Euripide

Ifigenia in Aulide

Questa tragedia venne rappresentata ad Atene postuma, nel 406 o nel 405, congiuntamente alle Baccanti. Trama ben conosciuta dal pubblico greco, affrontata anche da Eschilo e da Sofocle. La sua innovazione fu l’introdurre un livello di orrore e di sentimento che non avevano precedenti nelle precedenti tragedie.

I venti avversi bloccano la grande flotta ellena in Aulide: se si vuole partire alla volta di Troia bisogna sacrifica una vergine. Agamennone, senza cuore, decide che la vergine da sacrificare debba essere sua figlia e la fa chiamare con il pretesto che la vuole far maritare con Achille.

Giungono al campo Clitemnestra, moglie e madre, il figlioletto Oreste e la giovane Ifigenia che raggiante corre incontro ad Agamennone per ringraziarlo di un così bel matrimonio.

Giunge Achille e si scatena il putiferio: non solo non esiste alcun matrimonio in vista per lei ma l’intero esercito anela la sua morte. La figlia si getta ai piedi del padre e prega per la sua salvezza, Clitemnestra, stranamente risentita per l’onore concesso alla figlia di salvare da sola l’intera campagna militare, accusa di barbarie il marito e chiede ad Achille, incollerito a sua volta, di sposarla realmente per sottrarla al destino fatale. Ma Ifigenia raddrizza la schiena, si fa forza e decide di andare fiera incontro al suo destino.

All’arrivo dei soldati gli impedisce di toccarla e con grazia divina si reca sulle sue gambe alla pira sacrificale, ma al momento topico scompare e viene rimpiazzata da una cerva inviata da Artemide a prendere il suo posto.

  • PERSONAGGI:
  • Agamennone
  • Vecchio Servo
  • Menelao
  • Clitemnestra
  • Ifigenia
  • Achille
  • Araldo
  • CORO
  •  
  • La scena rappresenta il campo degli Achei in aulide.
  • Agamennone esce dalla tenda, e chiama un vecchio servo
  •  
  • Agamennone:
  • O vecchio, vien qui, presso questo
  • padiglione.
  • Vecchio:
  • Son qui. Che novelli
  • pensieri, Agamennone, volgi?
  • Agamennone:
  • T'affretti?
  • Vecchio:
  • M'affretto. è la mia
  • tarda età molto insonne, e ben lieve
  • sui cigli mi pesa.
  • Agamennone:
  • Che stella
  • è quella che in cielo veleggia?
  • Vecchio:
  • è Sirio, che, presso alla Plèiade
  • settemplice, in mezzo alla volta
  • del cielo, s'affretta.
  • Agamennone:
  • Non s'ode né voce d'uccello
  • né d'onde sciacquío. Su l'Eurípo
  • i venti son muti.
  • Vecchio:
  • Agamennone re, perché mai
  • venuto sei fuor della tenda?
  • In aulide tutto è tranquillo:
  • immote son tutte le scolte.
  • Rientriamo.
  • Agamennone:
  • Felice ti reputo,
  • o vecchio, ed invidio quell'uomo
  • che senza pericoli, ignoto,
  • senza fama, trascorre la vita.
  • Men felice mi sembra chi vive
  • tra gli onori.
  • Vecchio:
  • Ma pur, negli onori,
  • della vita consiste il decoro.
  • Agamennone:
  • è fallace decoro; e il potere,
  • sebben dolce, ad averlo t'accora.
  • Uno sbaglio talor verso i Numi
  • la tua vita sconvolge; talora
  • la cruccian gli umori
  • degli uomini, tristi e discordi.
  • Vecchio:
  • Non son queste le cose, Agamennone,
  • che ai príncipi invidio; ed Atrèo
  • non ti diede la vita perché
  • tu soltanto godessi; ma devi
  • provare piaceri e dolori,
  • ché tu sei mortale;
  • e, voglia o non voglia, dei Numi
  • è tale il volere.
  • Agamennone accende una lampada e si mette a scrivere
  • su una tavoletta
  • Che fai?
  • Accendi la lampada, e in quella
  • tavoletta che teco hai recata,
  • tu scrivi, e lo scritto
  • cancelli e sigilli, e di nuovo
  • riapri, ed a terra lo gitti,
  • e quante stranezze commettono
  • i folli, commetti.
  • Che pena t'angustia, che nuova
  • sciagura, Signore? Su, via,
  • partecipe fammene, parla.
  • Onesto, a te fido sono io:
  • ché Tindaro un giorno mi diede,
  • fra i doni di nozze, alla tua
  • consorte, compagno
  • fedele alla sposa.
  • Agamennone:
  • Leda, figlia di Testio, ebbe tre figlie:
  • Clitemnestra, mia sposa, Febe, ed Elena.
  • A richieder costei, si presentarono
  • quanti contava piú prestanti giovani
  • l'Ellade tutta; e qui minacce sursero
  • fra lor di morte, ché nessun voleva
  • privo restar della fanciulla. E Tíndaro
  • in imbarazzo grande era, se cederla
  • convenisse, oppur no, per conseguirne
  • maggior vantaggio; e questa idea gli venne:
  • che tutti quanti i giovani prestassero,
  • stringendosi le mani, e confermassero
  • con libagioni e imprecazioni, un giuro
  • che tutti l'uomo a cui movesse sposa
  • di Tíndaro la figlia, aiuterebbero,
  • se mai qualcun glie la rapisse, e in bando
  • lui mandasse dal letto; e moverebbero
  • a campo, e la città distruggerebbero,
  • con l'armi, ellèna fosse, o fosse barbara.
  • E poi ch'ebber giurato, e il vecchio Tíndaro
  • accortamente con la fine astuzia
  • li ebbe ingannati, disse alla sua figlia
  • che fra i rivali ella scegliesse quello
  • a cui piú d'Afrodite la spingessero
  • l'aure dilette. Ed ella scelse, oh, fatto
  • mai non l'avesse! Menelao: ché poi,
  • dalla terra dei Frigi a Lacedèmone
  • quell'uomo giunse che alle Dee fu giudice,
  • come n'è fama tra gli Argivi; e un fiore
  • parea nelle sue vesti, e d'oro fulgido
  • con barbarica pompa, e innamorato
  • rapí l'innamorata Elena, e ai campi
  • d'Ida l'addusse. E Menelao non c'era.
  • Ma come ritornò, furente corse
  • l'Ellade tutta, e i giuramenti a Tíndaro
  • un giorno fatti ricordò: che aiuto
  • convien prestare a chi patí sopruso.
  • E alla guerra correndo, allora gli Elleni
  • impugnarono l'armi, e in questo d'aulide
  • angusto passo vennero, di navi,
  • di scudi armati, di cavalli e cocchi.
  • E duce me, perché di Menelao
  • ero fratello, elessero. Deh, fosse
  • toccato ad altri un tanto onor! Ché tutte
  • son raccolte le genti, e noi qui stiamo,
  • e non possiamo navigare, in aulide.
  • E Calcante, indovino, a cui rivolti
  • nella distretta ci eravamo, tale
  • responso diede: che alla Diva Artemide
  • che quivi ha sede, Ifigenia mia figlia
  • sacrificar si dee: sacrificandola,
  • facile il mare avremo, e struggeremo
  • la gente frigia: se non l'immolassimo
  • nulla di ciò conseguiremmo. Appena
  • udito ciò, diedi ordine a Taltíbio
  • che rimandasse con un alto bàndo
  • tutte le genti: ché mia figlia uccidere
  • io non l'avrei sofferto mai. Ma qui,
  • tanto mi disse il fratel mio, che infine
  • mi fe' convinto a osar lo scempio orribile.
  • E una lettera scrissi, e l'inviai
  • alla consorte mia, perché la figlia
  • nostra mandasse, che ad Achille sposa
  • esser dovrebbe; e dello sposo i pregi
  • magnificavo; e che le navi ascendere
  • con gli Achei rifiutava, ove la nostra
  • figliuola a Ftia sua sposa non andasse.
  • Tal pretesto usai dunque, per convincere
  • la sposa mia: d'Ifigenia le nozze
  • fingere; e soli fra gli Achei lo sanno
  • Calcante Ulisse e Menelao. Ma quello
  • che stoltamente allor deliberai,
  • or lo muto di nuovo in questa lettera,
  • che tu fra l'ombre della notte, o vecchio,
  • aprire e poi chiuder m'hai visto. Orsú,
  • questa missiva prendi, e ad Argo recati.
  • E ciò che nelle sue pieghe essa asconde
  • io tutto ti dirò: ché tu fedele
  • alla mia casa, a Clitemnestra sei.
  • Vecchio:
  • Dimmi, parla, sicché le parole
  • ch'io dirò, con lo scritto s'accordino.
  • Agamennone:
  • Legge la lettera
  • Di Leda germoglio, io t'avverto
  • in questa missiva
  • che tu la tua figlia non mandi
  • all'ala d'Eubea sinuosa,
  • ad aulide immune dai flutti:
  • ché in altra stagione le nozze
  • della figlia dobbiam celebrare.
  • Vecchio:
  • E Achille, deluso del talamo,
  • cosí, contro te di furore
  • non sarà tutto un fremito, contro
  • la tua sposa? Di tanto pericolo
  • mi dici che pensi?
  • Agamennone:
  • Il nome, e non l'opera, Achille
  • prestava: di nozze
  • nulla ei sa, né di quanto ora faccio,
  • né che a lui la fanciulla promisi,
  • al legittimo amor del suo talamo.
  • Vecchio:
  • Agamennone re, troppo ardire
  • fu il tuo, che, promessa tua figlia
  • al figliuol della Dea, come vittima
  • tu venir la facevi pei Dànai.
  • Agamennone:
  • Ahimè, ché allor fui dissennato,
  • ahimè ch'ora sono sacrilego.
  • Ma via, non ti prostri vecchiaia:
  • affretta il remeggio dei piedi.
  • Vecchio:
  • M'affretto, o signore.
  • Agamennone:
  • E non sia
  • che indugi vicino alle fonti
  • pei boschi, e che il sonno ti vinca.
  • Vecchio:
  • Non dire bestemmie.
  • Agamennone:
  • E ovunque la via si divide,
  • tu guarda ed osserva, perché
  • non ti sfugga, se mai qualche carro,
  • su rapide rote movendo,
  • per altro sentiero, qui adduca
  • mia figlia alle navi dei Dànai.
  • Vecchio:
  • Sarà fatto.
  • Agamennone:
  • E se mai nel corteggio
  • t'imbatti che fuor dalle porte
  • l'adduca, fa' sí che ritornino,
  • le redini scuoti, ed il cocchio
  • dei Ciclopi alle sedi respingi.
  • Vecchio:
  • E come avverrà che, se reco
  • un tale messaggio, tua figlia
  • tua moglie, mi prestino fede?
  • Agamennone:
  • Custodisci il suggello, che resti
  • sulla lettera impresso. Ora va:
  • ché l'alba già brilla, ed imbianca
  • la luce, e i cavalli
  • del carro del sole.
  • Aiutami, in tale disdetta.
  • Nessuno dei mortali è beato,
  • felice per tutta la vita:
  • nessun dai dolori va scevro.
  • Il vecchio parte, Agamennone rientra nella tenda
  •  
  • Entrano le donne di Càlcide che formano il coro
  • CORO:
  • Strofe prima
  • Alla spiaggia, alle sabbie
  • eccomi giunta d'aulide,
  • poiché dei gorghi d'èuripo
  • varcai l'angusto tramite,
  • abbandonando Càlcide,
  • la mia città, donde si volge, effusa,
  • la linfa al mar, dell'inclita Aretusa,
  • per veder degli Achei
  • le belle schiere, e i legni che sul pelago
  • corrono, e i Semidei.
  • Li adduce il biondo Menelao, ci dissero
  • gli sposi, ed Agamennone
  • principe, a Troia, pel marino solco,
  • con mille remi, a far vendetta d'Elena,
  • cui Paride il bifolco
  • rapí dai rivi dell'Eurota floridi
  • di giuncheti. Fu premio
  • promesso a lui da Cipride,
  • allor che sulla chiara
  • acqua sorgiva, di beltà con Pallade
  • venne, e con Giuno a gara.
  •  
  • Antistrofe prima
  • E al bosco, che di vittime
  • fuma, giunsi or d'Artemide,
  • tingendo di purpureo
  • pudor la gota giovine,
  • per ammirar dei Dànai
  • le tende, e dei cavalli
  • le fitte schiere, e degli scudi i valli.
  • E l'uno all'altro accanto
  • d'Oilèo vidi il figlio, e di Telàmone,
  • di Salamina vanto.
  • E dei calcoli intento alle molteplici
  • figure, sul suo seggio
  • Protesilào poi vidi, e Palamède,
  • a cui fu padre il figlio di Poseidone,
  • e lieto Diomède,
  • del disco al gioco. E, accanto a lui, Meríone,
  • ch'ebbe da Marte origine,
  • meraviglioso agli uomini.
  • Dagli isolani clivi
  • vien di Laerte il figlio; e seco è Níreo,
  • il piú bel degli Achivi.
  •  
  • Epodo
  • E Achille vidi, l'emulo dei turbini,
  • nei piedi al vento simile,
  • cui generava Tetide,
  • e Chirone educò. Sovra i ghiaiòttoli
  • correa del lido, e l'impeto
  • spingea dei piedi a vincere,
  • chiuso nell'armi, in gara una quadriga.
  • Eumelo era l'auriga,
  • di Ferète il nipote; ed alti gridi
  • levava; e con la sferza i suoi bellissimi
  • corsier' dall'aureo morso
  • spinger lo vidi al corso.
  • Quelli vicini al giogo, aveano macule
  • di crini bianchi;
  • e quelli ai fianchi,
  • che vario il giro nelle curve segnano,
  • rossi l'avean nell'altre membra, e vari
  • sovra i pié solidunguli.
  • Iva con essi a pari
  • d'Eaco il nepote,
  • chiuso nell'armi, e il cerchio
  • sfiorava e i mozzi alle volanti rote.
  •  
  • Strofe seconda
  • Vidi cosí le navi innumerevoli,
  • spettacolo ineffabile,
  • onde paghe feci io - piacer dolcissimo -
  • le femminee pupille.
  • L'ala destra occupava, con la furia
  • di cinquanta navigli, la compagine
  • Ftiòta dei Mirmídoni.
  • Emblemi delle navi, aurate immagini,
  • sopra le poppe, stavan le Nereidi
  • alle navi d'Achille.
  •  
  • Antistrofe seconda
  • Accanto ad essi, degli Argivi stavano
  • le navi, in ugual numero.
  • Al duce loro padre era Mecísteo,
  • che fu di Tàlao figlio.
  • Quivi era presso Stènelo,
  • figlio di Capanèo. Schierate in ordine
  • seguíano, e duce il figlio era di Tèseo,
  • sessanta navi d'Attica.
  • Palla, su carri alati e solidunguli
  • corsier', diletto e fausto
  • emblema era al naviglio.
  •  
  • Strofe terza
  • E dei Beòti vidi poi l'esercito,
  • cinquanta navi, che d'emblemi cariche
  • avean le poppe loro.
  • Di Cadmo sugli aplustri era l'immagine,
  • col suo serpente d'oro.
  • E il terrigeno Lèito,
  • comandava di Focide
  • l'oste navale . . .
  • . . .
  • E il figlio d'Oilèo, che vien dall'inclita
  • città di Tronia, di numero pari
  • di Locride conduce i marinari.
  •  
  • Antistrofe terza
  • Da Micene ciclopia
  • mandò l'Atríde in cento legni i nauti,
  • e su le navi stesse
  • era il germano, amico con l'amico,
  • perché l'Ellade avesse
  • vendetta della femmina
  • che per lo sposo barbaro
  • lasciò la patria; e Nestore
  • Gerenio vidi, che da Pito . . .
  • . . .
  • Coi pié di tauro, sculto è sulla torre
  • d'ogni nave, l'Alfèo che presso scorre.
  •  
  • Epodo
  • E c'eran degli Eníadi
  • dodici navi, e il principe
  • Gonèo ne avea l'impero.
  • Presso a loro i Signori eran dell'Elide:
  • Epèi la gente li chiamava; ed èurito
  • era lor condottiero.
  • E, lasciate l'Echínadi,
  • isole infeste ai naviganti, Mègete
  • figliuolo di Filèo v'era, e l'esercito
  • dei Tafi conducea dai bianchi remi.
  • E Aiace salaminio
  • congiungeva al diritto il sinistro ordine,
  • con le dodici sue navi bellissime
  • toccando i legni estremi.
  • Tale un popol dinanti
  • ho udito, ho visto; e dove alcun dei barbari
  • navigli al suo contrasto ardisca muovere,
  • non sarà che alla patria
  • piú mai ritorni: tale
  • vidi uno stuol navale.
  • E quel che in casa udii
  • narrare, non sarà ch'io pur l'oblii.
  • Entra Menelao, tenendo la lettera di Agamennone, tolta al vecchio servo, che gli tien dietro, cercando invano di farsela restituire
  • Vecchio:
  • Menelao, troppo ardisci, ed oltre il lecito.
  • Menelao:
  • Vattene! Troppo al tuo signor sei fido.
  • Vecchio:
  • è questa, che mi fai, bella rampogna.
  • Menelao:
  • Guai a te, se farai ciò che non devi.
  • Vecchio:
  • Questa lettera aprir tu non dovevi.
  • Menelao:
  • Né tutti danneggiar dovevo gli Elleni.
  • Vecchio:
  • Ciò con altri discuti. A me la lettera.
  • Menelao:
  • No, non la lascerò.
  • Vecchio:
  • Né io la cedo.
  • Menelao:
  • Il capo col mio scettro ora t'insanguino!
  • Vecchio:
  • Morir pel tuo signore, onore arreca.
  • Menelao:
  • Lasciala: troppo, per un servo parli.
  • Vecchio:
  • Grida verso la tenda di Agamennone
  • Mi fan sopruso, o re! Costui mi strappa
  • la tua lettera a forza, e nulla vuole
  • fare di quanto è giusto. Odi, Agamennone!
  • Agamennone esce dalla tenda
  • Agamennone:
  • Qual tumulto, è questo dunque sulla soglia, qual conflitto di parole?
  • Menelao:
  • Di parlare pria d'un servo avrò diritto.
  • Agamennone:
  • Con quest'uomo a che t'azzuffi, gli fai forza, ed ei contrasta?
  • Menelao:
  • Al mio viso il viso leva: tal preambolo mi basta.
  • Agamennone:
  • Ch'io lo sguardo abbassi, quando pur d'Atrídi è il mio lignaggio?
  • Menelao:
  • Di tristi ordini ministro vedi tu questo messaggio?
  • Agamennone:
  • Vedo; e tu per prima cosa dei lasciarlo.
  • Menelao:
  • No, che avanti
  • vo' mostrare quanto è in esso scritto, ai Dànai tutti quanti.
  • Agamennone:
  • I sigilli hai franti, e quanto non dovevi ora tu sai?
  • Menelao:
  • So le tue mene segrete: sí che doglia tu n'avrai.
  • Agamennone:
  • Fu la tua gran tracotanza, per gli Dei! Quando l'hai presa?
  • Menelao:
  • Di tua figlia, che qui d'Argo deve giunger, nell'attesa.
  • Agamennone:
  • Che t'intrighi dei miei fatti? Sarà questo esser protervo?
  • Menelao:
  • Perché voglia me ne punse dimandai: non son tuo servo.
  • Agamennone:
  • Questa è nuova! Piú padrone non sarò di casa mia?
  • Menelao:
  • No, ché obliqui i tuoi disegni sono, e tali eran già pria.
  • Agamennone:
  • Parli ben, ma trista cosa par l'arguzia dei ribaldi.
  • Menelao:
  • Cosa iniqua per gli amici sono i cuor chiusi e non saldi.
  • Ora in fallo io ti vo' cogliere, e non sia che l'ira trista
  • repudiar ti faccia il vero; né sarà ch'io troppo insista.
  • Tu brigasti un dí, per essere duce in Ilio degli Achivi,
  • rifiutando in apparenza, ma nel cuor, ben sai, l'ambivi;
  • tu, ricordi, eri dimesso, tu stringevi a ognun la mano,
  • le tue porte eran dischiuse sempre ad ogni popolano,
  • e licenza davi a tutti di parlar, perfino a chi
  • non ne aveva voglia, i voti guadagnandoti cosí,
  • coi tuoi modi. Ma ben presto, come poi tu fosti in cima,
  • li cambiasti, e con gli amici piú non fosti quel di prima:
  • fu difficile accostarti, spesso chiuse le tue porte.
  • Pur, non deve un galantuomo, quando ride a lui la sorte
  • mutar faccia: anzi, agli amici, tanto piú, se in luogo è giunto,
  • dove possa, dare aiuto deve. è questo il primo punto
  • che ho toccato, perché prima qui scoprii ch'eri dei tristi.
  • Quando ad Àulide, e all'esercito degli Elleni poi venisti,
  • nulla tu valevi: l'ira ti colpiva degli Dei,
  • né soffiava il vento prospero. Pur, volevano gli Achei
  • che quel vano indugio d'aulide si troncasse, e si salpasse.
  • Come allora eri sconvolto, come andavi a ciglia basse,
  • ché di Priamo la terra, pur guidando mille navi,
  • non potevi empir d'armati. Meco allor ti consultavi.
  • «Che farò? Devo esser privo del comando? Andrà smarrita
  • la mia fama gloriosa? Sono a un passo senza uscita».
  • Quando poi Calcante l'augure profetò che convenia
  • ad Artemide immolare la tua figlia Ifigenia,
  • perché i Dànai potessero navigar, tu lieto n'eri,
  • e la figlia d'immolare promettesti, e volentieri
  • dir facesti alla tua sposa - e non già per forza, questo
  • non puoi dirlo - che tua figlia qui mandasse col pretesto
  • che sposar dovesse Achille. Ora, invece, non vuoi piú,
  • e t'ho còlto a scriver questa nuova lettera, che tu
  • mai dar morte alla tua figlia non potresti. E sia. La stessa
  • aura, ch'or noi respiriamo, quella udí la tua promessa.
  • Ciò, del resto, a mille avviene, che al poter la voglia han pronta,
  • e faticano, e poi devono rinunciare con grave onta:
  • per follia talor di popolo; a ragione poi, quand'essi
  • inadatti alla tutela son dei pubblici interessi.
  • Ma per l'EIlade è il gran cruccio mio, che mentre si periglia
  • a un'impresa gloriosa, per tua colpa e di tua figlia
  • deve un barbaro da nulla tollerar che di lei rida.
  • Non conviene pel valore solo sceglier chi sia guida
  • allo stato ed all'esercito. Chi del senno ebbe la luce
  • quello può condurre eserciti, dello Stato quello è duce.
  • CORO:
  • O triste cosa, se i fratelli vengono
  • a contrasto, ed ingiurie aspre si scagliano.
  • Agamennone:
  • Rampognarti, e sia con garbo, devo anch'io; ma sarò breve,
  • senza prenderla dall'alto, senza boria, come deve
  • un fratello col fratello: perché piace a un uom dabbene
  • mantenere il suo decoro. Dimmi un po', da che proviene
  • questa tua furia terribile? Forse c'è chi ti soverchi?
  • Perché l'occhio pien di sangue vai girando? Forse cerchi
  • la tua moglie saggia? Offrirtela non posso io: ché male accorto
  • ti mostrasti a custodirla; ma scontar debbo il suo torto
  • io, che fallo non commisi? - Ch'io son tutto vanità
  • mi rimproveri. Ma tu, non ti curi d'onestà,
  • la ragione poni in bando, per goderti a tuo bell'agio
  • una bella donna: turpi son le brame del malvagio.
  • M'ero appreso a un mal consiglio. Or nel novero dei pazzi
  • devo andar, perché lo muto? Tu piuttosto! Ti sbarazzi
  • d'una moglie trista, un Nume tal fortuna ti concede,
  • e di nuovo tu riprendere te la vuoi. Giuraron fede
  • quegli stolidi dei suoi pretendenti. La Speranza
  • li convinse, ch'è pur Diva, credo, e non la tua prestanza.
  • Or li tieni: in campo guidali: pronti son, ché son dementi.
  • Però, Dio, che non è sciocco, ben distingue i giuramenti,
  • quei che son prestati senza senno, e quei che sono estorti.
  • Non sarà che i miei figliuoli per mia mano cadan morti.
  • Non sarà che tu trionfi, a vendetta dello scorno
  • d'una pessima consorte, e ch'io debba notte e giorno
  • macerarmi nelle lagrime, se con atto iniquo ed empio
  • dei figliuoli, a cui la vita diedi pur, facessi scempio.
  • Ecco quello ch'io ti dico, senza ambagi e breve e chiaro:
  • se ragion tu non intendi, ai miei casi io ben riparo.
  • CORO:
  • Questi discorsi molto differiscono
  • da quelli innanzi espressi, ed ammoniscono
  • bene a ragion, che i figli si risparmino.
  • Menelao:
  • Amici dunque piú non ho, me misero!
  • Agamennone:
  • Sí, che li hai, se pur tu non voglia perderli.
  • Menelao:
  • Provar potrai che il tuo padre fu il mio?
  • Agamennone:
  • Saggio teco esser vo', non già demente.
  • Menelao:
  • Soffrir gli amici con gli amici devono.
  • Agamennone:
  • Coi benefici, e non coi crucci esortami.
  • Menelao:
  • Questa prova affrontar non vuoi per l'èllade?
  • Agamennone:
  • Fa' un Dio che teco esca di senno l'èllade.
  • Menelao:
  • Or del tuo scettro mena pompa, e il tuo
  • fratel tradisci: ad altri accorgimenti
  • ad altri amici io mi rivolgerò.
  • Entra un araldo
  • Araldo:
  • Agamennone, re di tutti gli Elleni,
  • eccomi qui, la figlia tua conduco,
  • a cui d'Ifigenia tu desti il nome.
  • E Clitemnestra seco vien, la madre
  • sua, la tua sposa, e il pargoletto Oreste:
  • sí, che goder potrai, poi che da tanto
  • da casa lungi sei, del loro aspetto.
  • Ma poi che lunga fu la via, vicino
  • a una limpida fonte ora al femineo
  • piè dan ristoro; e seco le puledre,
  • che fra l'erba d'un prato abbiam lasciate
  • a pascolare. Ed io son corso qui,
  • perché tu possa degnamente accoglierle.
  • Ché la fama è già corsa, e già l'esercito
  • sa che tua figlia è giunta, e a corsa muovono
  • tutte le turbe per vederla: tutto
  • si sa sempre dei grandi, esposti sempre
  • sono agli occhi di tutti. Ed uno dice:
  • «Di che si tratterà? D'un matrimonio?
  • O di che altro? Oppur per desiderio
  • della sua figlia, ha qui fatto Agamennone
  • venire Ifigenia?» Risponde un altro:
  • «Vogliono all'ara presentar d'Artemide
  • la giovinetta, alla Signora d'aulide.
  • Chi mai la sposerà?» - Su via, per questa
  • cerimonia i canestri or tu prepara,
  • le fronti vostre coronate, e tu,
  • re Menelao, prepara l'imenèo,
  • e il flauto squilli e i piè danzino: tale
  • per la fanciulla fausta luce brilla.
  • Agamennone:
  • Sta bene: ora entra nella tenda: il resto,
  • se fortuna ci assiste, andrà pel meglio. -
  • Ahi, che farò, misero me? Di dove
  • prender le mosse? A che giogo fatale
  • avvinto son! M'ha prevenuto il Demone,
  • che d'ogni astuzia mia stato è piú scaltro.
  • Oh quanto giova esser del volgo! Piangere
  • posson senza riguardo, e ciò che vogliono
  • liberamente dir; ma per me, nobile,
  • tutto ciò sconverrebbe. Al viver nostro
  • dà le norme il decoro; e della turba
  • siamo gli schiavi. Ed io, cosí, di piangere
  • or mi vergogno, e poi, misero me,
  • mi vergogno di non piangere, quando
  • sono caduto in cosí gran sciagura.
  • Che potrò dire alla mia sposa? come
  • l'accoglierò? come oserò lo sguardo
  • levar su lei? Mi die' l'ultimo colpo,
  • venendo senza esser chiamata. Eppure,
  • che accompagni la figlia è ben diritto,
  • ch'essa a nozze la guidi, ed offra a lei
  • ogni piú caro dono, e me sorprenda
  • nella tristizia mia. Ma la fanciulla...
  • Che dico, ahimè! fanciulla? Essa d'Averno
  • sarà sposa fra poco. Oh, che pietà!
  • Mi par d'udirla già, ch'essa m'implora:
  • «Dunque tu, padre mio, m'ucciderai?
  • Simili nozze celebrar tu possa,
  • e chi tu prediligi!» - E Oreste qui
  • sarà, che grida non intelligibili
  • leverà, ché non parla, e pure, io bene
  • saprò capirle, Ahimè, figlio di Priamo,
  • a che rovina m'hai condotto, Paride,
  • sposando Elena! è tua tutta la colpa.
  • CORO:
  • E gemo anch'io, come ad estranea gemere
  • per la sciagura dei signor' s'addice.
  • Menelao:
  • La man, fratello, ch'io la stringa, porgimi.
  • Agamennone:
  • Eccola, hai vinto: un infelice io sono.
  • Menelao:
  • Per Pelope io ti giuro, che fu padre
  • del tuo padre e del mio, per quell'Atrèo
  • che la vita ci die', ch'io ti favello
  • senza niun artifizio, a cuore aperto,
  • quello solo ch'io sento. Allor ch'io vidi
  • il pianto che dagli occhi a te sgorgava,
  • sentii pietà, versai lagrime anch'io,
  • e ciò ch'io dissi lo rinnego, e duro
  • con te non sono, e accedo al tuo parere,
  • e la figlia t'esorto a non uccidere,
  • per anteporre il mio vantaggio al tuo.
  • Giusto non è che tu pianga, ed a me
  • rida la sorte, che i tuoi figli muoiano,
  • e i miei vedan la luce. E infatti, che
  • vado cercando? Se di sposa ho brama,
  • non posso altrove una eccellente eleggerne?
  • Trarre a rovina il fratel mio dovrò,
  • ciò che piú che ad ogni altro a me sconviene,
  • e avere Elena in cambio? Il male in cambio
  • del bene? Oh, fui demente, oh, fui fanciullo,
  • pria di veder da presso che significhi
  • uccidere una figlia. E poi, pietà
  • di lei mi vinse, misera fanciulla,
  • che consanguinea m'è, che cader vittima
  • dovrebbe per il mio talamo. E che
  • rapporto c'è fra la tua figlia ed Elena?
  • Si sciolgano le schiere, Àulide lascino;
  • e tu non bagnar piú gli occhi di lagrime,
  • fratello mio, né provocarmi al pianto.
  • Ché se ti resta ancora ombra di scrupolo
  • circa il responso di Calcante, niuno
  • ne resta a me: per parte mia, sei libero.
  • - Ma come mai dai tuoi fieri propositi
  • hai desistito? - Ho fatto bene: amore
  • del fratello mi mosse; ed attenersi
  • al consiglio miglior non è da tristi.
  • CORO:
  • Son generose, son degne di Tàntalo
  • figlio di Giove, le parole tue:
  • tu non fai torto ai tuoi progenitori.
  • Agamennone:
  • Ti sono grato, o Menelao, che, contro
  • l'opinione mia, queste parole
  • di te degne hai soggiunte. Avvampar sogliono
  • le fraterne discordie, o per amore,
  • o per avidità di potere: io
  • aborro questi parentaggi d'odio
  • reciproco; ma or mi lega il fato
  • cosí, ch'io debbo la mia figlia uccidere.
  • Menelao:
  • Come? Chi può costringerti ad ucciderla?
  • Agamennone:
  • Tutto raccolto degli Achei l'esercito.
  • Menelao:
  • No, se di furto ad Argo la rinvii.
  • Agamennone:
  • Far lo potrei. Ma come poi nascondere...
  • Menelao:
  • Che cosa? Troppo non temer le turbe.
  • Agamennone:
  • Calcante ad essi svelerà l'oracolo.
  • Menelao:
  • No, se potessi prevenirlo: è facile.
  • Agamennone:
  • Tutti i profeti ambizione han troppa.
  • Menelao:
  • Né la presenza lor giova, né piace.
  • Agamennone:
  • Non temi inoltre... - in mente ora mi viene.
  • Menelao:
  • Come intender posso io ciò che non dici?
  • Agamennone:
  • Di Sísifo il rampollo? Egli sa tutto.
  • Menelao:
  • Che me, che te danneggi Ulisse? Oh, no!
  • Agamennone:
  • è sempre doppio, e tien sempre dal popolo.
  • Menelao:
  • Soffre d'ambizione, un male grave.
  • Agamennone:
  • Figúrati costui, che fra gli Achei
  • surto a parlare, di Calcante sveli
  • i vaticini, e ch'io feci promessa
  • d'immolar la mia figlia, ed or mi nego.
  • Quando avrà tratto dalla sua l'esercito
  • con simili argomenti, ingiungerà
  • che, uccisi me e te, gli Argivi immolino
  • la mia figliuola. E se fuggissi ad Argo,
  • là verrebbero, e me distruggerebbero,
  • e meco i valli dei Ciclopi, e a sacco
  • metterebber la terra. O me tapino,
  • in quali angustie i Numi mi costringono!
  • Solo un favore, appena fra l'esercito
  • sarai tornato, o Menelao, ti chiedo:
  • che di ciò nulla Clitemnestra sappia,
  • prima ch'io m'abbia la fanciulla, e all'Ade
  • io l'offra; e quanto men si può di lagrime
  • debba versar nella sciagura mia.
  • Alle donne del coro
  • O straniere, e voi motto non fate.
  • Menelao parte
  • CORO:
  • Strofe
  • Beati quelli per cui savia modera
  • Afrodite le sue grazie, e i legittimi
  • talami sol conoscono,
  • che gli estri mai non seppero
  • delle amorose furie!
  • Ché Amor, dalla cesarie
  • d'oro, vibra dall'arco un dardo duplice,
  • e l'uno ha vita prospera,
  • l'altro guida al disordine.
  • Deh, questo dal mio talamo
  • resti ognor lungi, o Cipride.
  • La moderata Càrite
  • sopra me imperi, e il Desiderio lecito.
  • D'Afrodite goder mi sia concesso
  • i piaceri; ma stia lungi ogni eccesso.
  •  
  • Antistrofe
  • Sono diverse l'indoli degli uomini,
  • varii i costumi. Ma l'onesto e il nobile
  • fra tutti puoi distinguere.
  • Anche t'avvia sul tramite
  • di virtú, chi ben t'educa.
  • Saggezza e verecondia
  • sono una cosa; e pregio ha quel criterio
  • che il dovere sa scernere:
  • allor si può presumere
  • d'aver perenne gloria.
  • A virtude aspirare è sommo merito
  • per le donne, se valgono
  • schivar gli amori subdoli;
  • e la nativa agevole misura
  • dell'uom, vantaggio alla città procura.
  •  
  • Epodo
  • E tu venisti, o Paride,
  • dove pastor di mandrie
  • crescesti, fra le candide
  • giovenche d'Ida; e sufolavi barbare
  • melodi, e sul tuo calamo
  • emulavi d'Olimpo i frigi flauti.
  • E pascevan le floride
  • giovenche, allor che giunsero
  • le tre Dive al giudizio,
  • e la follia t'invase,
  • che t'inviò ne l'Ellade,
  • di Menelao presso l'eburnee case.
  • E, d'Elena nel ciglio
  • figgendo il ciglio, ella d'amor fu scossa,
  • e sentisti anche tu la gran percossa.
  • Da gara nacque gara;
  • ed ora, e navi e cuspidi
  • di Troia ai danni l'Ellade prepara.
  • Giungono sopra un carro Clitemnestra ed Ifigenia
  • Corifea:
  • Viva viva! Dei grandi è pur grande
  • la fortuna. Vedete Ifigenia,
  • la signora, la figlia del re,
  • Clitemnestra vedete, la figlia
  • di Tíndaro! Nate da grandi,
  • si levano a eccelsa fortuna.
  • I possenti ed i ricchi, son numi
  • per gli uomini senza fortuna.
  • Fermiamoci, o figlie di Càlcide,
  • la regina accogliamo, ché il piede
  • in fallo non metta, mentre essa
  • a terra dal cocchio discende,
  • con cuore devoto, con mano
  • leggera, ché, appena qui giunta,
  • sbigottire non debba la figlia
  • d'Agamennone eccelsa, né causa
  • noi siam di terrore alle argive,
  • noi, ospiti, alle ospiti.
  • Si affollano intorno al carro
  • Clitemnestra:
  • La gentilezza tua per buon augurio
  • tengo, e le tue buone parole; e in cuore
  • nutro speranza che a felici nozze
  • abbia la sposa addotta. Ora, dal carro
  • prendete i doni che per dote io reco
  • della fanciulla, e cauti trasportateli
  • dentro la tenda. E tu, figlia, non muoverti
  • dal cocchio, a terra non posare il piede,
  • tenera e stanca quale or sei. Fanciulle,
  • or fra le vostre braccia ricevetela,
  • aiutatela a scendere. Ed a me
  • il fulcro della mano alcuno porga,
  • ch'io possa abbandonar senza disagio
  • del cocchio il seggio. E innanzi voi ponetevi
  • coi puledri aggiogati: ombroso è l'occhio,
  • se non lo calmi, dei puledri. E questo
  • d'Agamennone figlio anche prendete,
  • Oreste: ch'egli non favella ancora.
  • O figlio, dormi? T'ha sopito il trotto
  • del carro? Su, col buon augurio svégliati,
  • ché tua sorella si fa sposa. Nobile
  • essa, e lo sposo nobile sarà,
  • della Nerèide il figlio ai Numi simile.
  • Accanto a me scendi, figliuola, fatti,
  • Ifigenia, presso alla madre, ché
  • la mia felicità vedan queste ospiti.
  • E poi saluta il tuo padre diletto. -
  • Giunge Agamennone
  • Agamennone re, mio grande orgoglio,
  • obbedienti al cenno tuo venimmo.
  • Ifigenia:
  • O madre mia, non adirarti! Io corro,
  • il seno mio del padre al seno stringo.
  • Clitemnestra:
  • Dev'essere cosí, figlia: ché tu
  • piú d'ogni altro mio figlio il padre amasti.
  • Ifigenia:
  • Che gioia, dopo tanto, alfin vederti!
  • Agamennone:
  • Ed io te: tu parlasti anche per me.
  • Ifigenia:
  • Salute! Presso te fu bene addurmi.
  • Agamennone:
  • Non so s'io dire ciò debba, o non dirlo.
  • Ifigenia:
  • Ahimè!
  • Godi a vedermi, eppur non sei sereno!
  • Agamennone:
  • Un duce, un re, molti pensieri angustiano.
  • Ifigenia:
  • Or lascia ogni pensiero, e bada a me.
  • Agamennone:
  • Vicino a te son tutto, e non altrove.
  • Ifigenia:
  • Il ciglio spiana, rasserena il guardo.
  • Agamennone:
  • Ecco: godo a vederti, o figlia, godo.
  • Ifigenia:
  • E dal tuo ciglio intanto versi lagrime?
  • Agamennone:
  • Perché dovremo a lungo esser lontani.
  • Ifigenia:
  • No, non t'intendo, o padre mio carissimo.
  • Agamennone:
  • Io sí, t'intendo; e ciò piú m'addolora.
  • Ifigenia:
  • Parlerò, se t'allieta, oscuramente.
  • Agamennone:
  • Ahimè, tacer non posso! Oh, tu sei buona.
  • Ifigenia:
  • Presso i tuoi figli, o padre, in casa resta.
  • Agamennone:
  • Lo bramo, né bramar posso, e mi cruccio.
  • Ifigenia:
  • E guerra e guai di Menelao si sperdano.
  • Agamennone:
  • Altri perir, come io perii, faranno.
  • Ifigenia:
  • Da quanto indugi nei recessi d'aulide!
  • Agamennone:
  • E debbo ancora trattener l'esercito.
  • Ifigenia:
  • O padre, di': dove han soggiorno i Frigi?
  • Agamennone:
  • Ove Paride mai nato non fosse!
  • Ifigenia:
  • Mi lasci, o padre! E vai molto lontano?
  • Agamennone:
  • E lontano anche tu gir devi, o figlia.
  • Ifigenia:
  • Deh, navigare
  • io potessi con te!
  • Agamennone:
  • Navigherai
  • tu pure, ove di me sarai ben memore.
  • Ifigenia:
  • E sola o con mia madre andar dovrò?
  • Agamennone:
  • Senza la madre e senza il padre, sola.
  • Ifigenia:
  • Forse lungi di qui, padre, m'accasi.
  • Agamennone:
  • Non dei saper, ché sei fanciulla: taci.
  • Ifigenia:
  • Debella i Frigi, e a me presto ritorna.
  • Agamennone:
  • Qui pria sacrificar debbo una vittima.
  • Ifigenia:
  • Assisterò, vedrò quanto è pur lecito.
  • Agamennone:
  • Vedrai, starai presso all'acqua lustrale.
  • Ifigenia:
  • Intrecceremo danze all'ara intorno?
  • Agamennone:
  • Quanto beata piú di me ti reputo,
  • che nulla intendi! Nella tenda ora entra,
  • ch'esser vedute alle fanciulle spiace.
  • E un bacio dammi, e porgimi la destra,
  • ché lungo tempo star dovrai lontana
  • dal padre. - O seno, o gote, o bionde chiome,
  • di quanto danno la città dei Frigi
  • ed Elena per te fu causa! Taccio
  • ché rugiada urge le mie ciglia, mentre
  • ti stringo al seno. E tu, figlia di Leda,
  • perdona a me, se troppo io mi commòvo,
  • quando in procinto sono di concedere
  • la mia figlia ad Achille. Il suo commiato
  • lieto sarà, ma piange sempre il cuore
  • d'un padre, quando i figli suoi, cresciuti
  • con tanta pena, ad altre case affida.
  • Clitemnestra:
  • Tanto stolta non sono; e sii pur certo
  • che troppo anch'io la stessa doglia provo,
  • per rinfacciarla a te, mentre la figlia
  • conduco a nozze. Or dimmi tu: ché il nome
  • so del giovine a cui sposa concedi
  • la figlia nostra; ma di quale stirpe,
  • di quale terra sia saper desidero.
  • Agamennone:
  • D'àsopo nacque la fanciulla Egìna.
  • Clitemnestra:
  • E sposo a lei chi fu, mortale o Nume?
  • Agamennone:
  • Giove. E d'Enòna il primo, èaco n'ebbe.
  • Clitemnestra:
  • E qual d'èaco figlio indi regnò?
  • Agamennone:
  • Peleo: sposa ebbe questi la Nerèide.
  • Clitemnestra:
  • Un Dio gliela concesse? O a forza l'ebbe?
  • Agamennone:
  • Giove a lui la promise, a lui la diede.
  • Clitemnestra:
  • Dove sposò? Fra l'estuar del ponto?
  • Agamennone:
  • Nel Pelio sacro, ove abita Chirone.
  • Clitemnestra:
  • Dove, dicon, soggiorno hanno i Centauri?
  • Agamennone:
  • Qui le sue nozze i Numi celebrarono.
  • Clitemnestra:
  • E chi educava Achille? Il padre o Tetide?
  • Agamennone:
  • Chirone, lungi dalle triste genti.
  • Clitemnestra:
  • Saggio il maestro e chi glie l'affidò.
  • Agamennone:
  • Di tal uomo sarà sposa tua figlia.
  • Clitemnestra:
  • Da non spregiare. E dove abiterà?
  • Agamennone:
  • A Ftia, presso i confini, in Apidàno.
  • Clitemnestra:
  • La mia figlia, la tua, lí condurrà?
  • Agamennone:
  • Chi la possederà dovrà decidere.
  • Clitemnestra:
  • Fortuna a loro! E in che dí sposeranno?
  • Agamennone:
  • Quando piena la luna in ciel rifulga.
  • Clitemnestra:
  • La vittima alla Diva offriste già?
  • Agamennone:
  • Ero in procinto; a tale ufficio intendo.
  • Clitemnestra:
  • Súbito poi celebrerai le nozze?
  • Agamennone:
  • Quando l'ostie dovute abbiano i Numi.
  • Clitemnestra:
  • Per le donne il convito ove imbandire?
  • Agamennone:
  • Qui, vicino alle belle argive navi.
  • Clitemnestra:
  • Sta bene; e arrida prospero l'evento.
  • Agamennone:
  • Sai sposa mia, che devi fare? Ascoltami.
  • Clitemnestra:
  • Che cosa? Ad ubbidirti io sono avvezza.
  • Agamennone:
  • Intanto, io, là, dov'è pure lo sposo...
  • Clitemnestra:
  • Farete ciò che far deve la madre?
  • Agamennone:
  • Celebrerò fra i Danäi le nozze.
  • Clitemnestra:
  • Ed io, frattanto, dove esser dovrò?
  • Agamennone:
  • Ritorna ad Argo, e alle fanciulle bada.
  • Clitemnestra:
  • Lasciar mia figlia? E chi terrà la fiaccola?
  • Agamennone:
  • Io: quella che conviene a nozze simili.
  • Clitemnestra:
  • Tal non è l'uso, a cui convien chinarsi.
  • Agamennone:
  • Mischiarti fra le schiere a te sconviene.
  • Clitemnestra:
  • Ma mi convien la figlia a nozze addurre.
  • Agamennone:
  • E lasciar sole in casa l'altre figlie?
  • Clitemnestra:
  • Nei ginecei, ben custodite sono.
  • Agamennone:
  • Ciò ch'io ti dico, fa'.
  • Clitemnestra:
  • No, per la Dea
  • che in Argo impera. Delle cose pubbliche
  • abbi tu cura, ed io delle domestiche,
  • di ciò che occorre a giovinette spose.
  • Esce
  • Agamennone:
  • Ahimè, ché indarno m'affannai, deluso
  • fui, ché speravo allontanar dal campo
  • la sposa mia: ché contro i miei piú cari
  • debbo cercar pretesti e sotterfugi,
  • e d'ogni parte sono vinto. Eppure,
  • da Calcante indovino andrò, con lui
  • consulterò quanto alla Diva piaccia.
  • Esce
  • CORO:
  • Strofe
  • Al Simoenta, ai vortici
  • d'argento, giungerà la moltitudine
  • dell'esercito achèo, sopra le rapide
  • navi, chiuso nell'armi, ai valli d'Ilio,
  • alla febèa di Troia
  • pianura, ove, raccontano,
  • Cassandra avventa all'aura i flavi riccioli,
  • e, a farsi adorna, il pallido
  • serto d'alloro alle sue chiome gira,
  • allor che nel suo seno ineluttabile
  • la fatidica possa il Nume spira.
  •  
  • Antistrofe
  • E staran sugli aerei
  • spalti i Troiani, e intomo al muro d'Ilio,
  • allor che Marte dallo scudo bronzeo,
  • coi bei navigli attraversando il pelago,
  • verrà, verrà con l'impeto
  • dei remi, ai molli tramiti
  • del Simoenta: ch'esso, dei Dioscuri
  • che si libran nell'ètere
  • vuol ricondurre la sorella, Elèna,
  • dalla reggia di Priamo ai lidi d'Ellade
  • con lance e scudi; e avran gli Dei gran pena.
  •  
  • Epodo
  • E le torri marmoree
  • della rocca di Pergamo
  • con le omicide cuspidi
  • circondate, e dai culmini
  • distrutta la città,
  • le figliuole di Priamo
  • e la sposa nel pianto immergerà,
  • e di Giove la figlia
  • che lo sposo tradiva, Elena, lagrime
  • versare anche dovrà.
  • Deh, mai tale presagio
  • io debba avere di futuro danno,
  • come le spose frigie ornate d'oro!
  • Ai telai sederanno
  • e diranno fra loro:
  • «Chi dunque, per la florida
  • chioma ghermita, con furia di lagrime,
  • dalla distrutta patria
  • ne rapirà sua preda,
  • per te, che sei germoglio
  • d'un collilungo cigno, se veridica
  • è la fama che a Giove, allor che aligera
  • parvenza assunse, te generò Leda,
  • se pure inani favole
  • queste non sono, che gli uomini appresero
  • dalle pierie tàvole».
  • Giunge Achille
  • Achille:
  • Il condottier dov'è qui degli Achìvi?
  • Qual dei famigli a lui dirà che Achille
  • il figlio di Peleo, giunto alla sua
  • tenda, lo cerca? Non è forse pari
  • per tutti, il peso dell'indugio? Alcuni
  • fra quanti siam su questa spiaggia, privi
  • di sposa ancora, vuote abbiam lasciato
  • le nostre case; ed altri abbandonarono
  • e spose e figli: tal brama di zuffe
  • invase, non senza voler dei Numi,
  • l'Ellade tutta. Ora è giusto ch'io dica
  • quello che m'interessa; ed altri esponga
  • ciò ch'egli brama. Io, Fàrsalo e Peleo
  • abbandonato, in questo Eurípo attendo,
  • dove soffio non spira; e i miei Mirmídoni
  • debbo frenare; e quelli ognor m'incalzano
  • e mi dicono: «Achille, or che s'attende?
  • Per quanto ancor l'ore contar dovremo,
  • pria di muovere ad Ilio? Or, se da compiere
  • c'è qualche opra, si compia; e non attendere
  • piú a lungo, qui, l'indugio degli Atrídi».
  • Clitemnestra:
  • Dal di dentro i tuoi detti uditi, ho, figlio
  • della Diva Nerèide; e sono uscita.
  • Achille:
  • Divo Pudore, e quale donna mai
  • veggo, d'assetto cosí bello e ornato?
  • Clitemnestra:
  • Non mi conosci tu? S'intende: mai
  • non mi vedesti; e ben pregi il pudore.
  • Achille:
  • Chi sei? Perché venuta sei dei Dànai,
  • fra le schiere, fra genti armate a guerra?
  • Clitemnestra:
  • Figlia di Leda io sono: il nome mio
  • è Clitemnestra: il mio sposo Agamennone.
  • Achille:
  • Brevi ed acconce fur le tue parole;
  • ma non conviene ch'io parli con femmine.
  • Clitemnestra:
  • Resta: ché fuggi? A me porgi la destra,
  • e sia preludio di felici nozze.
  • Achille:
  • Che dici? A te la destra? D'Agamennone
  • il rispetto mi tien, ch'io pur ti tocchi.
  • Clitemnestra:
  • Figlio della Nerèide, a te ben lecito
  • è, poiché tu sposar devi mia figlia.
  • Achille:
  • Sposar tua figlia? Io resto muto, o donna:
  • sconvolto è il tuo pensier, che cosí parli?
  • Clitemnestra:
  • Vergogna insita è in tutti, allor che veggono
  • amici nuovi, e che di nozze parlino.
  • Achille:
  • Promesso alla tua figlia io mai non fui,
  • né mai gli Atrídi mi parlâr di nozze.
  • Clitemnestra:
  • Che significa ciò? Tu dei miei detti
  • fai meraviglia ancora, ed io dei tuoi.
  • Achille:
  • Argomentiamo: argomentare a entrambi
  • conviene, che né tu né io mentiamo.
  • Clitemnestra:
  • Tale ingiuria m'han fatta? A infinte nozze
  • strinsi mia figlia, sembra. Io pur n'ho scorno.
  • Achille:
  • Entrambi alcun ci offese, e me e te;
  • pur non fartene cruccio, e non curartene.
  • Clitemnestra:
  • Addio! Non oso piú guardarti: vittima
  • fui d'un indegno tratto, e il falso io dissi.
  • Achille:
  • Ciò che mi dici, anch'io ti dico: ora entra
  • in questa tenda, ed il tuo sposo interroga.
  • Dalla tenda esce il vecchio servo
  • Vecchio:
  • O nipote d'èaco, o figlio della Dea, le mie parole
  • sono a te rivolte: arrèstati; e tu ancor, di Leda prole.
  • Achille:
  • Chi dall'uscio semichiuso chiama a sé timidamente?
  • Vecchio:
  • Servo io sono, e non m'esalto: la fortuna nol consente.
  • Achille:
  • Mio non già: nulla in comune Agamennone ha con me.
  • Vecchio:
  • Di costei, che vedi: Tíndaro, il suo padre, a lei mi die'.
  • Achille:
  • Ecco, indugio; e tu che brami di', perché vuoi che qui attenda.
  • Vecchio:
  • Tu soltanto e la regina siete innanzi a questa tenda?
  • Achille:
  • Esci pur dal padiglione del re, parla: soli siamo.
  • Vecchio:
  • O Fortuna, o Provvidenza, salvi sian quelli ch'io bramo.
  • Achille:
  • I tuoi detti non son brevi: gioveranno pel futuro.
  • Clitemnestra:
  • Se qualcosa devi dirmi, non tardar, te ne scongiuro.
  • Vecchio:
  • Sai chi son, sai quanto affetto per te nutro e pei tuoi figli.
  • Clitemnestra:
  • So che sei della mia casa fra i piú antichi dei famigli.
  • Vecchio:
  • Come parte di tua dote m'ebbe il re, ciò pur t'è noto.
  • Clitemnestra:
  • Sí: venisti meco in Argo, e mi fosti ognor devoto.
  • Vecchio:
  • Cosí appunto; ed il tuo sposo di te meno a me fu caro.
  • Clitemnestra:
  • Ciò che vai dicendo, a me lo dovresti dir men chiaro.
  • Vecchio:
  • La tua figlia il padre stesso di sua mano uccider vuole.
  • Clitemnestra:
  • Come? O vecchio, tu sei pazzo. Sperse sian le tue parole!
  • Vecchio:
  • La sua spada vuol che sanguini nella bianca gola immersa.
  • Clitemnestra:
  • O me misera! Il mio sposo la ragione ha dunque persa?
  • Vecchio:
  • Salda l'ha, tranne per te, per tua figlia; per noi, no.
  • Clitemnestra:
  • E per qual ragione? Quale triste genio l'invasò?
  • Vecchio:
  • Fu Calcante, perché possano degli Achei giunger le squadre...
  • Clitemnestra:
  • Dove? Ahimè! Povera figlia mia, che morte avrai dal padre!
  • Vecchio:
  • Perché possa Elena avere Menelao, dinanzi a Troia.
  • Clitemnestra:
  • è destino che mia figlia, perché torni Elena, muoia?
  • Vecchio:
  • Ad Artemide dal padre suo sgozzata. Or tutto io dissi.
  • Clitemnestra:
  • E le nozze, dunque, furono un pretesto, ch'io venissi?
  • Vecchio:
  • Perché tu lieta ad Achille conducessi Ifigenia.
  • Clitemnestra:
  • In che abisso entrambe siamo rovinate, o figlia mia!
  • Vecchio:
  • Fu tremendo d'Agamennone l'atto, orrendo è il vostro schianto.
  • Clitemnestra:
  • Sono, ahimè!, perduta, a fiumi giú dai cigli erompe il pianto.
  • Vecchio:
  • Una madre i figli piangere n'ha ragion, come altri mai.
  • Clitemnestra:
  • Ma tu, ciò che dici, o vecchio, di saper, come lo sai?
  • Vecchio:
  • Ti recavo, oltre la prima che tu avesti, una missiva.
  • Clitemnestra:
  • M'imponea la figlia a morte di recare, o l'impediva?
  • Vecchio:
  • L'impediva: folle quando me la diede, piú non era.
  • Clitemnestra:
  • Ed a me tu quella lettera non recasti? In che maniera?
  • Vecchio:
  • Menelao me la strappava; del mal nostro è desso il reo.
  • Clitemnestra:
  • Odi tu, della Nèreide figlio, figlio di Peleo?
  • Achille:
  • Tu sei misera, io mal tollero che fui tratto in questo inganno.
  • Clitemnestra:
  • Col pretesto di tue nozze la mia figlia uccideranno.
  • Achille:
  • Del tuo sposo il fallo, poco non pensar che anche me tocchi.
  • Clitemnestra:
  • Il pudor non mi trattiene dal gittarmi ai tuoi ginocchi,
  • io mortale, a te figliuolo d'una Dea. Quale albagia
  • posso avere? O per chi piú che per te, figliuola mia,
  • adoprar mi debbo? E aiuto dammi tu nella disdetta,
  • o figliuolo della Diva, ed a quella che fu detta
  • sposa tua, sia pure invano, ma fu detta; ond'io le chiome
  • di ghirlande le recinsi, ed a te l'addussi, come
  • al suo sposo: di sua morte sarà questo invece il giorno.
  • Ma su te, qualor soccorso non le dia, cadrà lo scorno:
  • ché se tu, con lei dal giogo nuzial non fosti unito,
  • della misera fanciulla detto pur fosti marito.
  • Per la man tua, la tua gota, la tua madre, se perduto
  • m'ha il tuo nome, nel tuo nome ora sia ch'io trovi aiuto.
  • Poiché, tranne il tuo ginocchio, non c'è altar che m'assicuri,
  • non c'è amico che m'aiuti; e tu sai quanto son duri
  • i disegni d'Agamennone, come atroci. E io, donna, quale
  • tu mi vedi, son qui giunta a un esercito navale,
  • non piú docile al comando, e disposto ad osar tutto
  • contro i duci, ov'essi indugino, ma da trame utile frutto
  • sol che vogliano. Or, se cuore hai di stendermi la destra,
  • sono salva: se rifiuti, già perduta è Clitemnestra.
  • CORO:
  • è cosa grande l'esser madre: è filtro
  • possente in seno a tutti quanti gli esseri,
  • sí che pei figli ogni fatica affrontino.
  • Achille:
  • Pieno d'eccelso ardor l'animo mio
  • balza, che ognor misura serba, e quando
  • la sciagura l'opprime, e quando prospera
  • la fortuna lo esalta. E quanti nutrono
  • simili sensi, di lor vita guidano
  • diritto il corso, e lor compagno è il senno.
  • Giova talor non troppo essere saggi,
  • giova talor nutrire util pensiero.
  • Ed io, cresciuto in casa d'un piissimo
  • uom, di Chirone, i semplici costumi
  • appresi, ed agli Atrídi ubbidirò,
  • quando leciti siano i lor comandi;
  • e quando turpi, disubbidirò:
  • serbando intatta l'indole mia libera,
  • in Troia il mio valor farò palese.
  • O donna, che patisci acerbi danni
  • dai tuoi piú cari, io te, per quanto un uomo
  • giovane possa, di pietà cingendoti,
  • consolare saprò. Non mai la figlia
  • tua, già promessa a me, sarà sgozzata
  • dal padre suo. Non mai concederò
  • la mia persona, che serva al tuo sposo
  • per tendere lacciuoli: il nome mio,
  • sebbene ferro mai non abbia stretto,
  • ucciderebbe la tua figlia: piú
  • non sarebbe il mio nome immacolato,
  • se per me, per le mie nozze, morisse
  • questa fanciulla, che patisce pene
  • orride, insopportabili, che vittima
  • procombe di soprusi indegni e nuovi.
  • Fra gli Argivi sarei tutti il piú tristo,
  • un uom sarei da nulla, e Menelao
  • fra gli eroi conterebbe, e non di Pèleo
  • figlio sarei, ma d'un malvagio dèmone,
  • se, del tuo sposo in cambio, il nome mio
  • divenisse assassino. Oh, per Nereo
  • che fra gli umidi gorghi ebbe la vita,
  • che vita diede alla mia madre Tetide,
  • Agamennone re la figlia tua
  • non toccherà, neppur le somme dita
  • alle sue vesti avvicinar potrà.
  • O Sípilo, se no, donde proviene
  • d'Atrèo la stirpe, ed è rocca di barbari,
  • città sarebbe, e piú nessuno il nome
  • di Ftia ricorderebbe. Assai dovranno
  • saper d'amaro acque lustrali ed orzo
  • al profeta Calcante. Ed uomo è forse
  • un profeta, che assai dice menzogne,
  • e poche verità, quando l'imbrocca,
  • e quando sbaglia, si dilegua? E questo
  • io non lo dico per le nozze: mille
  • fanciulle essermi spose bramerebbero.
  • Ma grave torto a me fece Agamennone:
  • a me chieder doveva il nome mio,
  • per adescar la figlia; e Clitemnestra
  • meglio da me sarebbe stata indotta
  • a cedere la figlia. Ed io concesso
  • agli Elleni l'avrei, se non concederlo
  • contesa avesse la partenza. Opposto
  • non mi sarei, che prospera la sorte
  • volgesse a quelli onde alleato io venni.
  • Ma i duci in nessun conto ora mi tengono:
  • bene trattarmi, o male, è ugual per essi.
  • Ma ragione farà presto la spada,
  • che, prima ancor di giungere tra i Frigi,
  • io di macchie sanguigne spruzzerò,
  • se vorrà la tua figlia alcun rapirmi.
  • Sta pur tranquilla. A te parvi un grandissimo
  • Nume, e non ero; e adesso io tal sarò.
  • CORO:
  • Parole hai dette, o figlio di Peleo,
  • degne di te, della marina Diva.
  • Clitemnestra:
  • Ahimè!
  • Come fare io potrò che le mie lodi
  • non sian soverchie, e che non siano scarse
  • tanto, ch'io perda il tuo favore? I buoni
  • chi di lodi li colma hanno a dispetto.
  • E mi vergogno poi, che questi lagni
  • porgerti devo, per un mal che tocca
  • me sola, e immune tu ne sei. Ma bello
  • è, per un uomo retto, agli infelici,
  • pur se rimane ai loro mali estraneo,
  • recar soccorso. Abbi di me pietà,
  • ché ne son degne le mie pene. Genero
  • sperai te prima avere, e poi rimasi
  • con la vana speranza; e tristo augurio
  • sarebbe per le tue nozze future
  • la morte della mia figlia; e tu schivalo.
  • Ma savie furon le tue prime e l'ultime
  • parole; e, se tu vuoi, salva sarà
  • la figlia mia. Vuoi ch'ella cada supplice
  • dinanzi ai tuoi ginocchi? Ad una vergine
  • ciò si sconviene; ma se tu lo brami,
  • di pudore velato il ciglio nobile,
  • essa verrà. Ma, se da te lo stesso
  • posso impetrar, senza che venga, resti
  • pur nella tenda. è il suo pudor lodevole:
  • pur serbarlo convien quanto bisogna.
  • Achille:
  • Non condurre tua figlia al mio cospetto,
  • non affrontiamo degli stolti il biasimo:
  • ch'or, lungi d'ogni sua briga domestica,
  • l'esercito qui accolto, ama le tristi
  • e malefiche ciance; e, sia pregando,
  • sia non pregando, il vostro scopo in tutto
  • conseguirete: è mio solenne impegno
  • liberarvi dai mali; e del mio dire
  • ciò sappi sol: ch'esso non fu mendace.
  • Clitemnestra:
  • Sii tu felice, che soccorri i miseri.
  • Achille:
  • Odimi, perché tutto a ben proceda.
  • Clitemnestra:
  • Che vuoi tu dire? Darti ascolto è d'uopo.
  • Achille:
  • A miglior senno si richiami il padre.
  • Clitemnestra:
  • è vile, e troppa tema ha dell'esercito.
  • Achille:
  • Ma gli argomenti l'un l'altro s'abbattono.
  • Clitemnestra:
  • Vana speranza. E che far devo? Dimmelo.
  • Achille:
  • La figlia pria che non uccida pregalo;
  • e se resiste, a me devi ricorrere.
  • Perché, se voi lo convincete, inutile
  • sarà l'opera mia, ché la salvezza
  • avrete allora conseguita, ed io
  • meglio procederò verso l'amico,
  • né rampognare mi potrà l'esercito
  • se la ragione e non la forza adopero.
  • Pur senza me, cosí possano compiersi
  • gli eventi che agli amici gaudio arrechino.
  • Clitemnestra:
  • Saggio parlasti; e far bisogna quello
  • che dici tu. Ma se di ciò che bramo
  • alcunché non conseguo, ove potrò
  • vederti ancora, ove recarmi, o me
  • misera, dove, per trovar la tua
  • mano, dei mali miei soccorritrice?
  • Achille:
  • Vigilerò, dove bisogni: niuno
  • scorgerti deve sbigottita muovere
  • per l'esercito acheo: torto alla casa
  • non far del padre. Non è degno Tíndaro
  • di mala fama, ch'è sommo fra gli Elleni.
  • Clitemnestra:
  • Sarà cosí. Comanda: a me conviene
  • far ciò che dici tu. Se i Numi esistono,
  • prospera sorte tu godrai, ché sei
  • giusto. E se no, l'affaticar che giova?
  • Clitemnestra entra nella tenda. Achille esce per tornare fra l'esercito
  • CORO:
  • Strofe
  • Sul flauto libio, sopra la cetera
  • dei balli amica, sui cavi biodi
  • contesti nella sampogna, il cantico
  • di nozze espresse dolci melodi
  • quando le Pierie Dive, dai riccioli
  • belli, al festino dei Numi vennero,
  • battendo in danza dell'aureo sandalo
  • la lieve pesta,
  • quel dí che a nozze moveva Pèleo,
  • Tetide e il germine d'èaco esaltando nei loro cantici,
  • su l'alpe dei Centauri,
  • nella Pelia foresta.
  • E il dardanio fanciullo,
  • di Giove al talamo dolce trastullo,
  • il frigio Ganimède,
  • dal fondo grembo all'anfore
  • d'oro, attingeva il nèttare.
  • E, su la sabbia candida
  • volgendo in giro il piede,
  • danzaron l'imenèo
  • le cinquanta figliuole di Nereo.
  •  
  • Antistrofe
  • Cinte le chiome di verdi foglie,
  • stringendo in pugno tronchi di pino,
  • venne l'equestre stuol dei Centauri,
  • di Bacco ai calici colmi, al festino
  • dei Numi. Ed alte grida levarono:
  • «Figlio di Nèreo, Chiron, veridico
  • vate dei cantici febèi, pronòstica
  • che un tuo figliuolo
  • sarà purissima luce pei Tessali,
  • che coi Mirmídoni guerrieri, armati di scudo e lancia,
  • a saccheggiar di Priamo
  • giunge il celebre suolo,
  • cinto dell'armi d'oro
  • d'Efesto delle mani lavoro.
  • A lei la genitrice
  • ne farà dono, Tétide
  • ond'ebbe il vital gèrmine.
  • Celebreranno i Dèmoni,
  • quell'imenèo felice
  • del figliuol di Peleo,
  • della marina figlia di Nereo».
  •  
  • Epodo
  • A te la chioma ricciola bella
  • gli Achivi, o vergine, ghirlanderanno,
  • come a vitella
  • variopinta, che giunga intatta
  • dai suoi rocciosi montani spechi,
  • a te la tenera gola di sangue cospargeranno.
  • Né fra sampogne tu, né fra gli echi
  • di pastorali canti crescesti.
  • Per qualche eletto giovine d'Ìnaco,
  • te crebbe, pura
  • sposa, materna gelosa cura.
  • Qual forza avranno piú
  • verecondia e virtú,
  • quando trionfa l'empio,
  • né gara è fra i mortali, perché s'eviti
  • lo sdegno dei Celesti?
  • Dalla tenda esce Clitemnestra
  • Clitemnestra:
  • Uscita sono dalla tenda, e cerco
  • lo sposo mio, già da gran tempo uscito.
  • La misera mia figlia, in pianto immersa,
  • empie l'aria col suon vario dei lagni,
  • poi che la morte che dal padre inflitta
  • le sarà, seppe. Io parlo d'Agamennone;
  • ed ei s'appressa al luogo ove convinto
  • d'empiezza contro i figli suoi sarà.
  • Agamennone:
  • Figlia di Leda, in buon momento fuori
  • della tenda ti trovo, ove a proposito
  • d'Ifigenia, ciò ti dirò, che, a nozze
  • movendo, le fanciulle udir non debbono.
  • Clitemnestra:
  • Qual cosa mai tanto opportuna giunge?
  • Agamennone:
  • Fa' dalla tenda la fanciulla uscire,
  • ch'essa col padre suo venga. è già pronta
  • l'acqua lustrale, ed i granelli d'orzo
  • da gittare sul fuoco, e le vitelle
  • che cadran, prima delle nozze, il negro
  • sangue spruzzando, vittime d'Artemide.
  • Clitemnestra:
  • Le tue parole son belle; ma l'opere
  • tue, non saprei come trovar parole
  • per approvarle. - O figlia, esci qui fuori.
  • Di tuo padre sai ben quanto ei decise.
  • E prendi Orèste, il tuo fratello, avvolgilo
  • nel peplo, o figlia, e conducilo qui.
  • Ecco, tua figlia ad ubbidirti è pronta.
  • Altre cose io, per me, per lei dirò.
  • Agamennone:
  • Figlia mia, perché piangi, e dolcemente
  • piú non mi guardi, e gli occhi a terra abbassi,
  • e velo ad essi fai del peplo?
  • Clitemnestra:
  • Ahimè!
  • Da qual dei mali miei comincerò?
  • D'essere primo ciascun d'essi è degno.
  • Agamennone:
  • Che c'è? D'un solo cuore a me rivolte,
  • turbato avete ed agitato il guardo.
  • Clitemnestra:
  • Ai detti miei franco rispondi, o sposo.
  • Agamennone:
  • Risponderò: non val che tu m'esorti.
  • Clitemnestra:
  • La figlia tua, la mia, t'appresti a uccidere?
  • Agamennone:
  • Ahimè!
  • Tristi i tuoi detti, il tuo sospetto indegno.
  • Clitemnestra:
  • Rimani calmo:
  • e su tal punto a me prima rispondi.
  • Agamennone:
  • Discreta chiedi, ed io risponderò.
  • Clitemnestra:
  • Io non divago, e tu non divagare.
  • Agamennone:
  • O Diva Parca, o mia Sorte, o mio Demone!
  • Clitemnestra:
  • E mio, della mia figlia, uno e medesimo
  • per tre meschini!
  • Agamennone:
  • Chi ti fece torto?
  • Clitemnestra:
  • A me lo chiedi? Di prudenza priva
  • è la prudenza che tu mostri.
  • Agamennone:
  • Tutto
  • è finito. Svelato è il mio segreto.
  • Clitemnestra:
  • Inteso ho tutto, e so quel che t'accingi
  • a far di noi. T'accusa il tuo silenzio,
  • e il gemer lungo: motto non aggiungere.
  • Agamennone:
  • Ecco, taccio. Perché dovrà chi mente
  • alla sciagura l'impudenza aggiungere?
  • Clitemnestra:
  • Ascolta dunque: con parole chiare,
  • non per enigmi, io ti favellerò.
  • E prima, poi che a te questa rampogna
  • prima io rivolgerò - tu mi sposasti
  • contro mia voglia, mi rapisti a forza,
  • poi che uccidesti il mio primo consorte,
  • Tantalo, e il figlio mio via dal mio seno
  • strappato, a terra sfracellasti. E i due
  • figli di Giove, i miei fratelli, corsero
  • fulgidi sui cavalli bianchi, corsero
  • a inseguirti, e mio padre, il vecchio Tíndaro,
  • ti salvò, quando a lui giungesti supplice;
  • e tu m'avesti ancora sposa. E allora,
  • conciliata, nella casa tua
  • con te rimasi immacolata - forza
  • t'è confessarlo - e sempre casta, e prospera
  • resi la casa tua, sí che dovevi
  • entrandovi allegrarti, e allontanandoti,
  • viver sicuro. Ed è ben raro acquisto
  • simile donna, per un uomo: invece
  • raro non è trovarne una malvagia.
  • E tre fanciulle a te diedi e un fanciullo;
  • ed una delle tre miseramente
  • or mi rapisci. E se ti chiede alcuno
  • perché l'uccidi, che risponderai?
  • Debbo io per te rispondere? Perché
  • Menelao riavere Elena possa!
  • Saggio mercato, una magalda a prezzo
  • dei figli comperar: quanto odioso
  • è piú, con quanto è piú diletto. O via,
  • se tu in Argo mi lasci, e a campo muovi,
  • e lungo tempo resti lí, qual cuore
  • credi che il mio sarà, quando io contempli
  • il seggio vuoto di mia figlia, e vuota
  • la stanza verginale, e sempre in lagrime
  • soletta sederò, sempre piangendola?
  • - T'uccise il padre che ti generò,
  • non altri, o figlia, e non con altra mano.
  • Tal dono alla sua casa egli lasciò -.
  • Ma basterà lieve pretesto, ed io
  • tale accoglienza a te con le superstiti
  • figliuole mie farò, quale tu meriti.
  • Contro di te, pei Numi, non costringermi
  • ad esser trista, e tu tristo non essere.
  • Ahimè!
  • Immolerai la figlia? E che preghiera
  • dirai, mentre l'immoli? E che fortuna,
  • mentre tua figlia sgozzi, invocherai?
  • Un funesto ritorno, alla partenza
  • che turpe fu, concorde? Ed io potrei
  • qualche bene augurarti? Oh, dissennati
  • crederemmo gli Dei, se reputassimo
  • che gli assassini favorir potessero.
  • Tornato in Argo, i figli abbraccerai?
  • Non ti sarà concesso. E qual dei figli
  • vorrà guardarti, se al tuo seno accolto
  • un d'essi, l'uccidesti? Hai già da te
  • pensato a tutto questo, oppur t'importa
  • solo far pompa dello scettro, solo
  • guidar le schiere? Un tale equo discorso
  • far dovevi agli Argivi: «Alle contrade
  • dei Frigi navigar volete, o Argivi?
  • Si estragga a sorte, chi di noi la figlia
  • immolar deve». La giustizia questa
  • sarebbe stata, e non che tu prescelto
  • fossi a immolar la tua figlia pei Dànai;
  • oppur che Menelao, per la sua sposa,
  • che fu causa del mal, sgozzasse Ermíone.
  • Invece, io, che al tuo letto onta non feci,
  • priva andrò della figlia, e l'infedele
  • nella sua casa, a Sparta, serberà
  • la figlia sua, sarà felice. Ove io
  • in ciò ch'io dissi errato abbia, riprendimi.
  • Ma se bene ho parlato, avviso muta,
  • non uccider la figlia, e saggio móstrati.
  • CORO:
  • Odila: ché salvare i figli è onesto:
  • niun contraddire può questo, Agamennone.
  • Ifigenia:
  • Se d'Orfeo la fècondia, o padre, avessi,
  • da convincer col canto, in guisa che
  • mi seguisser le pietre, e i cuor potessi
  • coi detti miei commuovere, a quest'arte
  • m'appiglierei; ma quella ch'io conosco
  • adesso offrire ti potrò: le lagrime.
  • Alle ginocchia tue questo mio corpo
  • che costei generò, depongo, quasi
  • ramo d'ulivo supplice, perché
  • tu non m'uccida innanzi tempo. è dolce
  • veder la luce; e tu non mi costringere
  • a veder quello che sotterra giace.
  • Prima io te chiamai padre, e tu me figlia:
  • alle ginocchta tue prima io le tenere
  • membra appendevo, a te soavi gioie
  • diedi, e n'ebbi ricambio. E tu dicevi:
  • «O figlia, dunque, te vedrò felice
  • vivere in casa d'uno sposo, florido,
  • come conviene alla mia figlia?». Ed io,
  • appesa al viso tuo, che adesso stringo,
  • cosí dicevo: «Ed io che ti dirò?
  • Vecchio t'accoglierò nel caro asilo
  • della mia casa, o padre, e a te compenso
  • delle cure darò che tu spendesti
  • per allevarmi». - Ora, io memoria serbo
  • di quei detti, ma tu ne sei dimentico,
  • e uccidere mi vuoi. Deh, no! Per Pelope
  • io ti scongiuro, e per tuo padre Atrèo,
  • per questa madre che mi partorí,
  • ed or patisce queste nuove doglie.
  • Dell'adulterio d'Alessandro e d'Elena
  • che colpa ho io? Come esser può che Paride
  • per la rovina mia giungesse, o padre?
  • Guardami, l'occhio su me volgi, abbracciami,
  • sí che di te, morendo, io serbi almeno
  • tale ricordo, se pei detti miei
  • convincer non ti vuoi. Fratello, tu
  • sei pei tuoi cari un piccolo alleato;
  • ma pur piangi con me, supplica il padre
  • che tua sorella non uccida: senso
  • hanno delle sciagure anche gl'infanti.
  • Vedi, col suo tacer, padre, t'implora.
  • La mia vita rispetta, abbi pietà:
  • ti scongiuriamo, entrambi a te diletti,
  • questo, pargolo ancora, ed io già grande.
  • Ma solo un punto aggiungerò, che vinca
  • ogni argomento. Agli uomini dolcissima
  • è questa luce, e non l'eterna tenebra
  • e folle è chi desidera la morte.
  • CORO:
  • Meglio è vivere mal, che morir bene.
  • Elena trista! A qual cimento sono
  • per te, per gli amor tuoi, gli Atrídi e i figli!
  • Agamennone:
  • Intendo ben dove pietà s'addice,
  • e dove mena; ed amo i figli miei:
  • se no, stolto sarei. Per me terribile
  • è questa prova, o donna; e pur terribile
  • il non osarla. Che mai far dovrò?
  • Vedete quanta oste navale, e quanti
  • chiusi in arme di bronzo ellèni principi,
  • che navigar verso la rocca d'Ilio,
  • se non t'immolo, non potranno, o figlia -
  • Calcante il vate l'affermò - di Troia
  • non potranno espugnar le sedi illustri.
  • Un cieco ardor le schiere ellène invase,
  • di navigare senza indugio contro
  • le barbariche terre, e porre un termine
  • ai ratti delle greche spose. Ov'io
  • della Diva ai responsi non ottemperi,
  • uccideranno le mie figlie in Argo,
  • e voi con me. Di Menelao non sono
  • servo, o figliuola, e non per suo volere
  • son qui venuto. Ma l'impose l'Ellade,
  • a cui tu devi, o ch'io voglia, o non voglia,
  • esser sacrificata. Ecco da chi
  • son vinto, o figlia: ch'essa deve libera
  • esser, per quanto spetta a me e a te,
  • e non già che soggetti siano ai barbari
  • gli Elleni, e a forza saccheggiati i talami.
  • Parte
  • Clitemnestra:
  • O figlia, ospiti amiche,
  • deh, che morte è la tua, misera me!
  • T'immola all'Ade il padre tuo, ti lascia!
  • Ifigenia:
  • O madre, o madre, ahimè!
  • conviene a entrambe un sol canto d'ambascia.
  • S'abbuia la pupilla
  • piú la luce del sol per me non brilla.
  • Valli di Frigia bianche di neve, monti dell'Ida,
  • dove una volta Priamo gittava, tenero pargolo
  • dalla sua madre lontano, a un fato
  • di morte, Paride,
  • che Idèo chiamato fu nella rocca dei Frigi, Idèo.
  • Deh, mai cresciuto non fosse Paride
  • bifolco, presso le sue giovenche,
  • vicino all'acque limpide, dove
  • le fonti corrono, sacre alle Ninfe,
  • e il prato è florido di fiori pallidi,
  • e rose crescono, giacinti crescono
  • per intrecciare serti alle Dive!
  • Un giorno Pallade qui giunse, e Cipride
  • macchinatrice d'inganni, ed Era,
  • e, messaggero di Giove, Ermete.
  • E superbiva per le lusinghe
  • d'amore, Cipride,
  • per la sua cuspide Pallade, ed Era
  • perché partecipa
  • di Giove il talamo.
  • A un odioso giudizio vennero
  • ad una gara di lor bellezza,
  • alla mia morte,
  • che per i Dànai fu, per la gesta
  • d'Ilio detta propiziatrice.
  • E quei che vita mi diede, o misera,
  • o madre, o madre,
  • or mi tradisce, e fugge.
  • Ahimè misera, ahimè!
  • Quanto fu amara, quanto fu amara
  • la sorte d'Elena per me! Son morta,
  • sono distrutta, per l'empia strage
  • d'un empio padre.
  • Deh, a questi ormeggi mai non avesse
  • aulide accolte
  • le poppe delle navi dai bronzei rostri, la flotta
  • che ad Ilio addurre doveva gli Elleni!
  • Gli avversi venti spinti nell'èuripo
  • mai non avesse Giove, che mitiga
  • varie pei vari nauti le brezze
  • da rallegrare le vele, e doglie
  • mescola ed obbliga
  • questi che salpino, quelli che restino,
  • quelli che indugino.
  • è degli efimeri la stirpe molto molto infelice,
  • e molto è dura per i mortali
  • necessità.
  • Ahimè, ahimè!
  • Gravi cordogli, gravi dolori
  • tu arrechi ai Dànai, figlia di Tíndaro.
  • CORO:
  • Io ti compiango: una sciagura trista
  • colpisce te, che punto non la meriti.
  • Giunge Achille
  • Ifigenia:
  • Madre mia, qui presso giungere veggo d'uomini uno stuolo.
  • Clitemnestra:
  • Questi è l'uom per cui venisti, della Dea questo è il figliuolo.
  • Ifigenia:
  • Quella tenda, ancelle, aprite, ch'io mi asconda.
  • Clitemnestra:
  • Lungi vai?
  • E perché, figlia?
  • Ifigenia:
  • D'Achille mi vergogno.
  • Clitemnestra:
  • E perché mai?
  • Ifigenia:
  • Delle nozze il mal successo vergognosa esser mi fa.
  • Clitemnestra:
  • In tal sorte sei, che poco ti conviene schifiltà.
  • Resta: allor che i guai ci premono, non convien l'animo altero.
  • Achille:
  • O di Leda figlia, o donna sventurata...
  • Clitemnestra:
  • Dici il vero.
  • Achille:
  • Grida orrende fra gli Argivi corron.
  • Clitemnestra:
  • Quali? Non mel dici?
  • Achille:
  • Che tua figlia...
  • Clitemnestra:
  • Ahimè, di quanto devi dirmi tristi auspici...
  • Achille:
  • Convenìa sacrificare.
  • Clitemnestra:
  • E a contrasto niuno sorse?
  • Achille:
  • Corsi rischio io stesso...
  • Clitemnestra:
  • E quale?
  • Achille:
  • d'esser lapidato.
  • Clitemnestra:
  • Forse
  • per difendere mia figlia?
  • Achille:
  • Giusto appunto.
  • Clitemnestra:
  • Ma toccarti
  • chi l'avrebbe osato?
  • Achille:
  • Gli Elleni tutti quanti.
  • Clitemnestra:
  • E le tue parti
  • dei Mirmídoni lo stuolo non prendeva?
  • Achille:
  • Il piú accanito
  • mio nemico, anzi, era quello.
  • Clitemnestra:
  • Figlia mia, tutto è finito.
  • Achille:
  • L'irretito dalle nozze, mi chiamavano.
  • Clitemnestra:
  • E che cosa
  • rispondevi tu?
  • Achille:
  • Che uccidere non volesser la mia sposa.
  • Clitemnestra:
  • Ben dicevi.
  • Achille:
  • A me promessa da suo padre.
  • Clitemnestra:
  • Che l'ha fatta
  • qui venir.
  • Achille:
  • Ma la mia voce fu dagli urli sopraffatta.
  • Clitemnestra:
  • Trista cosa è il volgo.
  • Achille:
  • Aiuto pur vo' darti.
  • Clitemnestra:
  • Aiuto darmi
  • contro i molti, solo?
  • Achille:
  • Vedi che costor mi recan l'armi?
  • Clitemnestra:
  • Possa tu fortuna avere, cuore intrepido.
  • Achille:
  • L'avrò.
  • Clitemnestra:
  • Non morrà dunque mia figlia?
  • Achille:
  • Sin ch'io vivo, certo no.
  • Clitemnestra:
  • Chi oserà toccarla?
  • Achille:
  • Mille; ed Ulisse ebbe l'assunto
  • di guidarli.
  • Clitemnestra:
  • Chi? Di Sísifo il figliuolo?
  • Achille:
  • Quello appunto.
  • Clitemnestra:
  • Di sua voglia? Oppur l'esercito lo prescelse?
  • Achille:
  • Le sue brame
  • fur concordi a quella scelta.
  • Clitemnestra:
  • Sparger sangue, ufficio infame!
  • Achille:
  • Io saprò frenarli.
  • Clitemnestra:
  • A forza trarrà dunque la fanciulla?
  • Achille:
  • Sí, ghermita per la bionda treccia.
  • Clitemnestra:
  • Ed io non potrò nulla?
  • Achille:
  • Alla figlia stretta avvínciti.
  • Clitemnestra:
  • Basta ch'io mi stringa a lei?
  • Ella è salva.
  • Achille:
  • E sarà salva.
  • Ifigenia:
  • Madre, udite i detti miei.
  • Contro il padre a torto irata, madre mia, tu sei, perché
  • affrontare l'impossibile cosa agevole non è.
  • Ci conviene grazie al Tessalo render poi del suo coraggio,
  • ma schivar che la sciagura, senza alcun nostro vantaggio,
  • su lui piombi, e oggetto d'odio per l'esercito egli sia.
  • Odi or quello che deciso ho, pensando, o madre mia.
  • Fu decisa la mia morte: affrontarla in modo io penso
  • ch'alta fama io ne riscuota, posto in bando ogni vil senso.
  • Ed insiem con me considera, madre, tu, se dico bene:
  • tutta quanta la grande Ellade su me l'occhio fisso tiene,
  • in me sta che i legni salpino, sia la Frigia posta a sacco,
  • ed i barbari in futuro non c'infliggano lo smacco
  • di rapir donne da l'Ellade fortunata, quando avranno
  • per la femmina che Paride seducea, pagato il danno.
  • Otterrò ciò con la mia morte, celebre sarà
  • il mio nome: ed avrò l'Ellade vendicata a libertà.
  • E neppur conviene ch'io di soverchio ami la vita:
  • ché, non sol per me, per l'Ellade tutta tu m'hai partorita.
  • Mille e mille uomini pronti sono già, nell'armi chiusi,
  • mille e mille i remi stringono, a vendetta dei soprusi,
  • che patiron, sui nemici pronti a far prova del braccio,
  • a morire per la patria; e sola io sarò d'impaccio?
  • Con qual mai giusto discorso rintuzzar tali argomenti?
  • Ora, ad altro: non è giusto che il Pelíde si cimenti
  • a cagione d'una donna, con gli Achei tutti, e soccomba:
  • piú di mille e mille donne val che un uom schivi la tomba.
  • E se Artemide il mio corpo come vittima chiedea,
  • dovrò forse io, che mortale nacqui, oppormi ad una Dea?
  • è impossibile. Per l'Ellade cader vittima acconsento.
  • Io sia spenta, e Troia cada; mio perenne monumento
  • sarà questo, questo gloria, questo figli, questo imène.
  • Che gli Elleni sian da barbari sopraffatti, non conviene:
  • genti schiave sono quelle, sono libere l'Ellene.
  • CORO:
  • Nobili sensi i tuoi, fanciulla, sono
  • ma duri son per te la Dea, la Sorte.
  • Achille:
  • Beato me, figliuola d'Agamennone,
  • alcun dei Numi renderebbe, ove io
  • sposa potessi averti. Io per te l'Ellade
  • reputo fortunata, e te per l'Ellade:
  • ché tu favelli in modo eletto, e degno
  • della tua patria: ché a pugnar coi Numi
  • tu rinunci, che son di te piú forti,
  • ed al bene t'appigli, e a ciò che vuole
  • necessità. Tanta maggior m'invade
  • brama di sposa averti, ora che ho l'indole
  • tua conosciuta: poiché tu sei nobile.
  • Ed aiutarti io voglio ora, condurti
  • alla mia casa; e sarà grande, e Tetide
  • lo sappia, il cruccio mio, se farti salva
  • contro i Dànai pugnando io non potrò.
  • Bada, un male terribile è la morte.
  • Ifigenia:
  • Pronta sarà la mia risposta. Assai
  • suscita guerre d'uomini e sterrnini
  • Elena, con la sua beltà. Signore,
  • tu non devi per me morir né uccidere:
  • e lascia ch'io, salvi, se posso, l'Ellade.
  • Achille:
  • Arditissimo cuore, io nulla posso,
  • se questo dici e brami, a te rispondere.
  • Negar non giova il vero: il tuo proposito
  • è generoso: tuttavia potresti
  • mutare avviso: ond'io mi reco all'ara,
  • e lí presso starò, chiuso nell'armi,
  • per impedire la tua morte. Forse
  • profitterai di queste mie parole,
  • quando vedrai presso alla gola il ferro.
  • Non lascierò che pel tuo folle ardire
  • morir tu debba. Presso andrò, con questi
  • che recan l'arme, al tempio della Diva,
  • e quivi attenderò sin che tu giunga.
  • Parte
  • Ifigenia:
  • Madre, perché muta rimani, e lagrimi?
  • Clitemnestra:
  • Giusta ragione ho di crucciarmi il cuore!
  • Ifigenia:
  • Smetti, non avvilirmi: e ciò concedimi...
  • Clitemnestra:
  • Che mai? Nessun rifiuto avrai da me.
  • Ifigenia:
  • Delle tue chiome ciocca non recidere,
  • non avvolger le membra in negri pepli.
  • Clitemnestra:
  • O figlia mia, che dici tu? Ti perdo...
  • Ifigenia:
  • No; son salva, e per me tu sarai celebre.
  • Clitemnestra:
  • Come? Non debbo la tua morte piangere?
  • Ifigenia:
  • No; non sarà per me la tomba eretta.
  • Clitemnestra:
  • Che? La fossa non è retaggio ai morti?
  • Ifigenia:
  • L'altare della Dea sarà mio túmulo.
  • Clitemnestra:
  • Tu dici bene; ed io t'obbedirò.
  • Ifigenia:
  • Ch'io procuro, felice, il ben de l'èllade.
  • Clitemnestra:
  • Che dovrò dire alle sorelle tue?
  • Ifigenia:
  • Neppure ad esse i negri pepli cingere.
  • Clitemnestra:
  • Quale ad esse dirò tuo caro motto?
  • Ifigenia:
  • Che sian felici. E fa' d'Oreste un uomo.
  • Clitemnestra:
  • L'ultima volta or tu lo vedi. Bacialo.
  • Ifigenia:
  • Caro! Pei tuoi quanto potevi hai fatto.
  • Clitemnestra:
  • Che posso in Argo far, che a te sia grato?
  • Ifigenia:
  • Non esecrare il mio padre, il tuo sposo.
  • Clitemnestra:
  • Per te correr dovrà cimenti orribili.
  • Ifigenia:
  • Contro sua voglia ei m'immolò, per l'Ellade.
  • Clitemnestra:
  • Con la sua frode; e indegno fu d'Atrèo.
  • Ifigenia:
  • Chi mi conduce là, prima ch'io tratta
  • sia per la chioma?
  • Clitemnestra:
  • Io là teco verrò.
  • Ifigenia:
  • Non tu. Non dici bene.
  • Clitemnestra:
  • Alle tue vesti
  • mi stringerò.
  • Ifigenia:
  • No, dammi ascolto, o madre:
  • rimani: ch'è per te meglio, e per me.
  • Dei famigli del padre alcun m'adduca
  • al prato, ov'io morir debbo, d'Artemide.
  • Clitemnestra:
  • O figlia, parti?
  • Ifigenia:
  • E piú non tornerò.
  • Clitemnestra:
  • Lasci la madre?
  • Ifigenia:
  • E in modo indegno, il vedi.
  • Clitemnestra:
  • Sta, non lasciarmi.
  • Ifigenia:
  • Ora non vo' che lagrime
  • si versin piú. Fanciulle, e per Artemide,
  • per la figlia di Giove, ora un peana
  • sul mio destin levate, per Artemide,
  • per la figlia di Giove. E muti restino
  • i Dànai tutti; e alcun rechi il canestro,
  • e bruci il fuoco pei libami sacri,
  • e compia il padre dell'altare il giro,
  • dalla destra movendo: a tutti gli Elleni
  • io la salvezza arreco, io la vittoria.
  • Me conducete, d'Ilio e dei Frigi
  • trionfatrice;
  • d'acqua lustrale le scaturigini
  • recate, e il serto che a questi riccioli
  • cinger s'addice;
  • danze s'intreccino d'intorno al tempio,
  • d'intorno all'ara:
  • perché placati siano gli oracoli,
  • la strage, il sangue mio si prepara.
  • Deh veneranda, deh veneranda
  • madre, il mio pianto
  • per te conviene ch'ora si spanda:
  • ché poi, nel fausto
  • rito sconviene. O vergini
  • con me cantate Artemide,
  • che sede ha quivi, di fronte a Càlcide,
  • dove la flotta di guerra, immobile
  • per mia cagione convien che resti.
  • Ahimè, mia madre terra pelasgica,
  • ahimè, Micene che mi crescesti!
  • CORO:
  • Invochi forse la città di Pèrseo,
  • che per man dei Ciclopi estrutta fu?
  • Ifigenia:
  • Tu mi crescesti per la gloria d'èllade
  • ond'io non mi lamento, anche s'io muoio.
  • CORO:
  • Ma la tua gloria non morrà piú mai.
  • Ifigenia:
  • Luce che il giorno piove,
  • e tu raggio di Giove,
  • ad altra sorte io movo, ad altra vita.
  • Esce
  • CORO:
  • Addio, luce gradita!
  • Ahimè, ahimè!
  • Vedete la trionfatrice
  • dei Frigi e d'Ilio.
  • Sulla sua fronte giran ghirlande,
  • l'acqua lustrale si spande.
  • Ecco, all'altare move
  • della Diva; e la nobil cervice
  • con le stille del suo sangue bagnerà.
  • Te attende la rugiada
  • lustrale, e il padre, e degli Achei l'esercito
  • desideroso che Troia cada.
  • Cantiamo la figlia di Giove,
  • signora fra i Superi, Artemide.
  • O Diva, o Diva,
  • tu che d'umane vittime
  • ti compiaci, l'achiva
  • schiera alle frigie prode
  • adduci, e a Troia, artefice di frode.
  • Concedi che Agamennone
  • cinga alle greche cuspidi
  • un serto di vittoria,
  • e al proprio capo una perpetua gloria.
  • Giunge un araldo
  • Araldo:
  • Dalla tenda esci, o Clitemnestra, o figlia
  • di Tíndaro, ed ascolta i detti miei.
  • Clitemnestra:
  • Udita ho la tua voce, e sono qui,
  • misera me, sgomenta, esterrefatta,
  • che tu non giunga ad annunciarmi qualche
  • nuova sciagura.
  • Araldo:
  • Di tua figlia udrai
  • meravigliosi eventi ed incredibili.
  • Clitemnestra:
  • Non indugiare, anzi a parlare affrettati.
  • Araldo:
  • Tutta la verità, regina mia,
  • ben chiara tu saprai, se la memoria
  • non mi deluderà, se ai detti miei
  • inciampo non porrà. Come d'Artemide
  • giungemmo al tempio ed ai fiorenti prati,
  • la tua figliuola conducendo, súbito
  • s'adunò degli Achei la turba. E come
  • Agamennone vide a morte muovere,
  • al bosco sacro, la sua figlia, gèmiti
  • levò, la faccia indietro volse, lagrime
  • versò, del manto fece agli occhi velo.
  • Ed ella, stando presso al padre, disse:
  • «O padre, eccomi a te: questo mio corpo
  • io per la patria mia, per tutta l'Ellade,
  • volonterosa dò, ché l'adduciate,
  • della Dea presso all'ara, e l'immoliate,
  • se pur questo è il destino. E la fortuna,
  • per quanto è in me, v'arrida, e la vittoria
  • dell'armi, ed il ritorno al patrio suolo.
  • Ed ora, niuno degli Argivi appressi
  • la mano a me. Volonterosa e muta
  • la mia gola offrirò». Furono queste
  • le sue parole; e udendole, stupirono
  • tutti l'ardir, la forza della vergine.
  • E in mezzo stando allor Taltibio, a cui
  • tal compito incombea, silenzio impose
  • alle turbe, e formâr prosperi auspíci.
  • E Calcante indovino, un ferro acuto
  • tratto dalla guaina, in mezzo all'aureo
  • canestro lo depose, e della vergine
  • il capo ghirlandò. Preso il canestro,
  • il figlio di Peleo, movendo attorno
  • all'ara della Dea, di sacre stille
  • l'asperse, ed invocò: «Figlia di Giove
  • che stermini le fiere, e fra le tenebre
  • la tua fulgida luce in giro volgi,
  • questa vittima accogli onde olocausto
  • ti fan le achive schiere ed Agamennone,
  • il sangue intatto di virginea gola;
  • e concedi alle navi un corso prospero,
  • e ch'espugnati i valli d'Ilio siano
  • dall'armi nostre». Stavano gli Atrídi,
  • stava tutto l'esercito, con gli occhi
  • confitti al suolo. Ed impugnato il brando,
  • preci innalzava il sacerdote, e il punto
  • della gola cercava ov'ei colpisse.
  • Da non lieve dolor l'animo mio
  • era pervaso, e stavo a fronte bassa.
  • Ed ecco, apparve un prodigio improvviso;
  • ché del colpo il rumore ognuno udí,
  • ma dove la fanciulla al suol cadesse,
  • nessuno vide. Il sacerdote, un grido
  • levò, gridò con lui tutto l'esercito,
  • poi che un prodigio inaspettato vide
  • d'un qualche Nume, tal, che, pur vedendolo,
  • incredibil parea. Guizzante al suolo
  • una cerva giacea, grande, bellissima,
  • e del suo sangue tutto intorno asperso
  • era l'altare della Diva. E allora
  • lieto Calcante - immaginar lo puoi:
  • «Principi - disse - che in comune queste
  • schiere d'Achei guidate, or questa vittima
  • mirate, che la Dea sull'ara pose,
  • questa cerva montana. Essa gradí
  • questa, piú che la vergine, perché
  • sí nobil sangue non macchiasse l'ara.
  • Di buon grado l'accolse, e a voi concede
  • prosperi eventi, e navigar contro Ilio.
  • Or si rinfranchi ogni nocchiere, e corra
  • alla sua nave: ché oggi stesso, d'Àulide
  • abbandonar conviene i cavi anfratti,
  • attraversare l'estuante Egeo».
  • E poscia ch'arsa fu tutta la vittima,
  • su la vampa d'Efèsto, esso invocò
  • fausto ritorno per le schiere. Adesso,
  • Agamennone a te m'invia, perché
  • da me tu sappia qual sorte dai Numi
  • ebbe la figlia tua, quale ne l'Ellade
  • sorte immortale; ed io, che fui presente,
  • e tutto vidi, a te lo narro. Certo,
  • volò tra i Numi la fanciulla. Scaccia
  • la doglia, e il tuo rancor contro lo sposo.
  • Inopinati mandano sugli uomini
  • gli eventi i Numi, e quei salvano ch'amano:
  • oggi la figlia tua fu spenta e visse.
  • CORO:
  • Di tal messaggio quanto godo! Ei dice
  • che fra i Celesti la tua figlia vive.
  • Clitemnestra:
  • T'ha dunque un Nume rapita, o figlia?
  • Che debbo credere di te? Che quanto
  • costui m'ha detto, non è che favola
  • vana, a placare questo mio schianto?
  • CORO:
  • Ecco Agamennone giunge a noi presso
  • potrà narrarti tutto egli stesso.
  • Agamennone:
  • Donna, felici quanto alla fanciulla
  • ci possiamo chiamar, ché veramente
  • ella è dei Numi in compagnia. Tu devi
  • questo tenero agnello or teco prendere,
  • e alla patria tornar: poiché l'esercito
  • si dispone a partir. Pria che da Troia
  • io torni, e teco parli ancor, dovrà
  • lungo tempo passar. T'arrida il bene.
  • CORO:
  • Alla terra dei Frigi, Agamennone,
  • muovi lieto, e al ritorno la gioia
  • t'arrida, le spoglie bellissime
  • recando da Troia.