Euripide

Le supplici

Teseo è ormai il re di Atene e decide di accogliere la supplica presentata dalle madri dei sette capi Argivi che avevano trovato la morte nel fallito assalto di Tebe. Organizza una spedizione contro la città nemica per riportare in patria le spoglie dei sette condottieri.

  • PERSONAGGI:
  • Etra
  • Teseo
  • Adrasto
  • Araldo
  • Messaggero
  • Evadne
  • Ifi
  • Atena
  • Fanciulli
  • CORO
  •  
  • In fondo alla scena il tempio di DemEtra, a diritta un'alta rupe che lo sovrasta, davanti al tempio un grande altare, dinanzi al quale sono prostrate le madri dei sette capi Tebani. Velate di funebri bende, tendono supplici rami d'ulivo verso Etra che sta anch'ella presso all'altare. A destra il re d'Argo Adrasto.
  •  
  • Etra:
  • DemEtra, tu che l'are occupi in questa
  • terra d'Eleusi, e voi, che, della Diva
  • ministri, i templi custodite, a me
  • e al figlio mio Teseo rida fortuna,
  • alla città d'Atene, al suol di Pítteo.
  • Quivi cresciuta io sono, Etra, sua figlia;
  • ed egli sposa al figlio di Pandíone,
  • a Egeo mi die': ché cosí volle Febo.
  • Io queste preci volgo a voi, vedendo
  • queste misere vecchie, che lasciarono
  • l'argiva patria, e con i rami supplici
  • alle ginocchia mie caddero. Orribile
  • è la sciagura che le opprime: prive
  • dei loro figli son: presso alle mura
  • cadmèe quei sette valorosi caddero,
  • che un giorno Adrasto, il re d'Argo, condusse
  • a conquistar per Polinice, l'esule
  • genero suo, l'eredità d'Edipo.
  • Le salme loro, che trafitte caddero,
  • ora le madri seppellir vorrebbero;
  • ma fan contrasto i vincitori, spregiano
  • ogni legge divina, e proibiscono
  • che si levino i corpi. Insiem con esse,
  • di commuovermi Adrasto assunse il compito;
  • e giace lí, molli di pianto ha gli occhi,
  • e per la guerra geme, e per l'impresa
  • ch'ei dalla patria addusse, infelicissima.
  • Ed or mi spinge, ch'io mio figlio induca
  • a seppellirli, vuoi con argomenti,
  • vuoi per virtú di ferro; e affida il compito
  • solo a mio figlio e alla città d'Atene.
  • Or qui mi trovo, ché di casa io giungo,
  • sacrifici a offerir per la sementa,
  • presso questo recinto, ove la spiga
  • prima spuntò, fitta ondeggiò nei campi.
  • Da quelle rame or senza lacci stretta,
  • presso io qui resto all'are venerabili
  • delle due Dee, di Cora e di DemEtra,
  • per la pietà di queste bianche madri
  • prive dei loro figli, e per rispetto
  • di quelle sacre bende. Ed ho spedito
  • un araldo in città, perché qui faccia
  • venir Teseo, che questa schiera triste
  • dalla terra bandisca, o, qualche impresa
  • compiendo ai Numi accetta, questo debito
  • delle supplici accolga: in tutto agli uomini
  • le donne sagge devono rimettersi.
  • CORO:
  • Strofe prima
  • O vegliarda, ti supplica
  • l'antico labbro mio:
  • cado alle tue ginocchia.
  • Libera i figli miei, non far che restino
  • insepolte le membra dei cadaveri
  • giacenti, nell'oblio,
  • feral, preda alle scane
  • delle fiere montane.
  •  
  • Antistrofe prima
  • Ti muova questo misero
  • pianto dei nostri cigli,
  • e le impronte che incidono
  • le mani sopra le mie membra pallide.
  • Ahimè, ch'io non potei recare in patria
  • i miei defunti figli,
  • e non s'addensa cumulo
  • di terra a lor sul tumulo.
  •  
  • Strofe seconda
  • Anche tu fosti madre, avesti un pargolo,
  • o Signora, anche tu, diletto al talamo
  • del tuo consorte. Ora, i tuoi sensi ai miei
  • accomuna, partecipa lo spasimo
  • che invade me, che il figlio mio perdei.
  • Il tuo figlio convinci, ch'egli venga alle rive
  • dell'Ismèno, e le salme a noi dei validi
  • eroi consegni, ch'ora sono di tomba prive.
  •  
  • Antistrofe seconda
  • Squallida è la mia veste: il lutto, supplice
  • qui mi spinse a prostrarmi, ove le vittime
  • consuma il fuoco, delle Dee su l'ara.
  • è con me la Giustizia: è in te, tal figlio
  • è il tuo, la possa: al danno mio ripara.
  • La prece a te rivolgo, io, prostrata nel duolo:
  • fa' ch'io dal tuo figliuolo abbia il cadavere,
  • ch'io stringa al sen le misere membra del mio figliuolo.
  •  
  • Strofe terza
  • D'ùluli segue un'alta gara, d'ùluli:
  • delle man' delle ancelle odi lo schianto.
  • Or dunque, su, compagne del mio pianto,
  • compagne del mio cruccio,
  • le danze dell'Averno ora s'intreccino:
  • faccia alla guancia oltraggio
  • la bianca unghia, la laceri, l'insanguini:
  • dei vivi a chi sparí questo è l'omaggio.
  •  
  • Antistrofe terza
  • Fuori mi trae da me l'insaziabile
  • brama di pianto; da un'eccelsa roccia
  • cosí geme perenne umida goccia.
  • Mai non desiste l'ululo:
  • allor che i figli muoiono,
  • il tormentoso spasimo materno
  • in ùluli si scioglie. Ahi, degli spasimi
  • trovar possa io l'oblio nel sonno eterno!
  • Entra Teseo
  • Teseo:
  • Di quali ùluli il suono, e qual di seni
  • percossa ho udito, e di funerei salmi?
  • L'eco da questi templi a me ne giunse.
  • Il terror mi die' l'ali, e in cerca io mossi
  • di mia madre, che lungi è dalla casa,
  • da tempo. Un nuovo mal forse le incolse?
  • Scorge prima la madre, poi le donne del coro
  • Ahimè!
  • Che cosa avviene? L'argomento ad altri
  • discorsi trovo. Sopra l'ara vedo
  • seder l'antica madre, e donne estranee
  • accanto a lei, non da un sol male oppresse;
  • ché dai cigli vetusti al suolo stillano
  • misero pianto; e non son già festivi
  • quei manti, e i capi cosí rasi. O madre,
  • che cosa è questo? A te significarmelo,
  • a me l'udire; e nuove cose attendo.
  • Etra:
  • Figlio, le madri queste son dei sette
  • duci caduti combattendo intorno
  • alle mura di Cadmo; e me coi supplici
  • rami, lo vedi, or prigioniera tengono.
  • Teseo:
  • Chi è quei che triste su la soglia geme?
  • Etra:
  • Adrasto egli è, d'Argo signore, dicono.
  • Teseo:
  • E i fanciulli d'intorno? I figli suoi?
  • Etra:
  • Non già, ma i figli degli eroi caduti.
  • Teseo:
  • Perché vennero a noi coi rami supplici?
  • Etra:
  • Bene io lo so; ma tempo è ch'essi parlino.
  • Teseo:
  • Si rivolge ad Adrasto
  • Tu che col manto ascondi il volto, scòpriti,
  • parla, non gemer piú: nulla, se prima
  • per la lingua non passa, in porto giunge.
  • Adrasto:
  • D'Atene o re vittorioso, o Teseo,
  • a te supplice io giungo, alla città.
  • Teseo:
  • Che cerchi? Qual necessità ti spinge?
  • Adrasto:
  • Sai la funesta mia guerresca impresa?
  • Teseo:
  • Muto non fosti, attraversando l'èllade.
  • Adrasto:
  • Il fior degli eroi d'Argo ivi perdei.
  • Teseo:
  • La triste guerra tali frutti adduce.
  • Adrasto:
  • Le salme di quei morti a Tebe io chiesi.
  • Teseo:
  • Per seppellirli? Con araldi d'Erme?
  • Adrasto:
  • E gli uccisori a me li rifiutarono.
  • Teseo:
  • Con qual pretesto? Tu chiedevi il giusto.
  • Adrasto:
  • Smaltir non sanno la fortuna ch'ebbero.
  • Teseo:
  • E a me ti volgi per consiglio? O a che?
  • Adrasto:
  • Perché tu renda ad Argo i figli suoi.
  • Teseo:
  • Ed Argo ov'è? La sua fama era un vanto?
  • Adrasto:
  • Siam vinti e affranti, e ricorriamo a te.
  • Teseo:
  • Fu tua l'idea? Fu degli Argivi tutti?
  • Adrasto:
  • Di dar sepolcro ai morti ognun ti prega.
  • Teseo:
  • Contro Tebe perché movesti a campo?
  • Adrasto:
  • Per far cosa gradita ai due miei generi.
  • Teseo:
  • A quali Argivi le tue figlie desti?
  • Adrasto:
  • Non cercai tale parentela in Argo.
  • Teseo:
  • Fanciulle argive a stranieri desti?
  • Adrasto:
  • A Polinice ed a Tidèo, tebani.
  • Teseo:
  • Come avesti desio di tali generi?
  • Adrasto:
  • Me di Febo un responso oscuro spinse.
  • Teseo:
  • Che ti disse di far delle due vergini?
  • Adrasto:
  • Di darle spose a un apro e ad un leone.
  • Teseo:
  • E quale senso tu desti all'oracolo?
  • Adrasto:
  • Due fuggiaschi, di notte ad Argo giunti...
  • Teseo:
  • Due? Chi l'uno, e chi l'altro? I nomi dimmi.
  • Adrasto:
  • Polinice e Tidèo: qui si batterono.
  • Teseo:
  • E come fiere a lor desti le figlie?
  • Adrasto:
  • Sí: ché alla zuffa due belve parevano.
  • Teseo:
  • E perché dalla patria eran fuggiti?
  • Adrasto:
  • Tidèo morte a un parente aveva inflitta.
  • Teseo:
  • Ed il figliuolo d'Edipo, perché?
  • Adrasto:
  • Imprecò il padre che uccidesse Eteocle.
  • Teseo:
  • E per non farlo egli fuggí? Fu saggio.
  • Adrasto:
  • Ma chi rimase soverchiò gli assenti.
  • Teseo:
  • Dei beni lo privò forse il fratello?
  • Adrasto:
  • E a far giustizia io mossi; e fui perduto.
  • Teseo:
  • Consultasti i profeti e l'arse vittime?
  • Adrasto:
  • Ahi, l'error mio piú grande mi rimproveri!
  • Teseo:
  • Senza il favor dei Numi andasti dunque?
  • Adrasto:
  • Peggio! Contro il voler d'Anfiarào.
  • Teseo:
  • Cosí spregiasti a cuor leggero, i Numi?
  • Adrasto:
  • Mi frastornò dei giovani la furia.
  • Teseo:
  • Piú seguisti l'ardir che la prudenza.
  • Adrasto:
  • Altri duci cosí perduti furono.
  • Ora, signor d'Atene, eroe fortissimo
  • sopra tutti gli Elleni, or mi vergogno
  • di prosternarmi innanzi a te, di stringere,
  • canuto già, le tue ginocchia; e un tempo
  • fui fortunato: eppure, alla disgrazia
  • è necessario ch'io mi pieghi. Salva
  • i nostri morti, abbi pietà di me,
  • abbi pietà di queste madri, prive
  • dei loro figli, sovra cui la bianca
  • vecchiezza incombe solitaria, e ardiscono
  • spingere il piede sopra estranea terra,
  • movendo a stento le lor membra antiche,
  • non peregrine ai misteri di DèmEtra,
  • bensí le salme a seppellir di quelli
  • dalle cui mani giovani sepolcro
  • avere esse doveano. Ed è saggezza
  • che l'uom felice volga gli occhi al povero,
  • ed il povero al ricco, ove la brama
  • di ricchezza lo prenda: agli infelici
  • badi, chi mai sventura non provò.
  • . . .
  • Il fabbro d'inni, i canti suoi creare
  • deve nel gaudio; e s'ei gaudio non prova,
  • se in cuor tristezza alberga, e come gli altri
  • allegrar mai potrà? Sarebbe assurdo.
  • Ma dir forse potrai: «Perché di Pelope
  • alla terra non pensi, e aggravi Atene
  • di tal fatica?». - Ed è giustizia ch'io
  • questo punto ti spieghi. è dura Sparta,
  • di costumi cangevoli, e del resto
  • piccola e fiacca: a tale impresa accingersi
  • la tua città sola potrebbe; ed occhi
  • essa ha per la miseria, e te possiede,
  • pastor giovane e buono; e assai città,
  • per la mancanza d'un pastore, prive
  • di buona guida, andarono in rovina.
  • CORO:
  • Ciò che quest'uomo disse, io ti ripeto.
  • Abbi, Teseo, pietà della mia sorte.
  • Teseo:
  • Con altri già contesi, per difendere
  • un mio concetto, e faticai. La somma
  • dei mali, alcun dicea, per l'uomo supera
  • quella dei beni; ma credenza io nutro
  • contraria ad essi: nelle umane cose
  • stimo che il ben soverchi il male: l'uomo,
  • se non fosse cosí, vivrebbe forse?
  • Io dò lode a quel Dio ch'ordine pose
  • alla vita dell'uom, ch'era confusa
  • prima, e ferina, la ragion pria dandoci,
  • poi la parola, dei concetti aralda,
  • e le voci distinte; e della spiga
  • il nutrimento; e con la spiga, l'acqua
  • che dal cielo stillando irrora i visceri
  • e i frutti nutre della terra; e poi
  • i ripari del verno, e come l'alido
  • schermir del cielo, e i legni, onde le terre
  • di quello onde han penuria fanno permuta.
  • E quello onde i mortali alcun indizio
  • non hanno, o chiara conoscenza, i vati,
  • guardando il fuoco, o i seni delle visceri,
  • o degli uccelli il vol, sanno predirlo.
  • Ora, quando tanti agi al viver nostro
  • dispose un Dio, non siamo insaziabili,
  • se cerchiamo di piú? Ma piú del Nume
  • poter vorrebbe l'intelletto umano,
  • e, in cuore accolta l'arroganza, saggi
  • piú degli Dei presumiamo d'essere.
  • E tu stesso appartieni a questa turba:
  • credesti ai Numi allor che, dall'oracolo
  • irretito di Febo, a genti estranee
  • desti le figlie, e una progenie pura
  • ad una torba mescolando, apristi
  • nella tua casa una ferita - il saggio
  • non deve unir con gl'innocenti i rei,
  • ma con le case benedette stringere
  • i parentadi: poiché il Nume vuole
  • che accomunate sian le sorti, e strugge
  • con le pene che al reo spettano, quanti
  • vivon col reo, sebben di colpa immuni -:
  • poi, quando a guerra tutta Argo adducesti,
  • ebbero i vati un bel cantare oracoli:
  • tu li spregiasti; e, trasgredito a forza
  • il volere dei Numi, Argo perdesti.
  • E ti lasciasti trascinar da giovani
  • che per ambizione aman le guerre,
  • e l'ingrandirsi in onta alla giustizia,
  • e i cittadini sterminano, l'uno
  • per divenire capitano, l'altro
  • per avere il potere e farne abuso,
  • l'altro per ammassare oro; e non bada,
  • se, facendo cosí, danneggia il popolo.
  • Ed io dovrei combattere al tuo fianco
  • come alleato? E qual ragione addurre
  • ai cittadini miei? Vattene in pace.
  • Se non sapesti a buon consiglio apprenderti,
  • muovi rampogna alla tua sorte, e vattene.
  • CORO:
  • Fallí: la colpa fu tutta dei giovani;
  • ma conviene perdono ora concedergli.
  • Adrasto:
  • Non io dei mali miei t'elessi giudice;
  • ma perché tu, signor, ne fossi medico,
  • siam qui venuti; e non perché, se colpa
  • mi si può far di qualche errore, tu
  • rimprovero o castigo a me ne dessi,
  • ma perché m'aiutassi. Ed or, se tu
  • non lo vuoi far, ch'io mi rassegni è d'uopo:
  • altro che far potrei? Su, vecchie, andiamo:
  • le glauche qui lasciam frondose rame
  • cinte di bende; e i Numi e questa terra
  • e, datrice di spighe alma, DemEtra,
  • e la luce del Sol, fede ci facciano
  • che a nulla ci giovò pregare i Numi.
  • Corifea:
  • . . .
  • che di Pelope fu prole: noi siamo
  • della terra Pelopia; e abbiam, da parte
  • di padre, un solo sangue. Or che farai?
  • Senza riguardo a ciò, dalla tua terra
  • scaccerai le vegliarde, e nulla avranno
  • di quanto esse chiedeano? Oh no! La fiera
  • trova rifugio nello speco, il servo
  • presso l'ara dei Numi; e la città
  • cui la tempesta travagliò, ripara
  • alla città: ché delle umane cose
  • nessuna v'è felice sino al termine.
  • Le madri incominciano ad alzarsi
  • CORO:
  • Muovi, tapina, su, di Persèfone sorgi dal sacro
  • suolo, alle sue ginocchia le mani protendi, e preghiera
  • fa' che dei nostri figli qui adduca le salme, o tapina,
  • dei figli miei caduti sott'esse le mura di Cadmo.
  • Alle ancelle
  • Ahimè, prendetemi, guidatemi, sostenetemi
  • le vecchie mie povere mani, dirigetemi.
  • Si trascinano ai piedi di Teseo
  • Per la tua gota, o caro, preclaro fra gli èlleni tutti,
  • io ti scongiuro, le tue ginocchia e le mani baciando,
  • abbi pietà di me, che supplice giungo, errabonda,
  • pei figli miei levando querele e funerëe nenie.
  • Deh, non lasciare, o figlio, ti prego, che senza sepolcro
  • giovani pari a te negli anni, ludibrio alle fiere
  • restino nella terra di Cadmo. Bagnato di pianto
  • questo mio figlio vedi. Prostrata dinanzi ti cado
  • cosí, perché tu faccia che ottengan sepolcro i miei figli.
  • Etra piange e si cuopre il viso, per nascondere le lagrime
  • Teseo:
  • Madre, perché con quei leggeri veli
  • nascondi il viso, e piangi? Ti commuovono
  • le lor misere grida? Un turbamento
  • anch'io sento nel cuore. Il capo bianco
  • solleva, non versar lagrime, quando
  • di Dèo sull'ara veneranda siedi.
  • Etra:
  • Ahimè!
  • Teseo:
  • Non gemer tu pei loro affanni.
  • Etra:
  • Misere!
  • Teseo:
  • Il loro mal tu non partecipi.
  • Etra:
  • Posso parlar pel ben d'Atene e tuo?
  • Teseo:
  • Sí: con senno le donne spesso parlano.
  • Etra:
  • Ma perplessa mi fa l'idea ch'io nutro.
  • Teseo:
  • Mal tu parli: agli amici il bene ascondere?
  • Etra:
  • Non taccio, no: ché poi rimproverarmi
  • non debba che fu il mio tristo silenzio.
  • L'antico detto, che sconviene a donna
  • un abile parlar, tanto sgomenta
  • non mi fa, ch'io repudi il ben ch'io penso.
  • E pria t'esorto che tu badi, o figlio,
  • che tu non erri, per tenere i Numi
  • in poco onore: in questo punto sbagli,
  • tu, che nel resto hai senno. Ove l'audacia
  • in favor degli oppressi adoperare
  • necessità non fosse, io di sicuro
  • avrei taciuto; ma per te d'onore
  • sarà cagione, ed io di consigliartelo
  • non temo, o figlio, se saprai costringere
  • col valor del tuo braccio i violenti
  • a conceder la tomba e i doni funebri
  • ch'essi or negano, ai morti, ed a desistere
  • da un uso tal che turba tutta l'Ellade:
  • ché salde le città restano, quando
  • con riguardo le leggi ognuno osserva.
  • Per la fiaccbezza del tuo braccio - alcuno
  • certo dirà - quando potevi cogliere
  • di fama un serto per Atene, tu
  • rinunciasti e temesti; e d'un selvaggio
  • apro lo scontro sostenesti, ch'era
  • ben misero cimento; e quando invece
  • conveniva guardar con ciglio intrepido,
  • nella prova di guerra, elmetti e cuspidi,
  • si vide ch'eri un vile. O figlio, no,
  • questo non fare: la tua patria vedi
  • che sconsigliata sia qualcun l'offende;
  • ma con che fiero piglio essa squadrare
  • sa chi l'oltraggia! E trova nel pericolo
  • la sua grandezza. Invece, le città
  • che nella calma oscuramente vivono,
  • velato anche lo sguardo hanno di tenebre
  • per la loro prudenza. A che non muovi
  • dei defunti in soccorso, e delle misere
  • donne, che, figlio mio, prece a te volgono?
  • Ed io non temo, nel veder che muovi
  • a giusta guerra, e che ventura al popolo
  • di Cadmo arride: al gioco di fortuna
  • gitteranno, lo so presto, altri punti:
  • ché capovolge un Dio tutte le cose.
  • CORO:
  • Bene per me, pel figlio mio, carissima,
  • parlasti; e ne otterrai duplice grazia.
  • Teseo:
  • I discorsi ch'io già feci, a proposito
  • di costui, sempre immoti, o madre, restano.
  • Il modo io dimostrai come in rovina
  • egli piombò pel mal consiglio. Eppure,
  • ciò che mi dici vedo anch'io: che al mio
  • costume non convien fuggir pericoli:
  • poiché compiute ho molte imprese, fama
  • è tra gli Elleni ch'io punire debba
  • sempre i malvagi; e, dunque, non m'è lecito
  • ai perigli sottrarmi. E che direbbero
  • quanti mi son nemici, allor che tu,
  • che partorito m'hai, che sempre trepidi
  • per la mia vita, ad affrontar m'esorti
  • questo travaglio? Ed io l'affronterò.
  • Andrò, riscatterò le salme: prima
  • con le parole; e, dove non bastassero,
  • per forza d'armi; e allora non sarà
  • contro il voler dei Numi. Adesso, occorre
  • che tutta Atene approvi; e quando io voglia,
  • approverà; ma piú benigno il popolo
  • avrò, se accordo la parola: io queste
  • genti del poter mio volli partecipi,
  • poi che uguale concessi a tutti il voto.
  • Or vado all'Assemblea: sarà soggetto
  • del mio discorso, Adrasto; e quando il popolo
  • avrò convinto, i giovani piú prodi
  • raccoglierò d'Atene, e tornerò.
  • Poi, starò in arme; ed a Creonte araldi
  • che richiedan le salme invierò.
  • Vegliarde, orsú, d'attorno alla mia madre
  • quelle bende togliete: io porger devo
  • alla sua mano la mia mano, e addurla
  • alla casa d'Egeo. Tristo quel figlio
  • che quale servo ai genitor non s'offra,
  • mutuo dono bellissimo: ché dona
  • l'uomo, e dai figli suoi poscia riceve
  • ciò che donato ai genitori egli ha.
  • Teseo parte conducendo con sé Etra
  • CORO:
  • Strofe prima
  • Argo, nutrice di corridori, suol di mia patria,
  • udite, udite le pie parole di questo principe,
  • ch'egli pronuncia, pei Numi, per la terra pelasgica,
  • e per la mia città.
  •  
  • Antistrofe prima
  • Deh, ch'egli al termine le mie sciagure portando, al vertice
  • recuperare possa le salme, cruento orgoglio,
  • delle lor madri. Per lui perenne la terra d'Inaco
  • riconoscenza avrà.
  •  
  • Strofe seconda
  • Per le città la pia fatica è fulgido
  • fregio, e grata memoria ognor ne dura.
  • Avrem da questi il patto d'amicizia?
  • Avranno i figli miei la sepoltura?
  •  
  • Antistrofe seconda
  • Le madri aiuta, fa' che non si macchino,
  • di Pallade città, le umane leggi:
  • tu la giustizia onori, e l'ingiustizia
  • repudi, e gl'infelici ognor proteggi.
  • Torna Teseo con un araldo
  • Teseo:
  • Il medesimo ufficio ognor tu presti
  • per Atene e per me: portar messaggi.
  • L'Asopo e l'acque dell'Ismèno or varca,
  • ed al superbo dei Cadmèi signore
  • parIa cosí: «Teseo ti chiede in grazia
  • che seppellir gli lasci i morti, e spera
  • tal favore ottener, poi che la terra
  • sua con la tua confina; e, in cambio, amica
  • ti sarà d'Erettèo tutta la gente».
  • Qualora acconsentir vogliano, tu
  • súbito torna: ove rifiuto oppongano,
  • aggiungi allor che la festosa schiera
  • dei miei soldati attendano. L'esercito
  • è tutto in punto, presso all'acque sante
  • del Callícoro, e pronto alla battaglia.
  • Appena seppe il mio volere, Atene,
  • di buon grado s'accinse a questa impresa.
  • Ehi, chi giunge a troncar le mie parole?
  • Sembra, ma non ne son certo, un araldo
  • di Tebe. Attendi tu. Forse i disegni
  • miei previene, e il viaggio a te risparmia.
  • Entra un araldo di Tebe
  • Araldo:
  • Il re dov'è di questa terra? A chi
  • di Creonte recar devo il messaggio,
  • che in Tebe ora ha il poter, poiché per mano
  • del fratel Polinice, alle settemplici
  • mura di Tebe innanzi Eteocle cadde?
  • Teseo:
  • Prima di tutto, da un error le mosse
  • hai prese, o forestier, quando in Atene
  • tu cerchi un re: qui non comanda un solo:
  • libera è la città: comanda il popolo,
  • con i suoi deputati, a turno eletti
  • anno per anno; e privilegio alcuno
  • non hanno i ricchi: ugual diritto ha il povero.
  • Araldo:
  • Tu m'hai concesso un punto di vantaggio,
  • come al giuoco dei dadi. La città
  • dalla quale son giunto, è governata
  • da un uomo sol, non da la folla. E alcuno
  • quivi non è che a ciance esalti il popolo
  • pel proprio lucro, e qua e là lo volga.
  • Tutti miele, costor, tutti lusinghe
  • son pria, che in danno poscia si convertono.
  • E con calunnie nuove allor nascondono
  • gli antichi falli, e alla giustizia sfuggono.
  • D'altronde, come mai potrebbe il popolo,
  • che guidare non sa neppure il proprio
  • raziocinio, reggere uno stato?
  • A insegnar tal dottrina, il tempo giova,
  • e non la fretta; e un povero bifolco,
  • anche se inculto non sarà, distolto
  • dal suo lavoro, agl'interessi pubblici
  • badare non potrà. Malanno grande
  • è per gli onesti, quando un uomo tristo
  • e venuto dal nulla, acquista credito,
  • e con le ciance sue dòmina il popolo.
  • Teseo:
  • è sottil questo araldo, e di parole
  • artefice sagace, anche se impronto.
  • Or, poiché tu proposta hai tale gara,
  • poiche m'inviti a tal disputa, ascoltami.
  • Nulla per un paese infesto è piú
  • d'un assoluto re. Qui, per primissima
  • cosa, leggi non son, per tutti uguali.
  • In propria casa un uomo sol detiene
  • le leggi, uno il potere; e l'uguaglianza
  • non c'è. Ma quando leggi scritte esistono,
  • ugual giustizia ottiene il ricco e il povero.
  • Il debole può allor, quando l'insultano,
  • rimbeccare il possente: allora il piccolo,
  • quando ha ragione, può vincere il grande.
  • Ecco che cosa è libertà: «Chi ha
  • qualche utile consiglio, e vuole offrirlo
  • alla città?». Chi se la sente, celebre
  • divien di colpo; e chi non se la sente,
  • se ne sta zitto. Uguaglianza piú
  • perfetta, esiste? E dove della terra
  • il popolo è sovrano, ivi si gode
  • d'aver nella città pronta una florida
  • gioventú; ma nemica invece un principe
  • assoluto la stima, e i piú gagliardi
  • uccide, e quanti ch'abbian senno reputa,
  • ché pel suo regno teme. E come, allora,
  • può divenir gagliarda una città,
  • se v'ha chi tronca, quasi a Primavera
  • spighe dal prato, ogni baldanza, e il fiore
  • dei giovani discerpa? Ed a che giova
  • agi e ricchezze procurare ai figli,
  • perché piú cresca del tiranno il lusso?
  • A che fanciulle costumate in casa
  • crescere, se sollazzo esser dovranno,
  • quand'ei lo voglia, del signore, a che
  • lagrime seminare? Oh, ch'io non viva,
  • se alcun mai debba violar mia figlia!
  • Con questi colpi i colpi tuoi rintuzzo.
  • Ma quale scopo a questo suol t'adduce?
  • Col tuo malanno qui giunto saresti,
  • se tu non fossi araldo: ché tu chiacchieri
  • piú del bisogno; e un messaggero, esporre
  • dovrebbe quanto gli fu imposto, e andarsene
  • alla piú spiccia. E d'ora in poi, Creonte
  • men loquaci di te ci mandi i nunzi.
  • CORO:
  • Ahimè, ahimè! Se la fortuna un dèmone
  • accorda ai tristi, come se dovessero
  • sempre aver buona sorte, insolentiscono.
  • Araldo:
  • Sia; parlerò. Quanto alla nostra disputa,
  • tu sei di ciò convinto, io del contrario.
  • Adesso io t'inibisco, e tutto il popolo
  • meco è di Cadmo, che s'accolga Adrasto
  • in questa terra; e s'egli pur v'è giunto,
  • pria che del Sol tramonti il raggio, sciogliere
  • devi l'incanto delle sacre bende,
  • e scacciarlo di qui, né con la forza
  • le salme devi riscattar: legame
  • non c'è che d'Argo alla città ti stringa.
  • Ché, se tu retta mi darai, la nave
  • della città potrai senza tempesta
  • governare; se no, grandi marosi
  • piomban di guerra già, su noi, su te,
  • sugli alleati tuoi. Bada che, irato
  • per le parole mie, tu che una libera
  • città governi, nel valor fidando
  • del braccio tuo, gonfiar troppo non debba
  • la tua risposta. è confidenza pessimo
  • mal, che l'ire accendendo al punto estremo,
  • molte città sospinse a guerra. E quando
  • nell'assemblea del popolo si mette
  • la guerra ai voti, nessun v'è che in conto
  • ponga la propria morte; e la sciagura
  • storna su gli altri ognor. Se invece, quando
  • vota la guerra, ognuno innanzi agli occhi
  • la guerra avesse, l'Ellade in rovina
  • mai non andrebbe per manía di guerre.
  • Eppure, ogni uomo il bene e il mal distingue,
  • e bene giudicar fra guerra e pace
  • sa, quanto questa sia miglior di quella.
  • Alle Muse la pace è dilettissima,
  • odiosa alle Furie; e l'opulenza
  • ama, e i pargoli belli; e noi gettiamo
  • tal bene, o stolti, e la ragion del forte
  • e la guerra eleggiamo, onde asserviti
  • son lo stato allo stato, e l'uomo all'uomo.
  • Ora i nemici spenti, a cui die' morte
  • la tracotanza, tu soccorri, e vuoi
  • ch'abbian riscatto e sepoltura. E dunque,
  • giusto non fu che Capanèo, dal folgore
  • arso, piombasse, ei che, la scala ai muri
  • appoggiando, giurò che presa avrebbe
  • Tebe, volesse o non volesse il Nume?
  • E non rapí, schiuso improvviso, il bàratro,
  • il vate degli augelli, e la voragine
  • non inghiottí la sua quadriga? E giacciono
  • presso alle porte gli altri duci, l'ossa
  • alle giunture han dai macigni infrante.
  • Or, di Giove piú saggio esser presumi,
  • dunque, o ammetti che i Numi a buon diritto
  • sterminano i malvagi. Un uom di senno
  • amare deve prima i figli, poi
  • i genitori, e poi la patria, e fare
  • che prosperi, e non già che sia distrutta.
  • Ben poco affida temerario duce,
  • temerario nocchiero; e saggio è l'uomo
  • che sa, quando bisogna, esser tranquillo.
  • E per me, la prudenza è pur coraggio.
  • CORO:
  • Bastò che Giove li punisse: offenderli
  • di tanta offesa, a noi mal si conviene.
  • Adrasto:
  • O scellerato!
  • Teseo:
  • Taci, Adrasto, frena
  • la lingua, e non voler parlare prima
  • di me: ché a me spedito, e non a te
  • fu questo araldo; e a me spetta rispondere.
  • E cònluto per primo il primo punto.
  • Non mi risulta che Creonte sia
  • il mio padrone, né che tanto sia
  • di me piú forte, da poter costringere
  • Atene al suo voler. Se ci lasciassimo
  • imporre, i fiumi risalir dovrebbero
  • alle sorgenti loro. Io, questa gara
  • provocata non ho, ché non irruppi
  • nella terra cadmèa, con questi supplici.
  • Senza far danni a Tebe, e senza pugne
  • micidiali addurre, io dar sepolcro
  • bramo alle salme degli eroi, difendere
  • una legge comune a tutti gli èlleni.
  • Che di men giusto in ciò? Se dagli Argivi
  • riceveste sopruso, ora son morti,
  • ché gl'inimici voi sconfitti avete,
  • con vostra gloria e con vergogna loro,
  • e trionfa giustizia. Or, consentite
  • che le lor salme sian rese alla terra,
  • che torni là donde alla luce venne
  • ogni elemento: all'ètere lo spirito,
  • e le membra alla terra: esse, perché
  • fosser l'albergo della nostra vita,
  • ci furono concesse; e poi le deve
  • chi le nutrí, recuperare. Quando
  • non seppellisci i morti, ad Argo pensi
  • danno recar? No, punto! A tutta l'Ellade
  • infliggi un colpo, se di tomba privi
  • tu lasci e degli onor debiti i morti.
  • Questa legge, se poi sancita fosse,
  • viltà consiglierebbe ai cuor piú forti.
  • Messaggi di minacce or tu mi rechi;
  • e poi sgomento avete che sotterra
  • scendano i morti? E di che mai temete?
  • Forse che quando sian laggiú, vi scavino
  • la terra sotto i piedi? Oppur che possano
  • negli anfratti del suol dar vita a figli
  • che vendichino i padri? Oh, sciocco sperpero
  • è di parole, il confutar sí tristi
  • sí maligni terrori. Oh, stolti, via,
  • considerate la miseria umana:
  • una lotta è la vita; e la fortuna,
  • chi l'ha prima, chi poi, chi l'ebbe già.
  • Ella in sollazzo vive ognor: ché il misero
  • l'esalta, che sollievo ai mali spera,
  • e, per timor che l'abbandoni l'aura
  • sua, la porta a le stelle il fortunato.
  • Tanto saper dunque bisogna, e senza
  • cruccio patir le offese lievi, e torti
  • non fare ad altri che alla patria nocciano.
  • Or come finirà? Concedi a noi
  • che vogliamo esser pii, dar sepoltura
  • ai corpi estinti; o ben si vede quale
  • sarà la fine: io là verrò, darò
  • sepolcro ai morti con la forza. Mai
  • detto sarà fra gli èlleni che a me,
  • che di Pandione alla città, l'antica
  • legge dei Numi giunse, e fu spregiata.
  • CORO:
  • Fa' cuor: se di giustizia il raggio salvi,
  • potrai fuggire il biasimo degli uomini.
  • Araldo:
  • Soggiunger posso una parola breve?
  • Teseo:
  • Parla, se vuoi: parole non ti mancano.
  • Araldo:
  • Non torrai d'Argo i figli al suolo d'àsopo.
  • Teseo:
  • Anche la mia risposta odi or, se vuoi.
  • Araldo:
  • Odo: a vicenda favellar conviene.
  • Teseo:
  • Li trarrò quindi, e li seppellirò.
  • Araldo:
  • Degli scudi affrontar dovrai la sorte.
  • Teseo:
  • Altri perigli molti affrontai già.
  • Araldo:
  • Forse il padre ti die' che tutti fiacchi?
  • Teseo:
  • I prepotenti: non m'appiglio ai buoni.
  • Araldo:
  • Troppo vi sobbarcate, Atene e tu.
  • Teseo:
  • Sí, molto si sobbarca, e molto prospera.
  • Araldo:
  • Vieni: t'aspettan le spartane cuspidi.
  • Teseo:
  • Qual può furia di guerra avere un drago?
  • Araldo:
  • Alla prova il saprai: troppo or sei giovane.
  • Teseo:
  • Tanto eccitarmi non potrai, che l'animo
  • pei tuoi vanti io mi crucci. Orsú, ripígliati
  • le vane ciance che portasti, e vattene
  • da questo suol, ché nulla si conclude.
  • Ora ogni oplíta muova, ogni guerriero
  • che dal carro combatta, e di sudore
  • stillando i morsi, verso il suol di Cadmo
  • spingan le bocche dei cavalli. Andrò
  • col ferro in pugno verso le settemplici
  • porte di Tebe, araldo io stesso. Tu
  • devi restare, Adrasto, e non confondere
  • la tua sorte e la mia. Novello duce,
  • a nuova guerra io movo col mio Demone.
  • Solo una cosa occorre a me: che i Numi
  • stiano con me, che la vittoria accordino.
  • Perché nulla il valor profitta agli uomini,
  • quando non ha propri alleati i Dèmoni.
  • CORO:
  • Strofe prima
  • A:
  • Che terror livido v'agita, o misere
  • madri dei miseri duci, lo spirito?
  • B:
  • Che nuovo innalzi, che nuovo gemito?
  • C:
  • Qual sorte avranno le genti di Pallade?
  • D:
  • La pugna, dici? O il tranquillo dibattito?
  • E:
  • Meglio sarebbe! Se, invece, belligere
  • stragi, se zuffe, se colpi che frangano
  • petti con alto strepito
  • suonar per la città
  • dovran, che dire, o misera,
  • potrei? Ché questa, mia colpa sarà!
  •  
  • Antistrofe prima
  • A:
  • Chi fu felice, felice lo serbino
  • le Parche: è questo l'ardire che m'anima.
  • B:
  • Tu certo giusti reputi i Superi.
  • C:
  • Chi, se non essi, ha la norma degli esiti?
  • D:
  • Spesso han giudizio diverso dagli uomini.
  • E:
  • Il tuo terrore di prima ancor t'agita.
  • Vendetta chiama vendetta, sterminio
  • chiama sterminio; i Superi
  • concedono agli umani
  • sollievo ai mali; e il termine
  • è d'ogni cosa nelle loro mani.
  •  
  • Strofe seconda
  • A:
  • Oh, di Tebe potessi al piano muovere
  • turrito, e del Callícoro lasciar l'onde celesti!
  • Se qualcuno dei Superi t'accordasse le piume,
  • alla città potresti gir dal duplice fiume:
  • dei tuoi cari la sorte vedere allor potresti.
  • C:
  • Qual destino, qual sorte
  • aspetta dunque il principe
  • di questa terra forte?
  •  
  • Antistrofe seconda
  • A:
  • Già l'invocammo, ed or di nuovo i Superi
  • invoco: nei pericoli è il primo baluardo.
  • O Giove, o tu che d'Ínaco fecondasti la figlia,
  • la giovenca, che origine fu di nostra famiglia,
  • con noi combatti, a noi volgi benigno il guardo.
  • D:
  • Di Tebe il fulcro, il raggio
  • tuo, sí ch'io l'arda, rendimi,
  • ed or gli è fatto oltraggio.
  • Giunge un messaggero
  • Messaggero:
  • Donne, vi reco assai grate novelle.
  • Primo, libero io son: ché prigioniero
  • fui nella guerra che le sette schiere
  • dei re defunti combatteron presso
  • l'acque di Dirce. La vittoria annuncio
  • poi di Teseo. Non far lunghe dimande.
  • Di Capanèo, dal fulmine di Giove
  • incenerito, un dei famigli io sono.
  • CORO:
  • Lieto è ciò che di te dici, o carissimo,
  • e di Teseo! Se salvo è pur l'esercito
  • d'Atene, in tutto il tuo messaggio è lieto.
  • Messaggero:
  • è salvo. E ciò che Adrasto dovea compiere
  • con gli Argivi, quand'ei mosse dall'ìnaco
  • contro i valli di Tebe, esso ha compiuto.
  • CORO:
  • Or, come a Giove un trofeo tale il figlio
  • d'Egeo levò, con gli alleati? Tu
  • ch'eri presente, chi non c'era allegra.
  • Messaggero:
  • Del sole i raggi scintillanti, indizi
  • certi dell'ora, già colpían la terra;
  • ed io, sovra una torre eccelsa, presso
  • le porte Elettre, asceso ero, e miravo.
  • E tre falangi a guerra armate io vidi.
  • In alto, sino al poggio Ismenio, come
  • lo udii chiamare, si stendeva tutta
  • la schiera degli opliti: all'ala destra,
  • lo stesso re, d'Egeo l'illustre figlio,
  • e intorno a lui, gli abitatori antichi
  • della terra cecropia. Ed i Parali,
  • di lance armati, presso il fonte d'Are.
  • Stavano i cavalieri ai lati estremi
  • schierati, uguali in numero; ed i carri,
  • d'Anfione presso al venerando tumulo.
  • L'esercito di Cadmo era schierato
  • dinanzi ai valli, i cavalieri contro
  • i cavalieri, e i carri contro i carri.
  • E disse a tutti di Teseo l'araldo:
  • «Tacete, o genti! O schiere dei Cadmèi,
  • udite: noi per dar sepolcro ai morti
  • venimmo qui, perché rispetto avesse
  • una legge comune a tutti gli èlleni,
  • non per brama di strage.» E nulla a questi
  • detti Creonte replicò, ma stette
  • muto, chiuso nell'armi. Incominciarono
  • la zuffa i guidator' delle quadrighe.
  • Spingono i carri, le due file passano
  • una oltre l'altra, e i combattenti posano,
  • che s'incontrino, a terra: i ferri incrociano
  • questi, e gli aurighi presso a loro spingono
  • nuovamente i puledri, alla battaglia.
  • Forbante allor, che ai cavalieri d'Attica
  • era preposto, e quelli che guidavano
  • lo stuol di Cadmo equestre, appena videro
  • il tumulto dei carri, s'impegnarono
  • nella battaglia anch'essi, or vincitori
  • ed ora vinti. Ed io tutto vedevo,
  • udivo tutto: ch'ero presso dove
  • s'azzuffavano i carri e i duci loro.
  • Ma degli orrori molti ch'io là scorsi,
  • non so qual prima io debba dire. Forse
  • la polvere, che al cielo in fitti vortici
  • si sollevava? O i corpi nelle redini
  • avvincigliati, e tratti qua e là,
  • e i rivoli del sangue, e chi cadeva,
  • e chi piombava, franto il carro, a guisa
  • di palombaro, con la testa in giú
  • al suol, con urto violento, e qui
  • fra i rottami del carro uscia di vita?
  • Come Creonte i cavalier' d'Atene
  • prevaler vide, lo scudo imbracciò,
  • e alla pugna balzò, pria che languisse
  • il coraggio nei suoi. Né, d'altra parte,
  • nell'inerzia poltrí Teseo, ma súbito,
  • strette l'armi lucenti, s'avventò.
  • Ed era un cozzo sol tutto l'esercito,
  • era un colpire, un cadere, un rivolgere
  • l'uno all'altro grandi urla eccitatrici:
  • «Picchia sodo! La lancia appunta contro
  • la gente d'Erettèo!» - Salde alla lotta
  • eran le schiere dei guerrieri nati
  • dai denti del dragone; e l'ala manca
  • nostra, piegava già: quelli cedevano
  • invece a dritta; e ugual pendeva l'esito.
  • E qui degno di lode il duce fu:
  • ché non ristette solamente a cogliere
  • della vittoria i frutti; ove cedevano
  • le sue schiere, si spinse, e un urlo alzò,
  • alto cosí, che n'echeggiò la terra.
  • «Figli, se non reggete di questi uomini
  • nati d'un drago all'aspra asta, è finita
  • la fortuna di Palla». In cuore ai nati
  • dalla roccia, cosí coraggio infuse.
  • Ed egli stesso, l'arma d'Epidauro,
  • la terribile clava in pugno stretta,
  • come una fionda la vibrava in giro
  • su le cervici e su le teste, e gli elmi
  • falciava, al par di spighe, al par di canne.
  • Furono infine, a stento, in fuga volti.
  • Ed io battei le mani, e grida alzai
  • di vittoria, e danzai. Quelli fuggirono
  • verso la porta. E in tutta la città
  • suonavan pianti ed ùluli di giovani
  • e di vegliardi; e tutti lo sgomento
  • addensava nei templi. E i muri facile
  • era varcar; ma i suoi contenne Teseo,
  • ché non ad espugnar Tebe, diceva,
  • ma le salme a cercare era venuto.
  • Un tale duce eleggere bisogna,
  • che nei perigli è valoroso, e aborre
  • il vulgo senza fren, che, quando prospera
  • volge la sorte, per brama d'ascendere
  • ai sommi gradi della scala, strugge
  • anche quel bene onde gioir poteva.
  • CORO:
  • Or che, contro ogni speme, un tal dí vidi,
  • ai Numi credo; e poi che il fio pagarono
  • quei crudi, men la sorte mia m'ambascia.
  • Adrasto:
  • O Giove, e come il senno proprio vantano
  • i miseri mortali? Essi dipendono
  • da te, l'opere loro tu determini.
  • Argo era nostra, rocca inespugnabile,
  • molti eravamo, e giovani e gagliardi
  • le braccia. E quando ci propose Eteocle
  • un giusto accordo, noi lo respingemmo;
  • e quindi venne la rovina nostra.
  • E poi, lo stolto popolo di Cadmo,
  • appena trionfò, simile al povero,
  • che, di colpo arricchito, insolentisce,
  • oltraggiò la giustizia; ed a sua volta
  • cadde in rovina. Oh dissennata gente,
  • che troppo l'arco tendi, e assai dolori
  • poi Giustizia v'infligge, ed agli amici
  • negate fede, e sol credete ai fatti!
  • E voi, città che i vostri guai potreste
  • con le parole superare, e invece
  • non le parole, ma le stragi usate
  • a sciogliere i contrasti! Ora però
  • ciò non importa. Come ti salvasti
  • narrami prima, e poi ti chiedo il resto.
  • Messaggero:
  • Quando il tumulto della guerra invase
  • la città, dalle porte ove irrompeva
  • l'esercito fuggiasco, uscii da Tebe.
  • Adrasto:
  • Le salme onde la pugna arse, recate?
  • Messaggero:
  • Sí, delle sette illustri schiere i duci.
  • Adrasto:
  • Come? E la turba ov'è degli altri estinti?
  • Messaggero:
  • Del Citeron presso alle valli giacciono.
  • Adrasto:
  • Da quale parte? E chi scavò le fosse?
  • Messaggero:
  • Teseo, dove ombre effonde il Sasso Elèutero.
  • Adrasto:
  • E dove i non sepolti hai tu lasciati?
  • Messaggero:
  • Presso: ché presso chi s'affretta è ognora.
  • Adrasto:
  • Penâr, dal sangue a raccattarli, i servi?
  • Messaggero:
  • Non attese alcun servo a tal travaglio.
  • Adrasto:
  • Ebbe cura di ciò Teseo medesimo?
  • Messaggero:
  • Con quanto amore, dir lo può chi vide.
  • Adrasto:
  • Dunque le piaghe egli lavò dei miseri?
  • Messaggero:
  • E i corpi ricoprí, distese i letti.
  • Adrasto:
  • Dura bisogna e repugnante fu.
  • Messaggero:
  • Perché? Miserie son comuni agli uomini.
  • Adrasto:
  • Ahimè! Fossi con loro anch'io caduto!
  • Messaggero:
  • Vano è il tuo lagno; e queste al pianto provochi.
  • Adrasto:
  • Esse, mi sembra, a me ne son maestre.
  • Ma via, la man protendo ora, per fare
  • onore ai morti, e i lagrimosi carmi
  • d'Averno intono, a salutar gli amici
  • onde fui privo, e solo ora li lagrimo.
  • Ché questo bene sol non si recupera,
  • quando perduto fu: l'anima umana.
  • Le ricchezze, c'è via che si ristorino.
  • CORO:
  • Strofe prima
  • Ahimè, come col mal commisto è il bene!
  • Pei duci dell'esercito
  • duplice fu l'onor della vittoria:
  • tutta una gloria è Atene.
  • Ma dei figli veder le membra esanimi,
  • quanto amaro è per me! Lieta è la vista
  • d'un dí ch'io non pensai dovesse sorgere;
  • e insieme il cruccio piú fiero m'attrista.
  •  
  • Antistrofe prima
  • Senza nozze serbate ognora, e sole
  • ci avesse il tempo, il vecchio
  • padre dei giorni, sino a questo termine!
  • Che mi giovò la prole?
  • E quale ambascia, se di nozze ai vincoli
  • sfuggivo, mi colpia maggior di questa?
  • Or lo vedo ben chiaro: i figli perdere,
  • è piú d'ogni altra sciagura funesta.
  • Ma i corpi già vedo che giungono
  • dei figli defunti. Oh me misera,
  • ché non posso morir coi miei figli,
  • e con essi discendere all'Ade!
  • Adrasto:
  • Strofe seconda
  • Madri, levate i gemiti,
  • piangete quei che spenti
  • sotto la terra giacciono: rispondano
  • i vostri ai miei lamenti.
  • CORO:
  • O figlio, figlio caro,
  • a te si volge, a te che giaci esanime,
  • il mio saluto amaro.
  • Adrasto:
  • Tristo me!
  • Corifea:
  • Trista me, quale sciagura!
  • Adrasto:
  • Ahi, me tapino!
  • Corifea:
  • Lagrime spargo!
  • Adrasto:
  • Patimmo, ahimè...
  • Corifea:
  • La doglia d'ogni doglia piú dura.
  • Adrasto:
  • Non vedete la mia misera sorte,
  • o cittadini d'Argo?
  • Corifea:
  • Volgere anche su me possono il ciglio
  • ché priva io son del figlio.
  • Adrasto:
  • Antistrofe seconda
  • Recate qui le misere
  • salme, di stragi rosse.
  • Indegni i colpi, indegna fu la causa
  • onde la gara mosse.
  • Corifea:
  • Fate, fate che appressi
  • il mio figlio al mio sen, ché le mie braccia
  • lo stringano d'amplessi!
  • Adrasto:
  • Prendili!
  • Corifea:
  • è troppo il duolo che mi preme.
  • Adrasto:
  • Ahimè!
  • Corifea:
  • Non parli dei figli miei?
  • Adrasto:
  • Uditemi...
  • Corifea:
  • D'entrambi la doglia or piangi insieme.
  • Adrasto:
  • Ché non mi stese morto nella polvere
  • lo stuolo dei Cadmèi!
  • CORO:
  • Deh, se mai non avessi asceso, o figlio,
  • il nuzial giaciglio!
  •  
  • Adrasto:
  • Epodo
  • O madri sventurate,
  • questo di mali pelago mirate.
  • CORO:
  • Segnam sui visi dell'unghie le impronte,
  • spargiamo polvere sovra la fronte.
  • Adrasto:
  • Ahimè, ahimè!
  • Deh, m'inghiottisse il suolo,
  • Deh, la procella mi sperdesse a volo!
  • Deh, sopra il capo mio
  • scoscendesse di Giove l'ardente folgorio!
  • Corifea:
  • O amare di tue figlie
  • nozze, o responsi amari
  • che Apòlline ti die'.
  • L'Erinni ognor vaga di pianto, i lari
  • lasciò d'Edipo, e si rivolse a te.
  • Entra Teseo
  • Teseo:
  • Interrogar, mentre lamenti alzavi
  • per le schiere perdute, avrei bramato;
  • ma freno posi alle parole; e interrogo
  • adesso Adrasto. Come mai costoro
  • tanto per il coraggio insigni furono
  • fra i mortali? Tu dillo a questi giovani
  • ateniesi, ché tu ben lo sai,
  • ché sei facondo. L'ardimento ond'essi
  • prender Tebe credean, lo vidi, piú
  • che non si dica, fu grande. Una sola
  • cosa non chiederò, per non far ridere
  • a le mie spalle: contro chi ciascuno
  • d'essi stie' nella pugna, e da che mano
  • il colpo s'ebbe che l'uccise. Fatui
  • sono tali discorsi, a farli, a intenderli;
  • come di chi nella battaglia, quando
  • fitte dinanzi a lui volano l'aste,
  • dire vi sa precisamente chi
  • si comportò da valoroso. Simili
  • particolari non saprei richiederli,
  • né se qualcun narrarli ardisse, crederli.
  • Chi sta di fronte agl'inimici, appena
  • quello che giova a lui potrà distinguere.
  • Adrasto:
  • Ascolta allor: ché pronunciar m'è caro
  • l'elogio che m'affidi; e il vero e il giusto
  • m'udrai parlare degli amici miei.
  • Vedi costui trafitto da un alato
  • impetuoso dardo? è Capanèo.
  • Molto ricco egli fu; ma non mai gonfio
  • di sue ricchezze, né superbo piú
  • d'un poverello. Ed aborria chi troppo
  • la mensa impingua, e sprezza il viver parco.
  • Il ben, soleva dire ei, non consiste
  • nell'impinzare l'epa; e il poco basta.
  • Ed amico sincero era agli amici
  • presenti ed agli assenti, e non ne trovi
  • molti, fatti cosí, senza menzogna.
  • Labbro a benignità pronto; e parola
  • ai suoi concittadini, ai suoi famigli
  • non diede mai, che poi non la compiesse.
  • Or del secondo parlo, Eteocle. Furono
  • altre le doti sue. Negli anni giovani
  • visse in povero stato, e molti onori
  • in Argo riscoteva. Ed oro spesso
  • gli offrian gli amici; ed egli, in casa accoglierlo
  • non volle mai, ché poi, costretto al giogo
  • delle ricchezze, non rendesse schiavi
  • i suoi costumi; e non Argo, ma quanti
  • fallivano, odiava; e non ha colpa,
  • diceva una città, per la tristizia
  • di chi la regge; e pur n'ha mala fama.
  • Ippomedonte è il terzo. Ei, da fanciullo,
  • subito rinunciò con fermo cuore
  • delle Muse ai piaceri, al viver molle.
  • E pei campi abitando, esercitandosi
  • a dura disciplina, e compiacendosi
  • d'ogni opera viril, cacciando fiere,
  • agitando cavalli, archi tendendo,
  • rendeva alla sua patria utile il corpo.
  • è d'Atalanta cacciatrice il figlio
  • l'altro, Partenopèo, che fu garzone
  • bellissimo di membra. Era d'Arcadia;
  • ma su l'Inaco venne, ed allevato
  • in Argo fu. Qui fu nutrito, e mai,
  • come s'addice agli ospiti, non fu
  • oggetto d'ombra o di fastidio, mai
  • le liti non amò, che inviso rendono
  • piú d'ogni cosa il cittadino e l'ospite.
  • Parte facea di nostre schiere, come
  • fosse un argivo, e difendea la patria.
  • E, se fortuna ci arridea, gioiva,
  • nei tristi eventi era crucciato. Molti
  • per lui d'amore ardeano, e maschi e femmine:
  • solo ei badava a non cadere in fallo.
  • Con brevi motti di Tidèo farò
  • un grande elogio. Insigne egli non fu
  • per l'eloquenza: la sua gran dottrina
  • era nell'armi; e qui molte scoperte
  • ingegnose faceva. A Meleagro
  • fratello suo cedea per senno; ma
  • nell'arte della lancia uguale nome
  • s'era formato; ché sottile artefice
  • era, ed era lo scudo la sua cétera.
  • Cuore vago d'onor; ma la sua mira
  • volgeva ai fatti, e non alle parole.
  • Or che ho parlato, non meravigliare,
  • Teseo, se questi innanzi a Tebe ardirono
  • affrontare la morte. Egregi sensi
  • l'esser cresciuto a egregia scuola ispira.
  • Chi crebbe a nobili opere, si pèrita
  • di mostrarsi codardo: anche il coraggio
  • s'insegna: ascolta il pargolo, ed apprende
  • quello che ignora; e quanto allor s'apprende,
  • poi si mantiene sino ai piú tardi anni.
  • Dunque, bene educar conviene i figli.
  • CORO:
  • Il vitale alimento,
  • figlio, io t'ho dato, misera,
  • in grembo io t'ho portato, io delle doglie
  • ho patito il tormento.
  • E adesso, l'Ade accoglie
  • le mie fatiche, o povera
  • me, né mi resta chi sostegno dia
  • alla vecchiaia mia.
  • Teseo:
  • Il figlio d'Oiclèo prode, nei bàratri
  • del suolo, vivo ancor gli Dei rapirono
  • con la quadriga, e assai d'onor gli fecero.
  • D'Edipo il figlio, Polinice, dico,
  • esaltar lo potrei senza menzogna,
  • ch'egli ospite mi fu, pria che partisse
  • da Tebe, volontario esule, e ad Argo
  • fuggisse. Or, sai che vo' far di costoro?
  • Adrasto:
  • Sola una cosa io so bene: ubbidirti.
  • Teseo:
  • Capanèo, che colpito fu da Giove...
  • Adrasto:
  • Vuoi, come sacro, seppellirlo a parte?
  • Teseo:
  • Appunto. E gli altri tutti in un sol rogo.
  • Adrasto:
  • Dove porrai questo solingo tumulo?
  • Teseo:
  • Qui sorgerà, vicino a questo tempio.
  • Adrasto:
  • Tale fatica ai servi spetterà.
  • Teseo:
  • Ma questi a noi: s'appressino le salme.
  • Adrasto:
  • Presso ai figli venite, o madri misere.
  • Teseo:
  • Non sono, o Adrasto, i tuoi detti opportuni.
  • Adrasto:
  • Vuoi che le madri i figli non abbraccino?
  • Teseo:
  • Sfigurati cosí? Morte cadrebbero.
  • Adrasto:
  • Sí: piaghe e sangue sono amara vista.
  • Teseo:
  • Perché vuoi dunque la lor doglia accrescere?
  • Adrasto:
  • Hai vinto. E a voi con pazienza attendere
  • conviene: ché Teseo bene ha parlato.
  • Quando li avrem posti sul rogo, allora
  • l'ossa raccoglierete. O miseri uomini,
  • perché l'armi impugnate, e gli uni agli altri
  • morte infliggete? Or desistete, bastino
  • questi travagli, e le città reggete
  • in pace, e pace abbiano gli altri. Il termine
  • di vita è breve, e meglio val trascorrerlo
  • senza crucci, affrontarlo agevolmente.
  • CORO:
  • Strofe prima
  • Madre felice piú non sono, figlio
  • piú non ho: me tra le madri prolifiche
  • Argo piú non addita;
  • e Artemide, parole
  • non rivolge alle madri orbe di prole.
  • è trista la mia vita,
  • come errabonda nuvola, che investa
  • di nembi una tempesta.
  •  
  • Antistrofe prima
  • Noi, sette madri, demmo vita, o misere,
  • a sette figli, quei che celeberrimi
  • erano fra gli Argivi.
  • E senza figli adesso
  • ai tristissimi giorni ultimi appresso.
  • Nel numero dei vivi
  • già piú non sono; e dalle genti morte
  • m'esclude la mia sorte.
  •  
  • Epodo
  • Mi restano le lagrime
  • sole: del figlio mio sol nella casa
  • restano le memorie:
  • la chioma a lutto rasa,
  • le libagioni dei defunti, e i cantici
  • cui non gradisce Apòlline.
  • Surta all'alba fra gli ùluli,
  • le pieghe del mio manto
  • molli sovra il mio sen farò di pianto.
  • Il corteo esce, seguito da Adrasto. Dei servi alzano la pira di Capanèo accanto al tempio, sotto la rupe
  • CORO:
  • Le stanze già vedo che attendono
  • Capanèo, vedo il tumulo sacro,
  • e, fuori del tempio,
  • le pire che ai morti innalzò
  • Teseo. Vedo pure la sposa
  • dell'eroe sterminato dal fulmine,
  • Evadne, che figlia fu d'Ifi
  • sovrano. Perché su la roccia
  • che eterea si leva sul tempio,
  • salí? Perché scelse quel tramite?
  • Sulla sommità della rupe appare Evadne, in abiti festivi
  • Evadne:
  • Strofe
  • Che fulgore dal cocchio
  • suo diffondea, che raggio,
  • Elio quel dí per l'ètere,
  • e Selène, che il lume nel rapido viaggio
  • spingendo, fra le tenebre
  • cavalcava, quel dí che l'imenèo
  • Argo intonava, e i fausti
  • voti per me, pel celebre
  • mio sposo Capanèo
  • insigne nel fulgor dell'armi bronzee!
  • A te, come delira
  • Mènade, dalla mia casa or precipito,
  • la fiamma della pira
  • cercando, ed una fossa
  • dove i dolor' miei cessino,
  • dove finir la vita grama io possa.
  • Perché, quando si muoia
  • coi nostri cari, se tal sorte un Demone
  • ha segnata per noi, la morte è gioia,
  • Corifea:
  • La pira è questa, vedila, che sopra
  • le muovi, a Giove sacra, ove il tuo sposo
  • giace, abbattuto dal baglior dei folgori.
  • Evadne:
  • Antistrofe
  • Io vedo, io vedo il termine
  • a cui mi trovo: il passo
  • mio la fortuna vigila.
  • Ora, per la mia gloria, giú da questo ermo sasso
  • balzerò con un lancio
  • giú nella pira; nel baglior del rogo,
  • il corpo al dilettissimo
  • consorte unendo in cenere
  • in un sol luogo,
  • scenderò nelle stanze di Persèfone.
  • Fido l'animo mio
  • ti sarà piú, nei regni sotterranei.
  • O nozze, o luce, addio!
  • Deh, simili giacigli
  • di giuste nozze, possano
  • trovare in Argo i figli!
  • D'insolubili nodi
  • cosí confuso il padre a una magnanima
  • consorte fu, con aure senza frodi.
  • Corifea:
  • Ecco tuo padre, il vecchio Ifi, che appressa
  • a udir le tue nuove parole. Ancora
  • le ignora; e a udirle, lieto non sarà.
  • Entra Ifi, senza accorgersi subito della figliuola
  • Ifi:
  • O sciagurata, e sciagurato me
  • vecchio, che giungo, un duplice recando
  • lutto dei miei parenti: ché d'Eteocle
  • spento dall'armi dei Cadmèi, la salma
  • in patria voglio ricondurre; e cerco
  • la figlia mia, di Capanèo la sposa,
  • che sparí d'improvviso, che fuggí
  • via dalla casa: ché morir bramava
  • col suo consorte. E ben guardata in casa
  • dapprima fu; ma poi che le sventure
  • fecero sí che meno io le badassi,
  • fuggí. Ma se c'è luogo ove trovarla,
  • è questo, io penso. Or voi, l'avete vista?
  • Evadne:
  • Lo chiedi a queste? O padre, a mo' d'augello,
  • di Capanèo sul rogo, ecco, io mi libro
  • da questa rupe, con infausto volo.
  • Ifi:
  • Quale aura mai, qual tramite, qual causa,
  • dalla tua patria a questo suol t'addusse?
  • Evadne:
  • Ira concepiresti, udendo, o padre,
  • i miei disegni; e vo' che tu l'ignori.
  • Ifi:
  • Devo ignorarli, e son tuo padre? è giusto?
  • Evadne:
  • Farne tu non potresti equo giudizio.
  • Ifi:
  • Perché son tanto le tue vesti adorne?
  • Evadne:
  • A gloria aspira questo adornamento.
  • Ifi:
  • Non sembri in lutto pel tuo sposo, no!
  • Evadne:
  • Perché sono disposta a nuova impresa.
  • Ifi:
  • E alla fossa e alla pira allor t'appressi?
  • Evadne:
  • Sí, ché la mia vittoria ivi otterrò.
  • Ifi:
  • Chi vincerai? Lo vorrei pur sapere.
  • Evadne:
  • Le donne tutte, quante il sol ne vede.
  • Ifi:
  • Nell'opere d'Atena? O per saggezza?
  • Evadne:
  • Per valor: ch'io morrò col mio consorte.
  • Ifi:
  • Che dici? Quale esprimi orrido enigma?
  • Evadne:
  • Di Capanèo mi lancerò nel rogo.
  • Ifi:
  • Figlia, non dir tal motto, innanzi a tanti!
  • Evadne:
  • Questo io vo', che gli Argivi tutti l'odano.
  • Ifi:
  • Ma non io patirò che tu l'effettui.
  • Evadne:
  • Non val: ché sopra me la mano stendere,
  • cogliermi non potrai: vedi ch'io già
  • piombo; e non tu, ma io, lo sposo mio,
  • ch'arso meco sarà, gioia ne avremo.
  • Si precipita
  • CORO:
  • Orrendo l'atto, ch'hai, donna, ardito!
  • Ifi:
  • Figliuole d'Argo, ahimè, sono finito!
  • CORO:
  • Ahi le tue pene sono terribili!
  • Lo scempio piú d'ogni altro orrido hai visto.
  • Ifi:
  • Trovar non ne potresti uno piú tristo.
  • CORO:
  • Ahimè tapino!
  • tu stesso, o vecchio, e la mia patria misera
  • partecipaste d'Edipo il destino.
  • Ifi:
  • Ahimè, perché non è concesso agli uomini
  • esser due volte giovani, e due volte
  • vecchi? Se cosa v'è che nelle leggi
  • proceda male, noi possiam correggerla
  • con riforme novelle; ma correggere
  • l'età, non è concesso. Ove potessimo
  • due volte essere giovani, e due vecchi,
  • se un uom fallisse, ov'egli avesse duplice
  • la vita, riparar potrebbe al fallo.
  • Io, cosí, nel veder gli altri che avevano
  • figli, figli bramavo, e mi struggevo
  • nel desiderio. Ov'io già fatto avessi
  • prova, che cosa per un padre sia,
  • esser privo dei figli, al male d'ora
  • non sarei giunto, che al miglior dei figli
  • diedi spirito e vita, ed or l'ho perso.
  • Ed ora, che potrò fare, me misero?
  • Alla mia casa ritornar? Non veggo
  • altro colà che immensa solitudine,
  • desolato cordoglio. Oppure ai tetti
  • di Capanèo? Dolcissimo soggiorno
  • eran per me, quando vivea la figlia.
  • Ma viva or non è piú, lei che le labbra
  • sempre accostava alla mia gota, e il capo
  • mi stringea fra le palme. A un vecchio padre
  • nulla è piú dolce d'una figlia. L'anime
  • dei figli, grandi sono piú; ma dolci
  • meno, ed han meno di lusinga. Orsú,
  • quanto sia prima, a casa conducetemi,
  • rinchiudetemi al buio; e nel digiuno
  • il corpo mio quivi io distrugga e spenga.
  • Prender l'ossa del figlio, a che mi giova?
  • Come t'odio, o vecchiaia ineluttabile,
  • come odio quei che prolungare bramano
  • la vita, e con pozioni e droghe e incanti
  • svian, per non morir, di sorte il tramite!
  • E invece, quando alla lor patria inutili
  • sono, morire, andare alla malora
  • dovrebbero, e sgombrar la strada ai giovani.
  • Parte
  •  
  • Rientrano in scena Teseo, Adrasto e i figli degli eroi, che
  • portano ciascuno l'urna con le ceneri del padre
  • CORO:
  • Ahimè!
  • Ecco i lugubri resti, ecco l'ossa
  • dei figliuoli defunti. O ministre
  • dell'affranta vegliarda, prendeteli!
  • Non ha forza ella piú, pel cordoglio
  • dei figliuoli. Assai tempo ha vissuto,
  • s'è distrutta fra i crucci e le lagrime.
  • Qual tormento piú acerbo potresti
  • trovar fra i mortali,
  • che vedere dei figli la morte?
  • Fanciulli:
  • Strofe prima
  • O madre, o madre misera,
  • del genitore io reco il corpo esanime;
  • piú grave il peso i crucci miei ne rendono:
  • in breve spazio io reco ogni mio bene.
  • CORO:
  • Ahimè, ahimè!
  • Figlio, tu rechi lagrime
  • alle madri dei miseri!
  • Conversi in poca cenere
  • i corpi degli eroi rechi a Micene.
  • Fanciulli:
  • Antistrofe prima
  • Non hai, non hai piú figlio.
  • Ed io, lungi da te, padre, che il vivere
  • mi desti, nella casa deserta, orfano
  • viver dovrò: ché tu, misero, giaci.
  • CORO:
  • Ahimè, ahimè!
  • Dove sono gli spasimi
  • dei parti, e di mie viscere
  • il frutto, e le vigilie,
  • e le cure materne, e i dolci baci?
  • Fanciulli:
  • Strofe seconda
  • Vaniti sono, piú non sono, o misero
  • padre, vaniti!
  • CORO:
  • Sono in grembo all'ètere,
  • sul rogo il fuoco li ha disfatti in cenere,
  • verso l'Averno s'affrettano a volo.
  • Fanciulli:
  • Padre, dei figli tuoi non odi i gemiti?
  • Deh, possa un dí, lo scudo al braccio, accorrere...
  • CORO:
  • A vendicarlo? Deh, fosse, o figliuolo!
  • Fanciulli:
  • Antistrofe seconda
  • Se vuole un Dio, potrà vendetta giungere.
  • CORO:
  • Non è sopito ancora, questo scempio.
  • Bastano le sciagure, bastan gli ùluli,
  • bastano i crucci ond'è il mio cuore afflitto.
  • Fanciulli:
  • Deh, possa un dí, sul luccicchío dell'àsopo,
  • chiuso nell'armi, a capo dei Danàidi...
  • CORO:
  • vendetta far del padre mio trafitto.
  • Fanciulli:
  • O padre mio, sempre te vede il ciglio...
  • CORO:
  • quando soave ti baciava, o figlio.
  • Fanciulli:
  • Il caro ammonimento
  • della tua voce, lo rapisce il vento.
  • CORO:
  • è doppio il cruccio: ambasci la materna
  • anima: e in te sarà la doglia eterna.
  • Fanciulli:
  • è tanto il peso, ch'io già vengo meno.
  • CORO:
  • Dammi il cenere, ch'io lo stringa al seno.
  • Fanciulli:
  • Odo le tue parole
  • amarissime, e piango, e il cuor mi duole.
  • CORO:
  • Piú non ti rivedrò, caro ornamento
  • della tua madre: figlio mio, sei spento.
  • Teseo:
  • Vedete, o Adrasto e argive donne, i figli
  • che nelle mani recano le salme
  • dei padri lor, da noi recuperate.
  • Dono a voi ne facciamo Atene ed io;
  • e voi memori sempre esser dovete,
  • del favor che impEtraste, esserne grati,
  • e ciò ch'io dico a voi, ridire ai figli:
  • che venerino Atene, e la memoria
  • trasmettano del ben che qui trovaste,
  • di figlio in figlio. E Giove consapevole
  • e tutti i Numi dell'Olimpo sono
  • dei benefici onde l'onor qui aveste.
  • Adrasto:
  • Consci siamo, Teseo, di tutto il bene
  • ch'ebbe da te, quando bisogno piú
  • ne avea, l'argiva terra. Eternamente
  • grati saremo a te: voi generosi
  • foste: e rimeritarvi, obbligo è nostro.
  • Teseo:
  • Altro ufficio da me v'occorre ancora?
  • Adrasto:
  • Salute! Atene e tu degni ne siete.
  • Teseo:
  • Grazie: e l'augurio stesso a te rivolgo.
  • Appare Atena
  • Atena:
  • Quello che tu per l'utile d'Atene
  • or devi fare, odi, o Teseo, da Pallade.
  • Non consegnar, non cedere quest'ossa
  • sí di leggeri ai figli, che le rechino
  • al suolo d'Argo. Dei travagli in cambio
  • che tu, che Atene sopportaste, prima
  • un giuramento esigi. E Adrasto deve
  • prestarlo; egli è sovrano, e per la terra
  • tutta dei Dànai può giurare. E il giuro
  • tale sarà: che mai su questa terra
  • non porteranno infeste armi gli Argivi;
  • e quando altri la invada, impugneranno
  • contro esso l'asta. E dove il giuro obliino,
  • e contro la città muovano, impreca
  • la mala fine su la terra argiva.
  • E ascolta adesso dove a te conviene
  • le vittime sgozzare. Esiste un tripode
  • dal bronzeo pie', nella tua casa: un giorno
  • Ercole a te lo die', che a nuova impresa
  • moveva, poi che Troia ebbe distrutta,
  • e t'ingiunse che presso all'ara pítica
  • tu lo ponessi. Taglia qui tre gole
  • di tre pecore, e incidi i giuramenti
  • del tripode nel grembo; e poi consegnalo,
  • ché lo conservi, al Dio signor di Delfo,
  • monumento dei giuri, e testimonio
  • per gli Elleni. E la spada onde recise
  • avrai le gole, e sparso il sangue, presso
  • ai sette roghi degli eroi defunti
  • nascondila sotterra. Essa, ove mai
  • movano contro Atene, al sol mostrarla,
  • terrore in essi infonderà, ben tristo
  • ritorno ad essi appresterà. - Ciò fatto,
  • consenti pur che via le salme rechino.
  • E questo luogo, ove le salme furono
  • purificate nelle fiamme, presso
  • il trivio della Dea, su l'Istmo, lascialo
  • deserto. A te ciò dico. E dico ai figli
  • degli Argivi: poiché giunti sarete
  • a pubertà, per vendicar la morte
  • dei padri spenti, a sacco la città
  • dell'Ismeno porrete. E tu sarai,
  • invece di tuo padre, Egialèo,
  • giovin duce alle schiere; e dall'Etolia
  • il figlio di Tidèo verrà, che il padre
  • chiamar soleva Diomede. E attendere
  • non dovete che il mento a voi s'imbruni,
  • ma pria muover le schiere dei Danàidi
  • gravi di bronzo contro la turrita
  • città di Tebe dalle sette porte.
  • Feroci come di leoni cuccioli
  • già fatti adulti, contro lor sarete,
  • espugnerete Tebe: è tale il fato.
  • Detti sarete tra gli Elleni epígoni,
  • vi canteranno i vati: una tal gesta
  • compiuta avrete col favor dei Numi.
  • Teseo:
  • Signora Atena, ai tuoi detti obbedisco.
  • Sopra il giusto sentier, perché non erri,
  • tu mi dirigi. Stringerò costui
  • coi giuri; e tu su la via dritta guidami.
  • Ché in Atene, se tu ci sei benevola,
  • potremo, d'ora in poi, sicuri vivere.
  • CORO:
  • Adrasto, or moviamo, prestiamo
  • il giuro a quest'uomo e ad Atene:
  • per noi tali gesta compierono
  • che a noi venerarli conviene.
  • Escono tutti