, tu dici,
- serva mia madre alla casa d'Ulisse?
- E dove son gli oracoli d'Apollo,
- espressi a me, che qui morta sarebbe?
- Taccio l'altre ignominie. O sciagurato,
- egli non sa che pene ancor l'attendono!
- Oro, al confronto, gli parranno i mali
- dei Frigi, i miei: ché dieci anni, oltre quelli
- trascorsi qui, passare ancor dovranno,
- pria che soletto alla sua patria giunga:
- non sa lo stretto ove abita Cariddi,
- fra le rupi tremenda, e non l'alpestre
- d'umane carni vorator Ciclope,
- né la ligura Circe, onde sembianza
- l'uomo assume di ciacco, e non le navi
- frante tra i flutti, né il desio del loto,
- né i buoi sacri del Sole, onde le carni
- emetteranno un dí voce che amara
- suoni ad Ulisse. E ad esser breve, all'Ade
- scenderà vivo, e, al pelago sfuggito,
- in casa troverà mali infiniti.
- Ma perché contro il destino d'Odisseo scaglio i miei dardi?
- A uno sposo nell'Averno devo unirmi: or non si tardi.
- Sull'esequie tue, che tristo sei, che insigne sembri, o duce
- degli Achei sommo, saranno tristi tenebre, e non luce.
- Il mio corpo, giú scagliato nei burroni dove piomba
- dei torrenti l'acqua, ignudo, del mio sposo sulla tomba,
- pasceran le fiere: e famula fui d'Apollo. O dell'Iddio
- caro a me su tutti, bende, delle feste infule, addio.
- Io le sagre ove incedevo già superba, ecco, abbandono:
- da me lungi ite, vi lacero, sinché pura ancora io sono:
- alle brezze, che le sperdano, Dio profeta, io le consegno.
- In qual nave ho da salire? Del signore dov'è il legno?
- Se propizio il vento spira, non tardare, ed apri i lini;
- con me tu da questa terra una adduci dell'Erínni.
- Madre, salve: e tu non piangere. E tu, padre, e voi, germani
- già sepolti, lungo tempo non saremo ancor lontani:
- tra i defunti, coronata di vittoria, io verrò presto:
- ché il lignaggio avrò distrutto degli Achivi a noi funesto.
- Esce con Taltibio e le guardie. Ecuba piomba al suolo
- CORO:
- Vedete, o dell'antica Ecuba ancelle,
- come piombata senza voce al suolo
- è la regina vostra? Or soccorretela.
- O patirete che una vecchia resti
- cosí prostrata, o tristi? Sollevatela.
- Ecuba:
- Qui dove io caddi, poiché il grato ufficio
- grato non m'è, lasciatemi ch'io giaccia,
- o fanciulle: giacer s'addice a ciò
- che soffro, che soffersi, e soffrirò.
- O Numi - invoco in voi tristi alleati,
- lo so, ma pure è qualche illusione
- i Celesti invocar, quando ci coglie
- la mala sorte - io voglio adesso il bene
- che un tempo ebbi, cantar: pietà maggiore
- cosí le mie sciagure ispireranno.
- Regina fui, d'un re sposa; e da lui
- ottimi figli m'ebbi; e non il numero
- m'è vanto inane: i primi eran tra i Frigi.
- Nessuna donna di Troia né d'Ellade,
- né barbara, menar vanto potrebbe
- d'averne tali procreati, e tutti
- cader li vidi sotto l'aste d'Ellade,
- e su le tombe i lor crini recisi,
- e quei che vita in loro infuse, Priamo,
- non per udita altrui morto lo piansi,
- ma sopra l'ara del recinto io stessa
- immolare con questi occhi l'ho visto,
- e la città cadere. E le mie figlie
- io le crebbi a prescelto onor di sposi,
- ma per altri le crebbi; e dalle mani
- mi furono strappate; e non ho speme
- ch'esse mai piú mi veggano, nè ch'io
- piú vegga loro. E, culmine di mali
- ultimo, schiava andrò, già vecchia, in Ellade.
- E le bisogne che meno convengono
- alla vecchiaia, a me quelle imporranno:
- o rimanere a guardia, io madre d'Ettore,
- delle porte ai serrami, o fare il pane,
- e al rugoso mio dorso aver giaciglio
- la nuda terra, e letti ebbi regali,
- e vesti sopra le consunte membra
- indossare consunte, e disdicevoli
- a chi visse già ricco. Ahi, me tapina,
- quante sventure, a causa d'una infida
- sposa, già m'ebbi, e quante ancor n'avrò!
- O figlia mia, partecipe dell'estro
- divin, Cassandra, e tu, per che sciagure
- la purità perdesti! E dove sei
- tu, Polissena misera? Ahi, né figlio
- mi soccorre, né figlia; e tanti n'ebbi,
- povera me. Perché mi sollevate
- dunque? Per che speranza? Il pie' che a Troia
- incedeva superbo, ora guidate
- ove giaciglio avrò di terra, e sassi
- per origliere, ch'io vi cada, e muoia,
- di lagrime distrutta. Oh, non crediate
- felice, innanzi che sia morto, alcuno.
- Si accascia di nuovo al suolo
- CORO:
- Strofe
- O Musa, per Ilio
- intona fra lagrime
- il canto funereo
- degl'inni novelli
- che adesso per Troia m'appresto a cantare.
- Come io per il cocchio dall'orma quadruplice
- perduta fui, misera, fui schiava agli Argivi,
- allor che dinanzi alla porta
- il cavallo dagli aurei frontali
- lasciâr, pieno d'armi, che al cielo
- mandava il rimbombo.
- E, asceso sovr'essa la rocca,
- il popol di Troia gridò:
- «Cessaron le pene: quest'idolo,
- su dunque, alla vergine d'Ilio
- offrite, alla figlia di Giove».
- Chi mai non uscí dalla casa,
- delle giovani, chi dei vegliardi?
- E, gioendo, canzoni intonando,
- accolsero il loro esterminio,
- Antistrofe
- E tutti alle porte
- accorsero i Frigi,
- stupiti ammirando
- l'agguato dei Dànai,
- nel pino montano foggiato; e alla Vergine
- ambrosia, che giogo non sa, lo donarono,
- a pari di scafo di negro naviglio
- con funi di lino l'addussero
- alle sedi marmoree di Pallade,
- al suolo che scorrer doveva
- del sangue dei nostri.
- E sopra il travaglio ed il gaudio
- calò la notturna caligine.
- E il flauto di Lidia suonò,
- e i canti di Frigia; e le vergini,
- dei pie' fra l'aereo scalpito,
- levarono un cantico lieto.
- E il baglior delle faci, irrompendo
- nelle case, il fulgore languente
- sopiva dei fuochi domestici.
- Epodo
- Frattanto io, nel tempio
- d'Artemide alpestre, la vergine
- figliuola di Giove,
- cantavo, danzavo; ed un ululo
- sanguineo s'effuse per tutta
- la città, per le strade di Pergamo.
- I pargoli cari tendevano
- le mani sgomente,
- a stringere i pepli alle madri;
- e Marte proruppe
- dall'agguato, e fu opra di Pallade.
- Cominciarono, all'are d'intorno,
- le stragi dei Frigi. Le vergini
- recidevan le chiome nei talami,
- cordoglio alla patria dei Frigi,
- corona pei figli dell'Ellade.
- Si vede giungere un carro, e sopra Andromaca col figlio Astianatte. Accanto a lei le armi di Ettore ed altre armi predate ai Troiani
- Corifea:
- A noi giunge, vedi, Ecuba, tratta
- sopra un cocchio degli Elleni, Andromaca.
- Sul suo sen tutto palpiti, è il figlio
- d'Ettore, Astianatte. O infelice,
- dove mai, di quel carro sul dorso
- tratta sei, presso all'armi di bronzo
- del tuo sposo, e alle spoglie dei Frigi
- predate con l'armi,
- onde il figlio d'Achille farà,
- tornato da Troia, ghirlanda
- ai templi di Ftia?
- Andromaca:
- Strofe prima
- Mi traggono i miei - signori: gli Achei.
- Ecuba:
- Ahimè!
- Andromaca:
- Qual peana tu plori...
- Ecuba:
- Ahimè!
- Andromaca:
- pei miei dolori...
- Ecuba:
- O Dio!
- Andromaca:
- per la trista mia sorte?
- Ecuba:
- O figli!
- Andromaca:
- Siam giunti alla morte.
- Ecuba:
- Antistrofe prima
- Distrutta è Troia, - distrutta è la gioia.
- Andromaca:
- Tapina!
- Ecuba:
- O miei figli fiorenti!
- Andromaca:
- Ahi ahi!
- Ecuba:
- Ahi che tormenti...
- Andromaca:
- m'angosciano!
- Ecuba:
- O trista fortuna...
- Andromaca:
- di Troia...
- Ecuba:
- che in cenere fuma!
- Andromaca:
- Strofe seconda
- Vieni, o mio sposo, vieni.
- Ecuba:
- Il figlio mio, che posa
- nell'Ade invochi, misera!
- Andromaca:
- Soccorri la tua sposa.
- Ecuba:
- Antistrofe seconda
- E tu, scorno degli Elleni...
- Andromaca:
- e tu, vegliardo Prìamo,
- Ecuba:
- tu, de' miei figli padre...
- guidami giú nell'Ade.
- Andromaca:
- Grandi son tali brame.
- Ecuba:
- Grandi, o misera, i nostri dolori.
- Andromaca:
- Caduta è la città.
- Ecuba:
- Sopra doglie s'aggravano doglie.
- Andromaca:
- Per il corruccio dei Numi, poiché a morte sfuggiva il tuo figlio,
- che per un letto odioso distrusse la rocca di Troia.
- Presso Pallade stese, preda ai vulturi, stanno le salme
- sanguinolente. Il giogo servile egli a Troia acquistò.
- Ecuba:
- O patria sventurata...
- Andromaca:
- mentre io t'abbandono, ti piango.
- Ecuba:
- Vedi or la misera fine...
- Andromaca:
- e la casa ove madre io divenni.
- Ecuba:
- Deserta è Troia: o figli, la madre da voi si separa.
- O quanto il mio tormento, o quale il mio canto di doglia!
- Or nella nostra casa su lagrima lagrima stilla.
- Ma piú non versa pianto chi, spento, dimentica i crucci.
- Corifea:
- Come son dolci, a chi soffre, le lagrime,
- e i tristi canti delle nenie, e i gemiti!
- Andromaca:
- Madre dell'uom che tanti Argìvi spense,
- vedi queste sciagure, o madre d'Ettore?
- Ecuba:
- L'opere vedo dei Celesti, come
- esaltano i da nulla, e i grandi abbattono.
- Andromaca:
- Preda son tratta con mio figlio. Fui
- nobile, e schiava son: mutò mia sorte.
- Ecuba:
- Terribile è il destino: or or Cassandra
- fu da me lungi trascinata a forza.
- Andromaca:
- Ahi ahi!
- Un altro Aiace, a quel che dici, apparve
- per la tua figlia: e mali altri ti premono.
- Ecuba:
- Mali senza misura e senza numero,
- che l'uno contro l'altro a gara vengono.
- Andromaca:
- Polissena tua figlia, fu sul tumulo
- spenta d'Achille, offerta a salma inanime.
- Ecuba:
- Ecco, misera me, ciò che Taltibio
- in via d'enigma, e non chiaro, mi disse.
- Andromaca:
- La vidi io stessa; e giú dal carro scesi,
- di pepli la coprii, la salma piansi.
- Ecuba:
- Ahi scellerato sacrificio! Ahi ahi
- figlia, quanto la morte tua fu trista!
- Andromaca:
- Fu quale fu la morte sua; ma pure
- miglior destino ebbe di me, che vivo.
- Ecuba:
- Non son tutt'uno vivere e morire.
- La morte è il nulla; ma chi vive spera.
- Andromaca:
- Non son le tue parole ineccepibili,
- o madre. Odimi e in cuor qualche sollievo
- accoglierai. Morire e non esistere
- la stessa cosa, dico io, sono; e meglio
- vale morir, che turpemente vivere.
- Niun male sente e niun dolore un morto;
- ma chi, beato un dí, piomba in miseria,
- l'alma si danna, ripensando al tempo
- della ventura. Polissena, come
- se mai la luce vista non avesse,
- è spenta, e nulla piú sa dei suoi mali.
- Io, che alla buona fama ebbi la mira,
- poi che l'ottenni, tanto piú frustrata
- fui da fortuna. Quante si registrano
- femminili virtú, tante solevo
- esercitarne nella casa d'Ettore.
- E prima, i luoghi ove una donna, solo
- con la presenza, o buono o tristo sia
- il suo contegno, mal nome s'attira,
- io ne scacciai la brama, e in casa stetti.
- E in casa non lasciai che penetrassero
- le adorne ciance femminili; e il senno
- maestro ottimo avendo, a me bastai.
- E sereno lo sguardo e muto il labbro
- al mio sposo offerivo; e ben sapevo
- quando io dovessi averla vinta, e quando
- la vittoria lasciare a lui dovessi.
- E questa fama, degli Achivi giunta
- all'esercito, me trasse a rovina:
- ché, poi che presa io fui, d'Achille il figlio
- sposa mi volle avere; e nella casa
- degli assassini nostri io sarò schiava.
- Or, s'io da me respingo il caro volto
- d'Ettore, e schiudo al nuovo sposo l'anima,
- trista al defunto sembrerò: se l'odio,
- odiata sarò dai miei signori.
- Dicono, è vero, che una notte basta
- l'odio a placare che una donna nutra
- per il letto d'un uom; ma quella femmina
- che il primo sposo per un nuovo talamo
- repudia, ed ama un altro, io l'aborrisco.
- Sin la puledra, dalla sua compagna
- separata, a malgrado il giogo soffre;
- e un bruto è pur, senza parola od uso
- di senno, e inferiore è per natura.
- E sposo qual bramavo, Ettore, io t'ebbi,
- per nobiltà, per senno, per ricchezza,
- per insigne valore. E intatta dalla
- casa del padre tu m'avesti, e primo
- nel mio virgineo letto entrasti. E adesso
- tu sei caduto, ed io, sopra un battello,
- tratta a giogo servil sarò ne l'Ellade.
- Mal minore non trae seco la morte
- di Polissena, che tu piangi? A me
- nemmeno resta la speranza, l'ultimo
- ben di tutti i mortali; e non m'illudo
- d'aver mai bene; eppur, soave è illudersi.
- CORO:
- Siam di sciagura al punto istesso; e conscia
- dei miei cordogli il gemer tuo mi rende.
- Ecuba:
- Mai non entrai nei fianchi d'una nave,
- ma per udita so, dipinto vidi
- come i nocchieri, quando affrontar debbono
- men tremenda tempesta, ogni lor zelo
- impiegano a salvarsi; e al timon questi
- corre, e un altro alle vele, e fa riparo
- dall'acqua un terzo alla sentina. Ma
- quando troppo sconvolto il pelago estua,
- s'abbandonano all'impeto dei flutti,
- s'affidano alla sorte. Anche io cosí,
- da tanti mali oppressa, muta resto,
- cedo senza parlar: ché mi soverchia
- dei mali il flutto onde gli Dei m'opprimono.
- Ma tu, figlia diletta, al suo destino
- Ettore lascia: richiamarlo in vita
- non potranno le tue lagrime: onora
- il tuo nuovo signore, e la lusinga
- cara offri a lui dei tuoi costumi: lieti
- con ciò tu renderai tutti gli amici,
- e di mio figlio il figlio alleverai,
- grande conforto a Troia, ove i suoi figli
- d'Ilio possano un dí novellamente
- le mura alzare, e la città risorga.
- Ma nuova a nuova s'avvicenda. Quale
- famulo degli Achei vedo, che nuovi
- divisamenti reca, e a noi s'appressa?
- Giunge Taltibio
- Taltibio:
- Non volermi odiare, o sposa d'Ettore,
- del piú prode tra i Frigi: a mal mio grado
- giungo, dei Dànai nunzio e dei Pelopidi.
- Andromaca:
- Che c'è? Sciagure il tuo preludio annunzia.
- Taltibio:
- Deciso han che tuo figlio... Oh come dirlo!
- Andromaca:
- Ch'abbia un altro padrone, e non il mio.
- Taltibio:
- Niun degli Achivi sarà suo padrone.
- Andromaca:
- Lo lascieran dei Frigi qui superstite?
- Taltibio:
- Blande parole a dirti il mal non trovo.
- Andromaca:
- Ti approvo, sol che un mal tu non m'annunzi.
- Taltibio:
- Un male, e grande: uccideran tuo figlio.
- Andromaca:
- Ahi, male delle nozze anche maggiore!
- Taltibio:
- Convinse Ulisse l'assemblea, dicendo...
- Andromaca:
- Ahimè dolor ch'ogni misura supera!
- Taltibio:
- che sconvien d'un tal padre il figlio vivere,
- Andromaca:
- Sui figli suoi ricada un tal giudizio!
- Taltibio:
- e che bisogna giú scagliarlo dalle
- torri di Troia. E tu non far contrasto,
- e non serrarti al figlio; e i tuoi tormenti
- nobilmente sopporta. Alcun soccorso
- tu qui non hai. Considera. Perduto
- hai lo sposo e la patria, e schiava sei;
- e noi capaci siamo di combattere
- contro una donna sola. Ond'io t'esorto
- che tu lite non cerchi, e non commetta
- atto veruno indecoroso o basso,
- e neppure agli Achei scagli rimproveri.
- Ché, se tu dici motto onde l'esercito
- s'adiri, privo resterà di tomba,
- di nenie, il figlio tuo: se muta, in pace
- sopporterai le tue sciagure, il figlio
- non lascierai senza sepolcro, e piú
- benigni a te ritroverai gli Achivi.
- Andromaca:
- O carissimo, o tu sopra ogni cosa
- adorato figliuolo, or la tua madre
- misera lascierai, morrai per mano
- dei tuoi nemici; e ucciso la grandezza
- di tuo padre t'avrà: che agli altri suole
- recar salute; e fu quel suo valore
- per te retaggio inopportuno. O letto
- mio sventurato, o nozze, o casa d'Ettore,
- dove un giorno entrai sposa, e non perché
- vittima un figlio procreassi ai Dànai,
- ma un sovrano alla fertile Asia. O figlio,
- tu piangi: intendi la sciagura tua?
- Perchè t'afferri con le mani a me,
- stringi le vesti mie, come augelletto
- ripari sotto l'ali mie? Dal suolo
- Ettore fuor non balzerà, stringendo
- la sua lancia tremenda, a tua salvezza,
- non del padre i parenti, e non la forza
- dei Frigi: un salto luttuoso, senza
- pietà, col capo in giú, spiccar dovrai,
- spirar l'alito estremo. O dilettissimo
- tenero amplesso per la madre, o dolce
- fragranza delle membra! Invano, dunque,
- te nelle fasce il sen mio nutricò,
- invan mi travagliai, mi macerai
- nelle fatiche! Or, la tua madre abbraccia,
- ché piú non lo potrai, sèrrati a me
- che t'ho concetto, al collo mio le braccia
- serra, la bocca alla mia bocca stringi.
- O inventori di pene orride, o Elleni,
- questo fanciullo, d'ogni colpa scevro,
- perché mai l'uccidete? O tu, germoglio
- di Tíndaro, non sei figlia di Giove,
- ma molti i padri tuoi furono. Primo
- lo Sterminio, poi l'Odio, l'Assassinio,
- l'Invidia, e quanti orror nutre la terra.
- Mai non dirò che t'ha concetta Giove,
- Parca funesta a tanti Elleni e barbari.
- A te la morte: ché coi tuoi bellissimi
- occhi, a turpe rovina hai sterminati
- gl'incliti campi della Frigia. Su,
- se scagliar lo volete, giú dai muri,
- prendetelo, portatelo, scagliatelo,
- le sue carni cibate: i Numi vogliono
- la mia rovina, e allontanar la morte
- da mio figlio non posso.
- Consegna il fanciullo reluttante a Taltibio
- Or nascondete
- questo misero mio corpo, gittatelo
- dentro la nave. Ad un soave imene,
- or che perduto ho il mio figliuolo, io muovo!
- Il carro la trascina via
- CORO:
- Mille e mille hai perduto, o Troia misera,
- per una donna e un odioso talamo.
- Taltibio:
- O fanciullo, su, dunque, l'amplesso
- della misera madre abbandona,
- e t'avvia delle torri paterne
- verso l'alta ghirlanda: sentenza
- fu che quivi esalare lo spirito
- tu dovessi... Prendetelo. Oh, simili
- ambasciate affidar si dovrebbero
- ad un uom d'impudenza piú amico
- ch'io non sia, che pietà non conosca.
- Parte, coi soldati che portano via Astianatte
- Ecuba:
- O fanciullo, o figliuolo del mio
- sventurato figliuolo, ci rubano
- la tua vita, a tua madre ed a me,
- empiamente. Che cosa farò?
- Come posso, tapina, soccorrerti?
- Questi colpi che vibro al mio capo,
- t'offro, queste percosse al mio seno,
- questo solo or posseggo. Oh città,
- oh fanciullo infelice! E che manca,
- che s'aspetta, perché sia completa
- la rovina in cui tutti crolliamo?
- Cade nuovamente prostrata al suolo
- CORO:
- Strofe prima
- Nell'isola d'api nutrice, re Telamóne, abitavi,
- in Salamina cinta dai flutti, dov'essa declive
- volgesi ai colli sacri là dove il germoglio da prima
- fece sbocciare Atena del glauco ulivo,
- ghirlanda celeste, ornamento d'Atene opulenta.
- Quindi movesti, movesti - col figlio d'Alcmena, maestro
- dell'arco, per compier la gesta,
- distrugger la nostra città,
- allor che da l'Ellade tu prima partivi.
- Antistrofe prima
- Quando ei, pei puledri crucciato, primo de l'èllade il fiore
- condusse, e del Simeta fermò su le belle fluenti
- le navi solcatrici del mare, e le gómene strinse
- da poppa, e l'arco tolse che mai non falliva,
- per Laomedonte fatale, e i muri coi moduli estrutti
- di Febo, con la furia purpurea del fuoco abbatté.
- La terra di Troia, e le mura
- dardanie, con duplice cozzo
- due volte distrusse la lancia cruenta.
- Strofe seconda
- Invano, dunque, molle incedendo fra gli aurei calici,
- di Laomedonte progenie,
- colmi le coppe di Giove, ufficio su ogni altro bellissimo.
- Ma la tua patria le fiamme divorano;
- e le spiagge del pelago
- echeggian, quasi aligeri
- che su gl'implumi strepono.
- Queste gli sposi, i figli altre, le vecchie
- madri altre ancora piangono.
- I tuoi lavacri roridi,
- le palestre e le rapide
- lizze non sono piú. Ma presso al soglio
- di Giove, il viso tuo sereno, amabile,
- brilla di grazie colmo; ma struggon le cuspidi
- degli Elleni la terra di Priamo.
- Antistrofe seconda
- O Amore, Amore! - Spirando un giorno nel cuore ai Superi,
- giungesti alle case di Dàrdano.
- Deh, come allora esaltare tu Ilio sapesti, a che vertici,
- quando fra i Numi e lei stringesti un vincolo!
- Taccio di Giove il biasimo.
- Ma con luce funerea
- Aurora, cara agli uomini
- dall'ali bianche, oggi mirò di Pergamo
- la terra e lo sterminio.
- Eppur, quivi ebbe origine
- lo sposo del suo talamo
- padre ai suoi figli. Lo rapí tra i sideri
- l'aurea quadriga. E fu per la sua patria
- grande speranza; ma furono sperse di Troia
- le lusinghe che i Numi allettarono.
- Giunge Menelao
- Menelao:
- Quanto è, raggio del Sol, bello il tuo lume,
- oggi ch'io riaver la sposa mia,
- Elena, posso! Ch'io son Menelao
- da tanti mali travagliato; e questo
- è l'esercito achivo. E a Troia io venni,
- non, com'è fama, a causa d'una femmina,
- bensí d'un uomo, che rapí la sposa
- mia dalla reggia, ospite infido. Ora egli,
- come voller gli Dei, scontò la pena,
- egli e la sua città, caduta sotto
- le lance Ellene; e la Spartana a prendere
- io vengo qui: ché della donna il nome
- che fu mia sposa, non dirò. Fra l'altre
- prigioniere di Troia, in questa tenda
- ella or si trova. Quelli che patirono
- per riaverla, in guerra, or l'affidarono,
- ch'io l'uccidessi, a me: se pur non voglio
- ricondurmela in Argo, e non ucciderla.
- Ed io decisi che il destino d'Elena
- non si compiesse in Troia, e in terra d'Ellade
- sopra le navi ricondurla, e là
- in mano darla a quanti ebbero morti
- presso a Troia i lor cari, e quei l'uccidano.
- Su via, ministri, nella tenda entrate,
- conducetela qui, per quella sua
- obbrobriosa chioma trascinatela.
- Come da terra spirerà propizia
- la brezza, la ricondurremo in Ellade.
- Ecuba:
- Tu che sostegno della terra sei,
- e in terra hai sede, o Giove, o sopra ogni altro
- arduo concetto, o che tu sia degli uomini
- illusione, o di natura legge
- fatal, t'imploro: ché per muto tramite
- movendo, tu giustizia arrechi agli uomini.
- Menelao:
- Chi sei? Qual nuova prece innalzi ai Superi?
- Ecuba:
- Io ti lodo, se tu la sposa uccidere
- vuoi, Menelao; ma se la vedi, fuggi
- ché con la brama non t'adeschi. Affascina
- essa gli occhi degli uomini, le case
- brucia, dirocca le città. Lusinghe
- ha troppe: io, tu, quanti patir, lo sanno.
- Durante le ultime parole di Ecuba, le guardie hanno trascinato fuori dalla tenda Elena, vestita e agghindata con somma cura
- Elena:
- O Menelao, questo preludio è tale
- ch'io ne sgomento. Fuor di questa tenda
- qui tratta fui dai servi tuoi. So bene
- che oggetto d'odio io son per te; ma pure,
- dimandare ti vo': qual fu degli Elleni
- la sentenza per me? quale la tua?
- Menelao:
- Non ci fu dubbio: a me che offeso avevi
- tutti a un voto ti diêr, ch'io t'uccidessi.
- Elena:
- Lecito è ch'io parole aggiunga, e provi
- che ingiusta, se morrò, sarà la morte?
- Menelao:
- Non a discuter venni, anzi ad ucciderti.
- Ecuba:
- Odila, Menelao, ché di tal grazia
- non muoia priva; e affida a me la replica.
- Del mal che in Troia ella commise, nulla
- tu sai: quando saran tutte raccolte
- le accuse, non potrà schivar la morte.
- Menelao:
- Sarà tempo perduto. Eppur, se vuole,
- parli. Ma sappia ben ch'io lo concedo
- per udir te, non già per compiacerla.
- Elena:
- Forse, ch'io parli bene o mal, rispondermi
- tu non vorrai, ché a te mi credi infesta.
- Ma le accuse che tu, parlando, immagino,
- mi volgeresti, tenterò ribattere.
- La prima causa generò dei mali
- nostri, costei, che diede a luce Paride.
- Secondo, il vecchio fu, che non uccise
- pargoletto Alessandro, in sogno apparso
- come lugubre face. E adesso, ascolta
- il resto, come andò. Vennero tre
- Dive, triplice gruppo, al suo giudizio.
- Ad Alessandro Pallade promise
- che, condottier dei Frigi, ei conquistata
- tutta l'èllade avrebbe. Era promise
- che dell'Asia i confini e dell'Europa,
- quando il vanto a lei desse, avrebbe Paride.
- La mia persona a lui promise Cipride,
- e l'esaltò, se nella gara avesse
- l'altre Dee superate. Ora, considera
- quali ne fur le conseguenze. Cipride
- vinse le Dive; e un tal vantaggio agli Elleni
- han procurato le mie nozze, che
- non conosceste signoria di barbari,
- né doveste impugnar l'arme a respingerle,
- né tirannia. Ma quello che per l'Ellade
- fortuna fu, sventura fu per me,
- ché fui venduta per la mia bellezza,
- che d'obbrobrio coperta son per cause
- onde al capo dovrei corona cingere.
- Dirai che ancor non ho toccato il punto
- piú prossimo: come io dalla tua casa
- fuggii di furto. Una possente Diva
- con sé condusse il Demone maligno,
- d'Ecuba figlio, o Paride o Alessandro
- che tu voglia chiamarlo. E in casa tua
- tu lo lasciavi, o malaccorto sposo,
- sopra un legno salivi, e andavi a Creta.
- E volgo una domanda, or, non a te,
- anzi a me stessa. Che mi venne in mente,
- che il mio letto lasciai, tradii la patria
- mia, la mia casa, e, tenni dietro a un barbaro?
- La Dea punisci, e piú possente renditi
- di Giove, ch'è signor degli altri Dèmoni,
- servo di quella: onde perdono io merito.
- Ma specioso un argomento addurre
- tu vorrai contro me. Poi che Alessandro
- della terra calò morto negli aditi,
- sciolte oramai le nozze, opra dei Superi,
- la sua casa lasciare avrei dovuto,
- ed alle navi degli Achei fuggirmene.
- Bene prova io ne feci; e testimoni
- delle torri i custodi esser mi possono,
- e le vedette delle mura, che
- fuor dai merli piú volte mi trovarono,
- ad una fune, per fuggire, appesa.
- Ma Dëífobo, il mio nuovo signore,
- rapita a forza mi tenea sua sposa,
- contro il voler dei Frigi. Or dunque, come
- potrai la morte giustamente infliggermi,
- o signor mio, se fui sposata a forza,
- e il ben che la mia patria ebbe per me,
- non trofei di vittoria, anzi mi frutta
- amara schiavitù? Se tu pretendi
- i Numi dominar, pretesa è stolta.
- Corifea:
- La patria, i figli tuoi, regina, vendica
- e confuta i suoi detti: essa favella
- bene, ed è trista: è questa arte terribile.
- Ecuba:
- Difender prima io vo' le Dee, mostrare
- che il giusto essa non parla. Era, e la vergine
- Pallade, io mai non crederò che giungere
- a tal follia potessero, che quella
- Argo vendesse ai barbari, che Pallade
- ponesse Atene in servitú dei Frigi.
- Per lusinga, per gioco, esse convennero
- sull'Ida a gara di bellezza. E a che
- Era tanta mai brama avrebbe avuto
- d'aver la palma di beltà? Di Giove
- uno sposo miglior cercava forse?
- A qualche sposo Atena, in mezzo ai Numi
- dava la caccia, ella che al padre chiese
- schivar le nozze, e restar sempre vergine?
- Per mascherare il vizio tuo, non fingere
- stolte le Dee: ché non convinci i savi.
- Hai detto - e questa è poi troppo ridicola -
- che con mio figlio Cipride alla casa
- giunse di Menelao. Ché, non poteva,
- tranquilla in cielo rimanendo, te
- con tutta Amícla trasportare ad Ilio?
- Ma troppo insigne per bellezza fu
- mio figlio; e come lo vedesti, Cipride
- per te divenne la tua brama. Gli uomini
- ad Afrodite tutte quante addossano
- le follie proprie; e nelle prime sillabe
- del nome della Dea la follia suona.
- Come, lucente d'or, nelle sue vesti
- barbare t'apparí, folle di brama
- tu divenisti, ché vivevi in Argo
- povera vita; ma, lasciando Sparta
- per la città dei Frigi, ove dell'oro
- scorreano i fiumi, di guazzar nel fasto
- certo credevi. A te, di Menelao
- la casa non bastò, per le sfacciate
- lascivie tue. Su via, dici che a forza
- il mio figliuolo ti rapí. Ma quale
- degli Spartani mai t'udí? Qual grido
- levasti? Eppure, il giovinetto Càstore
- viveva ancóra, e il suo gemello: ancóra
- non erano fra gli astri. E quando a Troia
- giungesti, e sulle tue traccie gli Argivi,
- ed era il cozzo di battaglia, quando
- a Menelao propizia era la sorte,
- tu lo esaltavi, per crucciar mio figlio,
- ché un insigne rivale in lui vedesse:
- quando i Troiani poi vinceano, nulla
- era piú Menelao. Solo badavi
- alla fortuna, in guisa tal, che sempre
- tu la seguissi: e nulla alla virtú.
- Di funi, dici, il corpo tuo stringevi,
- per giú calare dalle torri, come
- se mal tuo grado tu fra noi restassi.
- Ma quando fosti mai trovata, che
- lacci appendessi, od affilassi un ferro,
- come una donna generosa avrebbe
- fatto, per brama del suo primo sposo?
- Eppure, quante volte io t'ammonivo:
- «O figlia, parti! I miei figliuoli avranno
- altre consorti, ed io farò che tu
- torni di furto ai legni Achivi: termine
- poni alla guerra tra gli Elleni e noi».
- Ma questi detti amari ti sembravano,
- ché nella casa d'Alessandro tu
- superbire volevi, aver dei barbari
- l'omaggio: a cuor ti stava molto. E adesso,
- per venir fuori ti sei fatta bella,
- e l'aria stessa che il tuo sposo mira,
- miri, o donna esecranda! E qui dovresti
- venir come pitocca, avvolta in cenci
- tremando a verga a verga, e rasa il capo
- come una Scita, ed umiltà mostrare,
- non impudenza, pei tuoi falli antichi.
- Ora odi, o Menelao, ciò ch'io concludo:
- cingi a l'èllade un serto, Elena uccidi,
- e tale norma fissa anche per l'altre
- femmine: chi tradí lo sposo, muoia.
- Corifea:
- Degli avi tuoi, della tua casa degno
- móstrati, Menelao, la sposa uccidi,
- ché fiacco te chiamar non debban gli Elleni
- quando ai nemici tuoi prode apparisti.
- Menelao:
- Coincidono i tuoi coi miei pensieri,
- che costei di buon grado abbandonò
- la casa mia, nel letto entrò d'un altro,
- e che il suo mentovar Cipride, fu
- vana iattanza.
- Ad Elena
- Va' dove t'attendono
- per lapidarti; e i patimenti lunghi
- sconta in brev'ora degli Achei, morendo;
- e a non coprirmi d'onta apprenderai.
- Elena:
- No, ti scongiuro, il mal che i Numi vollero
- non m'imputar! Perdona, non uccidermi!
- Ecuba:
- Non tradir gli alleati che morirono
- per lei: per essi e i lor figli ti supplico.
- Menelao:
- Taci, vecchia; per lei non ho riguardi.
- Dico ai ministri che dei legni a bordo
- ove in patria tornar deve la rechino.
- Elena è trascinata via
- Ecuba:
- La stessa nave tua, deh, non ascenda!
- Menelao:
- Perché? Pesa piú forse ora che avanti?
- Ecuba:
- Non c'è amante che amor sempre non serbi.
- Menelao:
- Secondo il cuor di chi riscosse amore.
- Ma sarà come vuoi: nella mia stessa
- nave non entrerà: ché mal non parli.
- E, giunta in Argo, morirà di trista
- morte, la trista, come essa n'è degna,
- ed a tutte le donne insegnerà
- che si deve esser caste. Non è facile;
- ma pur, la fine di costei, terrore
- nella loro follia susciterà,
- anche se infeste piú fossero d'Elena.
- CORO:
- Strofe prima
- Or cosí, Giove, il tempio
- d'Ilio, e l'are balsamiche
- hai tradite agli Achei,
- e il fumo dell'eterea
- mirra, e le fiamme dei libami, e Pergamo,
- Pergamo, la città sacra, e gl'Idèi
- valloni, ombrati d'ellera,
- ove disciolte nevi erran di fiumi,
- e, santissima sede, il sommo vertice,
- ove prima del sole ardono i lumi.
- Antistrofe prima
- Tutto è finito: e vittime,
- e feste, fra le tenebre
- notturne, ai Numi, e suono
- fausto di balli, e statue
- d'oro, e il rito santissimo di Frigia
- delle dodici lune. Incerta io sono,
- o Signor che nell'ètere
- abiti, incerta io son se la tua mente
- alla nostra città volgi, cui l'impeto
- ha divorata della vampa ardente.
- Strofe seconda
- O sposo, o diletto, né tumulo
- né lavacro tu avesti; ed or vagoli
- defunto; e una nave, con impeto
- alivolo, ad Argo prolifera
- di corsieri ne adduce, oltre il pelago,
- dove al cielo si levano pietre - di mura ciclopie.
- E in braccio alle madri, fra lagrime
- si lamenta una turba di pargoli.
- E geme la vergine:
- «Madre, ahimè, ché soletta mi strappano
- da te lunge gli Achei, con la furia
- dei remi, sul ceruleo
- naviglio, alla santissima
- Salamina, od all'istmio
- duplice eccelso vertice,
- dove, dicon, di Pelope
- le soglie si dischiudono».
- Antistrofe seconda
- Deh, quando nel mezzo del pelago
- Menelao sarà giunto, del folgore
- il duplice sacro barbaglio
- in mezzo alla nave precipiti
- nell'Egeo, mentre me dalla patria
- servitú lagrimosa conduce - lontano nell'èllade.
- Frattanto, nell'aureo specchio,
- di fanciulle delizia, la figlia
- di Zeus si vagheggia.
- Deh, la terra piú mai di Lacònia
- non rivegga, né l'ara domestica,
- nella città di Pítane,
- né della Dea la bronzea
- porta, poiché la femmina
- riprese, che per l'èllade
- obbrobrio fu, pei vortici
- del Simoenta sterminio.
- Giunge Taltibio con guerrieri che recano il cadavere d'Astianatte
- CORO:
- Ahimè, ahimè!
- S'avvicenda novella sciagura
- a novella sciagura, sul suolo
- di Troia. Mirate, o consorti
- dei Troiani infelici, il cadavere
- d'Astianatte.
- Lo scagliarono giú dalle mura
- con impeto amaro;
- e lo recano quei che l'uccisero.
- Taltibio:
- Ecuba, immoti d'una sola nave
- restano i legni, e quanto del bottino
- riman del figlio del Pelíde, a Ftía
- trasporteranno: in mare Neottolemo
- s'è messo già, ché di Peleo novelle
- ricevé tristi: ché scacciato Acasto,
- figlio di Pelia, l'ha dalla sua patria.
- Brama perciò di rimaner non ebbe,
- e partí senza indugio, e seco Andromaca,
- che a versar mi costrinse amare lagrime,
- quando la terra abbandonò, la sua
- patria, gemendo, salutando il tumulo
- d'Ettore, e al nuovo suo signore chiese
- di dar sepolcro a questa salma, al figlio
- d'Ettore tuo, che giú piombò dai muri,
- e l'anima spirò: chiese che questo
- scudo di bronzo, che portar soleva,
- schermo al suo fianco, il padre suo, di Pèleo
- non lo recasse al focolare, né
- al suo talamo, dove essa, la madre
- del pargoletto, Andromaca, andrà sposa,
- a contristar gli occhi di lei; ma in quello
- si seppellisca il pargolo, e non già
- in recinto di pietra, e non in tavole
- di cedro: chiese che alle mani tue
- s'affidasse il cadavere, perché
- tu di bende l'ornassi e di corone,
- quanto la forza te ne basta, quanto
- il tuo stato consente, or ch'è partita
- la madre sua: ché del signor la fretta
- le proibí di dar sepolcro al figlio.
- Quando la salma ornata avrai, di terra
- la copriremo noi; poi salperemo.
- L'opera tua tu dunque affretta. Io t'ho
- risparmiata una fatica. Quando
- traversai lo Scamandro, ho nei suoi gorghi
- lavato il corpo e terse le ferite.
- Ora la terra a fender vo', la fossa
- scavo, sicché l'opera mia, la tua,
- congiunte a un tempo, la partenza affrettino.
- Ecuba:
- Al suol ponete dello scudo d'Ettore
- l'orbe: lugubre vista agli occhi miei,
- e men che grata. O Achei, per l'armi insigni
- piú che pel senno, e che mai temevate,
- che con novello scempio avete ucciso
- questo fanciullo? Ch'ei Troia abbattuta
- risollevasse un dí? Nulla eravate,
- dunque, allorché pugnava Ettore, e seco
- mille e mille altre schiere, ed anche noi
- sopraffatti eravamo? E adesso, che
- Troia è caduta, e sterminati i Frigi,
- d'un fanciullo temete? Il terror, quando
- invade i cuor senza ragione, io biasimo. -
- Deh, quanto sciagurata, o dilettissimo,
- fu la tua morte! Se caduto fossi
- per la patria pugnando, o già godute
- la gioventú, le nozze avessi, o il regno
- che l'uom pari agli Dei rende, felice
- ti chiamerei, se pur felicità
- in tali cose esiste. Or tu, nessuna
- di queste cose sai, né di scienza,
- figlio mio, né di prova: il bene in casa
- avevi, e nulla pur tu ne godesti.
- Come, infelice, le paterne mura,
- opra di Febo, dal tuo capo i riccioli
- hanno estirpati! Li educò la madre,
- di baci li copriva: adesso ride
- dall'ossa infrante il sangue: io dir non voglio
- parole orrende! O mani, in cui soave
- delle mani paterne è ancor l'impronta,
- come dinanzi a me giace la vostra
- compagine distrutta! O caro labbro,
- che tanti e tanti puerili canti
- pronunciavi, or sei spento! E tu mentivi
- quando, saltando sul mio letto: «O madre -
- dicevi - un lungo ricciolo per te
- reciderò delle mie chiome, e schiere
- guiderò di compagni al tuo sepolcro,
- dolci saluti a te rivolgerò».
- Ed or, non a me tu, ma io, vegliarda
- senza patria né figli, a te fanciullo
- darò sepolcro, al tuo misero corpo.
- Ahi son finiti i tanti baci, e i giorni
- ch'io ti nutrivo, i tuoi sonni vegliavo.
- Un poeta che mai scriver potrebbe
- sulla tua tomba? «Uccisero gli Argivi
- questo fanciullo, per temerlo». O epigrafe
- vituperosa per gli Elleni! Or tu
- non fosti erede dei paterni beni,
- ma pure avesti il suo scudo di bronzo,
- dove sepolcro avrai. - Scudo, che il braccio
- d'Ettore bello un dí schermivi, hai perso
- l'ottimo tuo custode. Oh, come dolce
- l'impronta del suo braccio è nell'anello,
- e nel tornito orbe il sudor, che spesso
- Ettore stanco, al viso avvicinandolo,
- dalla fronte stillava. - Ora da quanto
- abbiam, prendete ciò che servir possa
- a ornare il morto. Non consente il Demone
- pompe d'esequie: avrai quanto posseggo.
- Alcune donne entrano nella tenda
- Oh, dissennato l'uom che salda reputa
- la buona sorte, e se n'allegra. Simili
- ha fortuna i costumi all'uom volubile,
- e balza ora da un lato, ora da un altro,
- né sempre resta presso l'uom medesimo.
- Escono le donne recando ornamenti funebri
- Corifea:
- Vedi, che frigie spoglie in su le braccia,
- a ornar la salma, queste donne recano.
- Ecuba:
- I giovani tuoi pari, o figlio, vinti
- non hai dell'arco, o nelle gare equestri,
- che nei frigi costumi han pregio, senza
- peccar d'eccesso; eppur, questi ornamenti
- su te del padre tuo la madre pone,
- dei beni che un dí tuoi furono, avanzi.
- Elena adesso, odio dei Numi, a te
- tutto ha rapito, e l'anima per giunta
- ti tolse, e strusse la tua casa tutta.
- CORO:
- Ahi, ahi!
- Tocchi il mio cuore, tocchi il mio cuore,
- tu che supremo
- esser dovevi d'Ilio signore.
- Ecuba:
- L'ornamento che tu cinger dovevi
- di frigie vesti, il dí di nozze, quando
- sposata avessi la piú nobil figlia
- d'Asia, ecco, adatto alle tue membra. E tu,
- che madre bella un dí fosti d'innumere
- vittorie, o targa d'Ettore diletta,
- il serto accogli: insiem con questa salma
- tu muori, ancor che tu non muoia. Degna
- d'onore sei molto piú tu, che l'armi
- del frodolento, del ribaldo Ulisse.
- CORO:
- Ahimè, ahimè!
- La terra, o amaro spasimo,
- o figliuolo, t'accoglie.
- Gemi tu, madre...
- Ecuba:
- Ahimè!
- CORO:
- l'inno dei morti.
- Ecuba:
- Ahimè, ahimè!
- CORO:
- Intollerabili son le tue doglie.
- Ecuba:
- Le piaghe tue di bende io cuopro: misero
- medico, sol di nome, e non già d'opere!
- Tuo padre al resto penserà, fra i morti.
- CORO:
- Colpisci la fronte,
- la mano vi lasci l'impronte.
- Ahimè, ahimè!
- Ecuba:
- O donne carissime!
- CORO:
- Ecuba parli ad amiche, Tu gridi. Perché?
- Ecuba:
- Dunque, null'altro che la mia rovina
- vollero i Numi. Piú d'ogni città
- Troia odiosa ad essi fu: le vittime
- su l'are vanamente arsero. Eppure,
- se noi sepolti avesse il Dio, la terra
- tutta di sotto in su capovolgendo,
- noi saremmo scomparsi, e senza avere
- canti largiti alle future genti,
- privi d'inni saremmo. Orvia, la salma
- seppellite nel suo povero tumulo.
- Quanto i defunti ornar deve, egli ottenne.
- Ed agli estinti poco importa, immagino,
- che ricca esequia in loro onor si celebri:
- di chi vive son queste inani pompe.
- Dei soldati portano via la piccola salma
- CORO:
- Ahimè, ahimè!
- La tua povera madre, disperse
- con te vide le grandi sue spemi.
- Assai fosti creduto felice
- pei nobili padri
- onde tu discendevi; ma ora
- soccombi ad orribile morte!
- Da lungi si vedono brillare i fuochi dell'incendio di Troia
- Ahimè, ahi!
- Quali mai sulle vette di Troia
- vedo mani che vanno ondeggiando
- ardenti di fiaccole? Ad Ilio
- sovrasta novella sciagura!
- Entra Taltibio
- Taltibio:
- Ai capitani a cui fu ingiunto ch'àrdano
- di Prìamo la città, l'ordine reco
- che pigra in man la fiamma piú non serbino,
- anzi appicchino il fuoco, onde rovini
- la città d'Ilio, e noi lieti partire
- possiam da Troia. E voi, fanciulle d'Ilio
- - poi che deve due volti avere il mònito -
- allor che i duci delle schiere facciano
- della tromba suonar chiaro lo squillo,
- movete ai legni degli Achei, sicché
- dalla terra partiate. Infelicissima
- vecchia, e tu segui. Ecco, i ministri giungono
- d'Ulisse: a lui, come la sorte volle,
- schiava esser devi, e abbandonar la patria.
- Ecuba:
- Oh me tapina! Delle mie sciagure
- è questo il punto estremo, è questo il termine:
- dalla patria io mi stacco, è la città
- preda alle fiamme. Orsú, mio piede antico,
- affretta, anche a fatica, ond'io la misera
- città saluti. O Troia, che fra i barbari
- grandezza un dí spiravi, il tuo gran nome
- perderai presto. Arsa tu cadi, e noi
- strappano schiave dalla patria. O Numi!...
- Ma perché dunque i Numi invoco? Furono
- anche prima invocati, e non udirono.
- Su, corriam verso il rogo: a me dolcissimo
- sarà con queta patria arsa soccombere.
- Si lancia verso il fondo, dove vede ardere le fiamme
- Taltibio:
- Le tue sciagure, in te, misera, accendono
- furioso delirio. Orsú, prendetela,
- non abbiate riguardo. In man d'Ulisse
- consegnarla bisogna. Essa è il suo premio.
- I soldati achei afferrano Ecuba, e la riconducono sul davanti della scena
- Ecuba:
- Ahimè, ahi!
- Figlio di Crono, Signore di Frigia,
- padre di nostra progenie,
- l'iniquo strazio non vedi che soffrono
- i figli di Dàrdano?
- CORO:
- Vede; eppur Troia disparve: la celebre
- città piú non è.
- Ecuba:
- Ahimè, ahimè, ahimè!
- Ilio fiammeggia, di Pèrgamo
- ardono i tetti, brucia
- la città, bruciano dei muri i vertici.
- CORO:
- Come fumo si dissipa,
- con eterea piuma,
- per le cuspidi infeste, pel fuoco che l'investe,
- tutta Ilio si consuma.
- Ecuba:
- Oh dei figliuoli miei terra nutrice!
- CORO:
- Ahimè, ahimè!
- Ecuba:
- La voce della madre udite, o figli!
- CORO:
- La nenia intoni che ai morti s'addice.
- Ecuba:
- A terra prostro la mia vecchia salma,
- percòto il suol con l'una e l'altra palma.
- CORO:
- Io t'imito: al suolo prosterno
- il ginocchio, ed invoco lo sposo
- mio tapino, che giace in Averno.
- Ecuba:
- Mi traggono, mi strappano...
- CORO:
- Oh doloroso grido!
- Ecuba:
- ad altrui casa, schiava...
- CORO:
- lungi dal patrio lido.
- Ecuba:
- Ahimè, Prìamo, Prìamo,
- che avesti morte
- senza amici, senza tumulo,
- tu non vedi la mia sorte!
- CORO:
- Con la sua negra veste copria
- l'empio tuo strazio la morte pia.
- Ecuba:
- Oh templi di Numi, diletta città!
- CORO:
- Ahimè, ahimè!
- Ecuba:
- La fiamma, la strage, la lancia è su te!
- CORO:
- Senza gloria su questo
- suol piangerete presto.
- Ecuba:
- Fumo che in alto quasi polve ondeggia
- agli occhi miei nasconde la mia reggia.
- CORO:
- Tutto sparisce in vario modo: misera
- Troia, già piú non è:
- diverrà della patria il nome ignoto.
- Ecuba:
- Udite, udite?
- CORO:
- Il fragore di Pèrgamo!
- Ecuba:
- è tremuoto, è tremuoto!
- CORO:
- E struggerà tutta Ilio!
- Ecuba:
- Tremule, tremule membra,
- guidate i piedi miei dove in esilio
- servil trascorra i cadenti anni miei.
- CORO:
- O misera città! Ma pure, volgere
- devi il tuo passo ai legni degli Achei.
- Partono tutti


