Ciclope
È l'unico dramma satiresco giunto fino a noi. Si ispira al libro IX dell’Odissea.
Non compare il vino presente in omero e qui la grotta presenta due aperture probabilmente per esigenze sceniche.
Il prologo di Sileno è una parodia dell’opera di Omero.
- PERSONAGGI:
- Sileno
- Ulisse
- Ciclope
- CORO di Satiri
- Sileno:
- Passo un mondo di guai, Bacco, per te,
- e n'ho passati ai miei verdi anni. Prima,
- quando Giunone il senno ti rapí,
- e tu lasciasti le montane Ninfe
- nutrici tue. Poi, nella cruda mischia
- contro i Giganti. Alla tua destra, piede
- contro piede, io pugnavo; e con la lancia
- forai lo scudo a Encelado, e l'uccisi.
- Interrompendosi, fra sé
- Un momento. L'avrei forse sognato?
- No, che, perdio, mostrai le spoglie a Bacco!
- Ripigliando come sopra
- E adesso n'ho passata una di peggio.
- Quando Giunone ai danni tuoi la razza
- dei tirreni pirati scatenò,
- per farti in lungo e in largo errar pel mondo,
- io che lo seppi, m'imbarcai coi satiri
- miei figli, a rintracciarti. Io sulla poppa,
- governando il timone, e i miei figliuoli
- sedendo ai remi, e biancheggiar facendo
- coi tonfi il glauco mar, ti si cercava.
- Or, quando eravam già presso al Malèa,
- gonfiò le vele un vento di levante,
- e ci gittò su questa rupe etnèa,
- dove in antri deserti hanno dimora
- i Ciclopi monocoli, omicidi,
- figli del Dio del pelago. E noi, presi
- da un di questi, gli facciamo in casa
- da servitori. E ha nome Polifemo.
- E cosí, scambio dei tripudi bacchici,
- custodiamo le greggi del Ciclope.
- I figli miei, che son ragazzi, guidano
- le bestie giovinette in vetta ai colli,
- ed io sto in casa, a riempir le secchie
- e spazzare le stalle a questo infame
- Ciclope, ghiotto di nefandi pasti.
- Dunque, eseguiamo gli ordini: spazziamo
- col rastrello, e rendiam nette le stalle
- per accoglier le greggi ed il Ciclope.
- Ma vedo i figli miei che riconducono
- di già le greggi. Oh che succede? Sento
- strepito di trescone. Oh che pensate
- d'essere ai tempi che fra sciali ed orge
- andavate con Bacco alla dimora
- d'Altea, ballando al suono delle cétere?
- I satirelli invadono l'orchestra, cacciandosi avanti la greggia, con movimenti appena disciplinati da una danza vivacissima
- CORO:
- Una voce
- Strofe
- Dove ti sbandi, o figlio
- di balde madri e validi
- padri, su per le rupi?
- Non è qui rezzo mite,
- non sono erbe fiorite?
- Vicino agli antri cupi
- dove belan gli agnelli,
- è l'acqua tolta ai gorghi dei ruscelli.
- Un'altra voce:
- Presto, su, tu qui, tu lí, sopra le zolle
- del rugiadoso colle!
- Un'altra voce:
- Ohè, tra poco ti lancio un sasso!
- Un'altra voce:
- Oh tu, montone, allunga, allunga il passo,
- torna al vecchio che queste
- rocce guarda al Ciclope, al pecoraro agreste.
- La prima voce:
- Antistrofe
- Offri le mamme turgide,
- accogli i tuoi lattonzoli!
- Li lasci, e il lungo giorno
- giacciono addormentati
- nell'antro. Or coi belati
- bramano il tuo ritorno.
- Lascia il pascolo e l'erba,
- entra nella rocciosa etnèa caverna!
- Un'altra voce:
- Presto su! Tu qui, tu lí, sopra le zolle
- del rugiadoso colle!
- Un'altra voce:
- Ohè, tra poco ti lancio un sasso!
- Un'altra voce:
- Oh, tu, montone, allunga, allunga il passo,
- torna al vecchio che queste
- rocce guarda al Ciclope, al pecoraro agreste.
- Tutti i satiri sono oramai radunati sulla scena. Il movimento di danza diviene sempre piú stretto
- Corifeo:
- Epodo
- Non è qui Bromio, non qui le danze,
- non le tirsígere
- Bacche, o dei timpani l'alto frastuono
- presso cadenti sorgive linfe,
- né stilla gocce d'ambra la vite,
- né tra le Ninfe
- in Nisa l'inno bacchico intono
- per Afrodite,
- su la cui traccia spingeami a volo
- con le Baccanti dal bianco pie'.
- Oh caro Bacco, dove, o diletto, vagando solo,
- scuoti le anella del biondo crine?
- Io, tuo ministro, servo il monòcolo
- Ciclope, ed erro, cinto di misere
- vesti caprine,
- lungi da te!
- Sileno:
- Zitti, figliuoli. Ed imponete ai servi
- di radunar le greggi entro lo speco.
- Corifeo:
- Ai servi di scena
- Andate. Ma che fretta hai dunque, o babbo?
- Sileno:
- Vedo una nave greca sulla spiaggia,
- e i rematori e il loro capo, muovono
- verso quest'antro, e portano sul capo
- brocche per l'acqua ed altri vasi vuoti.
- Vengono a far provviste. Ah, disgraziati!
- Chi mai saranno? Non lo sanno che
- razza d'uomo è il padrone Polifemo,
- che vengono a quest'antro inospitale,
- a finir sotto i denti del Ciclope?
- Ma zitti, via. Sentiamo un po' di dove
- giunsero a questa etnèa sicula rupe.
- Ulisse:
- Vestito da navigatore, seguito da uno stuolo di compagni
- Indicar ci sapreste, amici, dove
- scorra l'acqua d'un fiume, onde s'attinga
- refrigerio alla sete, e se alcun vuole
- vendere provvigioni ai navicchieri?
- Movimento di sorpresa
- Ma che? Di Bromio alla città, mi sembra,
- ci gittâr l'onde! Tanta schiera io veggo,
- presso all'antro, di satiri. - Salute
- al piú vecchio di voi, per prima, io dico.
- Sileno:
- Salve! Chi sei? Di qual paese? Parla.
- Ulisse:
- Il re dei Cefallèni, Ulisse d'ìtaca.
- Sileno:
- La progenie di Sísifo? Quel bindolo?
- Ulisse:
- Io son quel desso; e tu non oltraggiarmi.
- Sileno:
- E di dove giungesti alla Sicilia?
- Ulisse:
- Da Troia giungo, e dall'iliache gesta.
- Sileno:
- E non potevi andar diritto a casa?
- Ulisse:
- Ventosi nembi a forza qui mi spinsero.
- Sileno:
- Come è toccata a me. Poveri noi!
- Ulisse:
- Qui trascinato a forza anche tu fosti?
- Sileno:
- Mentre inseguia di Bromio i rapitori.
- Ulisse:
- Qual terra è questa, e chi dimora in essa?
- Sileno:
- è di Sicilia il clivo eccelso, l'Etna.
- Ulisse:
- Mura io non veggo, o cittadine torri!
- Sileno:
- Non ce n'è. Qui, foresto, uomo non vive.
- Ulisse:
- E chi occupa il suol? Dei bruti, forse?
- Sileno:
- I Ciclòpi, in caverne e non in case.
- Ulisse:
- A chi soggetti? Oppur sovrano è il popolo?
- Sileno:
- Nomadi. Niuno a niuno in nulla impera.
- Ulisse:
- E coltivan la spiga? O di che vivono?
- Sileno:
- Di latte e cacio, e di caprine carni.
- Ulisse:
- Hanno il succo dell'uva, il licor bacchico?
- Sileno:
- Punto! E però non danze ha la contrada.
- Ulisse:
- Sono ospitali e pii con gli stranieri?
- Sileno:
- Dicon che la lor ciccia è gustosissima.
- Ulisse:
- Che sento! Ghiotti son d'umana carne?
- Sileno:
- Nessuno arriva qui che non l'accoppino.
- Ulisse:
- E il Ciclope dov'è? Dentro lo speco?
- Sileno:
- Lungi, pel monte, coi suoi cani, a caccia.
- Ulisse:
- Sai, per mandarci via, che devi fare?
- Sileno:
- Non lo so. Ma per te siam pronti a tutto.
- Ulisse:
- Vendine cibo, ché ne siamo a corto.
- Sileno:
- Già te l'ho detto: altro non c'è che carne.
- Ulisse:
- Buon rimedio alla fame anche la carne.
- Sileno:
- E cacio sodo e latte di giovenca.
- Ulisse:
- Portate fuori, io compero alla luce.
- Sileno:
- E tu, mi sborserai quattrini? Quanti?
- Ulisse:
- Non quattrini: il licor meco ho di Bacco.
- Sileno:
- Dolci parole! Non se n'ha da un secolo!
- Ulisse:
- Marone me lo die', figlio del Nume.
- Sileno:
- Quello che crebbi un dí fra le mie braccia?
- Ulisse:
- Di Bacco il figlio, se la vuoi piú chiara.
- Sileno:
- è nelle navi, o tu con te lo rechi?
- Ulisse:
- Lo contiene quest'otre. Eccolo, guarda.
- Sileno:
- Di questo non ne fo neppure un sorso.
- Ulisse:
- Come lo mesci, si riempie a doppio.
- Sileno:
- Ah, gusto mio! Bella fontana, dici.
- Ulisse:
- Ne vuoi prima gustare un sorso pretto?
- Sileno:
- Sí, l'assaggio è il richiamo della compera.
- Ulisse:
- Ho portato con l'otre anche il bicchiere.
- Sileno:
- Ingozzamene, via, ché lo ricordi.
- Ulisse:
- Toh!
- Si accinge a versargli in gola il vino
- Sileno:
- Cospettone, ha proprio un bell'odore!
- Ulisse:
- Che, lo vedi, l'odore?
- Sileno:
- Eh, no, lo fiuto.
- Ulisse:
- Non per intesa, hai da lodarlo! Gustane.
- Gli versa vino nella gola
- Sileno:
- Bene mio! Bacco già m'invita a danza!
- Uh, uh, uh!
- Ballonzola
- Ulisse:
- T'ha infilato per bene il gorgozzule?
- Sileno:
- Lo credo! M'è arrivato in punta all'unghie!
- Ulisse:
- Dunque, portate il cacio ed i capretti.
- Sileno:
- Certo. E m'infischio tanto dei padroni!
- Ci farei patto di scaraventarmi
- giú da una roccia a picco, se potessi
- bevere un buon bicchiere, ubbriacarmi,
- schiacciare un sonnellino, e dare in cambio
- le vettovaglie di tutti i Ciclòpi.
- Chi non ha gusto a bere, è un grullo. Bere!
- E rizzar questo, e brancicar poppine,
- e palpeggiare pratellini rasi
- a contropelo, e ballare, e scordarsi
- dei mali. Ed io non ho da comprar questo
- licor, mandando al diavolo quell'asino
- di Ciclope, e quell'occhio a mezza fronte?
- Entra nella caverna
- Corifeo:
- Ulisse, di', si fanno quattro chiacchiere?
- Ulisse:
- Vi rivolgete amici ad un amico.
- Corifeo:
- Prendeste Troia? Aveste Elena in pugno?
- Ulisse:
- E sterminammo i Priamídi tutti.
- Corifeo:
- E si capisce, presa la ragazza,
- tutti l'avrete cavalcata, a turno:
- aver mariti a iosa è il gusto suo!
- Un altro satiro:
- La traditrice! Che a vedere un uomo
- con le brache a fiorami ed un collare
- di princisbecche al collo, restò cotta,
- e piantò quel tesoro d'un ometto
- di Menelao!
- Un altro satiro:
- Non fossero mai nate
- femmine al mondo!
- Un altro satiro:
- Meno che per me!
- Dalla caverna esce Sileno, carico di vettovaglie
- Sileno:
- Eccoti, o Sire Ulisse, questi capi
- di greggi, figli di belanti agnelli,
- e cacio sodo senza economia.
- Portateveli, andatevene súbito
- súbito via dall'antro, e in cambio datemi
- l'evio succo del grappolo... Ahimè!
- Viene il Ciclope! E adesso che si fa?
- S'ode dal di dentro canticchiare una voce roca e stonata, e il calpestío d'un passo pesantissimo
- Ulisse:
- Siamo perduti! Ove fuggire, o vecchio?
- Sileno:
- Dentro lo speco! Lí c'è da nascondersi.
- Ulisse:
- Che brutto affare! Entrar dentro la rete!
- Sileno:
- Brutto! Macché! C'è tanti nascondigli!
- Ulisse:
- Sta per entrare, si ripiglia
- Ebbene, no! Ché d'onta macchierei
- l'iliaca gesta, se un sol uom fuggissi,
- io che sovente col mio scudo feci
- fronte dei Frigi all'infinite schiere.
- No! Se d'uopo è morir, morrò da prode,
- o vivo serberò l'antica fama.
- Ciclope:
- Urlando
- State su! Largo! Che avviene! Che è
- questa baldoria, questo baccanale?
- Qui non è aria né per Bacco, né
- pei crotali di bronzo, né pei timpani!
- Un po' raddolcito
- Come mi stanno gli agnelletti nati
- di fresco? Sono alla mammella? Corrono
- sotto i fianchi alle madri? Sono pieni
- di cacio fresco, i corbelli di giunco?
- Non rispondete? Dite, via! Qualcuno
- dovrà toccarne e lagrimare, presto
- presto! Guardate in su, e non in giú!
- CORO:
- I satiri alzano tutti il viso al cielo
- Ecco: la faccia abbiam rivolta proprio
- al cielo, e gli astri ed Orione io miro.
- Ciclope:
- Il pranzo è preparato in piena regola?
- Corifeo:
- è pronto. Manca sol chi se lo pappi.
- Ciclope:
- E le mezzine son piene di latte?
- Corifeo:
- Da berne, se n'hai voglia, un tino intero.
- Ciclope:
- Di pecora, di vacca, o mescolato?
- Corifeo:
- Quel che vuoi: sol che non ingozzi me.
- Ciclope:
- Punto! Ché, sgambettandomi nel ventre,
- m'ammazzereste con i vostri balli.
- S'accorge d'Ulisse
- Ehi! Che gente è costí, presso la stalla?
- Son dei pirati forse? Dei ladroni?
- Oh guarda! Agnelli della mia caverna
- avvincigliati con i giunchi, e ceste
- di formaggio assortito. E quel pelato
- del vecchio, ha il viso gonfio per le busse!
- Sileno:
- Piagnucolando
- Tapino me! La febbre ho, per le bòtte!
- Ciclope:
- Di chi? Chi mai t'ha scazzottato il viso?
- Sileno:
- Questi: perché, Ciclope, non volevo
- che portassero via la roba tua!
- Ciclope:
- Sapean che Nume io son, figlio di Numi?
- Sileno:
- Glie l'ho detto, io; ma ho avuto un bell'oppormi!
- Pigliavano la roba, si mangiavano
- il cacio, e trascinavano gli agnelli.
- E disser che t'avrebbero legato
- con un collare di tre braccia, e a forza
- t'avrebbero falciate le budella
- di mezzo all'ombelico, e scorticata
- ben ben la groppa con la frusta, e poi,
- legatoti e gittatoti fra i banchi
- della nave, t'avrebbero venduto
- per girare la ruota o scalzar pietre!
- Ciclope:
- Davvero? E tu non corri ad affilare
- i coltellacci da scannare, e a fare
- un gran mucchio di legna, e dargli fuoco?
- Vo' sgozzarli alla spiccia, e riempirmene
- il buzzo. Parte me li pappo caldi
- caldi, levati appena dalla brace,
- senza aiuto di scalchi, e parte lessi
- nella caldaia, e spappolati. Giusto
- di selvaggina n'ho fin sopra agli occhi.
- Leoni e cervi n'ho mangiati troppi,
- e che non gusto carne umana, è un secolo!
- Sileno:
- Le novità, padrone, dopo il solito
- tran tran, dànno piú gusto. E forestieri,
- a casa tua, da un pezzo non ci càpitano.
- Ulisse:
- Ciclope, adesso ascolta i forestieri.
- Noi, per bisogno di comprar provviste,
- dalla nave appressammo alla tua grotta.
- E questo, in cambio d'un boccal di vino,
- ci ha venduti gli agnelli: ce li ha dati
- ed ha bevuto: d'amore e d'accordo,
- e tutto andò senz'ombra di sopruso.
- Ma ora, còlto a vender di soppiatto
- la roba tua, sbalestra a piú non posso.
- Sileno:
- Io? Ti pigli un malanno...
- Ulisse:
- Se mentisco.
- Sileno:
- Per Nettuno, o Ciclope, onde sei nato,
- pel gran Tritone, per Nereo, per le
- Nereidi, per Calipso, per i sacri
- flutti, e dei pesci per la stirpe tutta,
- ti giuro, o Ciclopuccio, o padroncino,
- bellezza rara, ch'io non ho venduto
- ai forestieri la tua roba. E s'io
- mentisco, pigli un accidente a queste
- birbe dei figli miei, ch'amo, che adoro.
- CORO:
- A te ti pigli! Io t'ho veduto vendere
- la roba a quelli! E se mentisco, crepi
- il babbo mio! - Rispetta i forestieri.
- Ciclope:
- Voi dite il falso. Io credo a questo piú
- che a Radamanto, e dico ch'è piú giusto
- di lui. Ma voglio interrogarli. Donde
- giungeste, o forestieri? Di che stirpe
- originati? In qual città cresciuti?
- Ulisse:
- Itaca è nostra patria. E dalla rocca
- d'Ilio espugnata, dai marini venti
- spinti, giungiam, Ciclope, alla tua terra.
- Ciclope:
- Quelli che ad Ilio, allo Scamandro in riva,
- corsero dietro a quella peste d'Elena?
- Ulisse:
- Quelli. E compiemmo una ben dura gesta.
- Ciclope:
- Vituperosa gesta! Navigare
- per una donna sino ai lidi frigi!
- Ulisse:
- Dio lo volle! Non dar colpa ai mortali!
- Or ti preghiamo e franchi ti parliamo,
- del Dio del mare o generoso figlio:
- non voler, no, sgozzare ed empio pasto
- far dei tuoi denti uomini amici, giunti
- alla tua casa! Noi salvammo, o sire,
- nel cuor d'Ellade i tempi di tuo padre.
- è di Tènaro illeso il sacro porto,
- e di Malèa gli eccelsi anfratti: salvi
- i Geresti recessi, e l'argentifero
- Sunio, diletto alla divina Atena.
- Né condonammo i temulenti affronti
- ai Frigi. E sei di ciò tu pur partecipe,
- tu che nel cuore d'Ellade hai dimora,
- sotto la rupe etnèa fuoco stillante.
- E se queste ragioni non ti valgono,
- è legge fra i mortali, ai peregrini
- naufraghi offrir doni ospitali e vesti,
- non infilarli a madornali spiedi,
- ed empirtene il ventre e il gorgozzule.
- Già vedovò di Priamo la terra
- tanto la Grecia, e tanto sangue bevve
- d'eroi caduti sotto l'aste, ed orbe
- di figliuoli e di sposi e spose e madri
- rese, e padri canuti. Or, se i superstiti
- arrostisci, e ne fai truce banchetto,
- dove salvarsi piú? Ciclope, ascoltami:
- della tua gola l'ingordigia frena,
- e meglio ch'empio essere pio ti piaccia;
- ché l'empietà fruttò castigo a molti.
- Sileno:
- Al Ciclope
- Ascolta un mio consiglio. Della carne
- di costui, non lasciarne un solo briciolo;
- ché se ingolli la lingua, diverrai
- tutto lingua, o Ciclope, e tutto spirito.
- Ciclope:
- Il dio di chi capisce, ometto mio,
- sono i quattrini: tutto quanto il resto
- sono fanfaronate e belle frasi.
- Tanti saluti ai promontori dove
- mio padre ha i tempi: a che li tiri in ballo?
- Io, forestiere mio, non ho paura
- del fulmine di Giove; e non capisco
- perché mai Giove sia piú dio di me.
- Del resto, poi, non me ne importa nulla.
- E sai perché? Perché, quando l'amico
- di lassú versa pioggia, io sto al riparo
- in questa grotta: e lí, pappando qualche
- vitello arrosto, e qualche buon boccone
- di selvaggina, mi consolo il buzzo,
- a pancia all'aria; e poi ci bevo sopra
- una secchia di latte, e avvento peti,
- e coi miei tuoni tengo testa a Giove.
- Quando poi versa neve il tracio Borea,
- m'avvolgo in buone pelli, e attizzo il fuoco,
- e della neve me n'infischio tanto.
- E la terra, volere o non volere,
- produce l'erba, e ingrassa le mie greggi;
- ed io non le sacrifico a nessuno,
- tranne che a me, e a questo ventre, il primo
- degl'Immortali: e i Numi a becco asciutto!
- Ché bevere e mangiare alla giornata,
- questo è il dio della gente che capisce;
- e non stare a pigliarsela. E quei tali
- che scrissero le leggi, e complicarono
- la vita dei mortali, te li mando
- a quel paese. Io mai non lascerò
- di far quel che mi gusta... e di papparti.
- E per non farmi criticare, voglio
- darti doni ospitali: il fuoco, e l'acqua,
- e la caldaia, che col suo bolllore
- ti terrà caldo meglio d'un vestito.
- Ma entrate, via: ché stando intorno all'ara
- del dio dell'antro... m'ammanniate il pranzo!
- Ulisse:
- Ai perigli di Troia, ahimè, sfuggii,
- all'insidie del mare; ed or mi frango
- contro un animo duro, inospitale.
- O Palla, o Dea che Giove a padre avesti,
- or tu m'aiuta, ché a maggior pericolo
- di quello d'Ilio giunsi, e all'orlo estremo
- della rovina. E tu, Giove ospitale,
- che fra lucide stelle hai la dimora,
- qui volgi il guardo: ché se ciò non miri,
- dio ti chiamano a torto, e dio son sei!
- Il Ciclope, cacciandosi avanti brutalmente Ulisse e i compagni, entra nella spelonca
- Corifeo:
- Strofe
- Ciclope, spalanca le fauci
- del tuo gorgozzule capace:
- ché gli ospiti allesso ed arrosto levar dalla brace
- puoi già, sgretolarli, trinciarne,
- steso su velli morbidi, la carne.
- TUTTO lL CORO:
- Non me n'offrire, non me n'offrire!
- Solo soletto impinza la sentina.
- Lungi da me quest'antro,
- lungi la carneficina,
- l'immondo rito che il Ciclope celebra
- etnèo, che mangia tanto volentieri
- ciccia di forestieri.
- Corifeo:
- Antistrofe
- Crudele, sacrilego! I supplici
- foresti che giungono presso
- al tuo focolare, li accoppi, li accomodi allesso,
- ne rodi la carne coi sozzi tuoi denti,
- levata appena dai carboni ardenti!
- TUTTO lL CORO:
- Non me n'offrire, non me n'offrire!
- Solo soletto impinza la sentina.
- Lungi da me quest'antro,
- lungi la carneficina,
- l'immondo rito che il Ciclope celebra
- etnèo, che pappa tanto volentieri
- ciccia di forestieri.
- Ulisse:
- Esce dalla caverna esterrefatto
- Oh Giove, che dirò! Visto ho nell'antro
- incredibili orrori, a fole simili,
- non ad opere umane!
- Corifeo:
- Ulisse, che
- cosa è successo? Alcun dei tuoi compagni
- s'è pappato l'empissimo Ciclope?
- Ulisse:
- Due! Li ha sbirciati e li ha trascelti a peso:
- i due ch'eran piú grassi e piú pasciuti.
- Corifeo:
- Come tal danno, o miseri, patiste?
- Ulisse:
- Come nella spelonca entrati fummo,
- prima gettò sul focolare grossi
- ceppi d'eccelsa quercia, una catasta
- da portarla tre carri, e accese il fuoco,
- e ci mise a bollire una caldaia
- di bronzo; e accosto al fuoco, a farne un letto,
- stese frasche d'abete. E le giovenche
- poi munse, e riempí di bianco latte
- un secchio che tenea dieci boccali,
- ed una tazza d'ellera vi pose
- presso, larga tre braccia, e fonda quattro,
- e rami di verruca, a mo' di spiedi
- lisciati con la falce, e resi duri
- in cima sopra il fuoco, e scannatoie
- col morso della scure arrotondate.
- Poi, quando tutto pronto fu, l'atroce
- cuoco d'inferno, afferrò due de' miei
- compagni, e li ammazzò: questo nel cavo
- d'un bacile di bronzo; e quello, presolo
- per un calcagno, lo sbatte' sull'aspra
- sporgenza d'una rupe, e gli schizzò
- fuori il cervello; e, fatto a brani il corpo
- con un ferro affilato, ne gittò
- parte a lessar nella caldaia, e parte
- ne mise ad arrostire. Io, sciagurato,
- versando pianto da queste pupille,
- stavo accanto al Ciclope, e lo servivo:
- gli altri, senza piú sangue nelle vene,
- stavano rimpiattati come uccelli
- negli anfratti dell'antro. Or, poi che gonfio
- fu della carne dei compagni, e cadde
- rovescioni, emettendo un fiato greve,
- qualche Dio m'ispirò: colma una coppa
- di vin maronio, glie l'offersi, e dissi:
- «Figlio del Dio del mar, Ciclope, vedi
- che divino licor dalle sue viti,
- bacchico refrigerio, Ellade t'offre!
- Ed egli, gonfio del nefando cibo,
- accetta, e trinca, e manda giú d'un sorso,
- e se ne loda, e volge a me la mano:
- «Dopo un buon pranzo, ospite mio carissimo,
- tu m'offri un buon bicchiere!» Ed io, veduto
- che ci pigliava gusto, glie ne mesco
- un'altra tazza: ben sapea che il vino
- gli avrebbe dato in testa, e glie l'avrei
- fatta presto scontare. E lui, si diede
- alle canzoni. Ed io glie ne mescevo
- una sull'altra; e bevi e bevi, andava
- in bollore. Ei berciava, e i miei compagni
- piangevano; e nell'antro era un rimbombo.
- Io zitto zitto sono uscito, e voglio
- me salvare, e insiem voi, se lo bramate.
- Ditemi, via, volete o non volete
- fuggir questo selvaggio, e nelle case
- viver di Bacco, insieme con le Naiadi?
- Il padre tuo, ch'è lí dentro, acconsente:
- ma troppo frollo, e al vino troppo ligio,
- come un uccello al vischio, se ne sta
- presso al bicchiere, e invan dibatte l'ale.
- Tu che giovine sei, sàlvati meco,
- e a Dioniso torna, al vecchio amico
- tuo, che per nulla è simile al Ciclope.
- CORO:
- Oh, se potessi, amico mio, vedere
- tale giorno, e fuggir l'empio Ciclope!
- Ché da gran tempo a becco asciutto questo
- doccione sta, né mai trova ricovero!
- Ulisse:
- Odi or come io trarre vendetta penso
- dell'empia fiera, e a libertà te rendere.
- Corifeo:
- Parla: ché dolce piú di lidia cètera
- per me sarebbe del Ciclope il rantolo!
- Ulisse:
- Reso allegro dal vino, ei vuol recarsi
- dai fratelli Ciclòpi a far baldoria.
- Corifeo:
- Intendo: solo fra i querceti coltolo,
- vuoi scannarlo, o gittarlo in un burrone.
- Ulisse:
- Punto! Servirmi dell'astuzia io penso.
- Corifeo:
- Quale? Da un pezzo so che tu sei fino.
- Ulisse:
- Distorlo vo' da tal baldoria, e dirgli
- che ai Ciclòpi non dia questo licore,
- ma lo beva da solo, e se la sciali.
- Quando poi dormirà, vinto dal vino,
- ho visto dentro un ramo d'oleastro,
- che in vetta aguzzerò con questa spada,
- e lo porrò sul fuoco. E quando sia
- ben rosolato, toltolo rovente,
- lo pianterò nel ciglio del Ciclope,
- e gli sfarò col fuoco la pupilla.
- CORO:
- Evviva, evviva!
- Che gusto il tuo trovato! Io ne vo pazzo!
- Ulisse:
- Poi, te, gli amici e il vecchio condurrò
- al curvo scafo della nave nera,
- e a tutti remi fuggirò di qui.
- CORO:
- Impugnar non potrei pure io la fiaccola,
- come si fa nei sacrifizi, e immergergliela
- nell'occhio? Anch'io vo' esserci a finirlo.
- Ulisse:
- Anzi, lo devi: è grande assai la fiaccola.
- CORO:
- Solleverei di cento carri il carico,
- pure d'affumicar come un vespaio
- l'occhio al maledettissimo Ciclope!
- Ulisse:
- Dunque, silenzio. Or sai la trama. Quando
- comando, s'obbedisca a chi l'ordí.
- Salvarmi solo non voglio io, non voglio
- lasciar dentro lo speco i miei compagni.
- Fuggir potrei, ché son dall'antro fuori;
- ma non giusto è lasciar gli amici miei,
- coi quali venni, e pormi in salvo solo.
- Entra nella caverna
- Un satiro:
- Su! Chi per primo, chi per secondo,
- l'elsa impugnando di quel tizzone,
- del ciglio fulgido spintolo al fondo,
- l'occhio al Ciclope stritolerà?
- Un secondo satiro:
- Zitto! Sta zitto! Preso ha la cotta;
- e urlando, senza garbo né grazia,
- quell'arfasatto lascia la grotta.
- Che stonatore! Mai schianterà!
- Corifeo:
- Su via, cantiamo qualche canzone,
- ammaestriamo quel bietolone:
- tanto fra poco non ci vedrà!
- CORO:
- Oh beato chi tripudia
- con l'umor dolce dei grappoli,
- dopo i fumi del banchetto,
- steso presso a un giovinetto,
- o su molle materasso
- con la bella si dà spasso,
- e di mirra asperso i riccioli,
- canta: «Chi dunque l'uscio m'aprirà?»
- Ciclope:
- Esce ubriaco, appoggiandosi a Sileno e ad Ulisse
- Tra la la là, son pien di vino,
- sono brillo pel festino:
- rimpinzata è la mia stiva,
- sino al ponte il vino arriva.
- Primavera! L'erba fresca
- fra i Ciclòpi a gir m'adesca
- miei fratelli, a far baldoria.
- Oh forestiere, dammi l'otre qua!
- CORO:
- Esce il giovine leggiadro
- fuor di casa: ah, l'occhio ladro!
- Noi si piace a chi ci piace.
- Per te pronta è già la face,
- e una Ninfa ben formosa
- nella grotta rugiadosa;
- e di serti un color vario
- ben presto ai crini tuoi s'avvolgerà.
- Dalla grotta escono Ulisse, il Ciclope e Sileno.
- I due ultimi sono briachi fradici
- Ulisse:
- Ciclope, ascolta, ch'io son vecchio amico
- di questo Bacco ch'io t'ho dato a bere.
- Ciclope:
- Bacco! E che stima gode questo Bacco?
- Ulisse:
- D'allegrar piú d'ogni altro i giorni agli uomini.
- Ciclope:
- Eh, difatti, lo rutto e vado in estasi!
- Ulisse:
- è tale il Dio: non fa male a nessuno.
- Ciclope:
- E un Dio si adatta a star chiuso in un otre?
- Ulisse:
- Si trova bene ovunque lo si collochi.
- Ciclope:
- Dentro una pelle un Dio! Non c'è decoro!
- Ulisse:
- Che fa la pelle, se ti dà sollazzo?
- Ciclope:
- L'otre l'ho in tasca, ma il licore l'amo.
- Ulisse:
- Qui resta allor, Ciclope, e bevi e sciala.
- Ciclope:
- Non debbo dunque offrirne ai miei fratelli?
- Ulisse:
- Se l'avrai solo, avrai maggior prestigio.
- Ciclope:
- Ma se l'offro agli amici, acquisto merito.
- Ulisse:
- Risse produce la baldoria, e pugni!
- Ciclope:
- Pur se brillo son io, guai chi mi tocca!
- Ulisse:
- Rimanga in casa chi ha bevuto, grullo!
- Ciclope:
- Citrullo chi non trinca in compagnia!
- Ulisse:
- Saggio chi resta, quand'è brillo, in casa!
- Ciclope:
- A Sileno
- Sileno, che si fa? Si va? Si resta?
- Sileno:
- Restiamo. Oh a che ci servono altre bocche?
- Ciclope:
- E il tappeto c'è, qui, d'erbetta fresca!
- Ulisse:
- E il calore del sole invita a bere.
- Sileno:
- Sdràiati, e stendi sulla terra il fianco.
- Nasconde il boccale dietro al Ciclope
- Ciclope:
- Oh perché dietro me poni il boccale?
- Sileno:
- Perché qualcuno non lo rubi!
- Ciclope:
- Vuoi
- berlo tu di nascosto? In mezzo, mettilo!
- Ad Ulisse
- E tu, foresto, dimmi il nome tuo.
- Ulisse:
- Nessuno. - E tu che grazia vuoi concedermi?
- Ciclope:
- Te dei compagni tuoi papperò ultimo.
- Ulisse:
- Bel regalo offri all'ospite, o Ciclope!
- Ciclope:
- A Sileno che beve
- Che fai lí, coso? Trinchi di nascosto?
- Sileno:
- No! Mi baciava lui perché son bello.
- Ciclope:
- Ami chi non ti vuol? Sono dolori!
- Sileno:
- Dolori, sí, se dici che non m'ama.
- Ciclope:
- Andiamo, via, colma una tazza, e dammela.
- Sileno:
- Come si mischia? Aspetta, che ricordi.
- Ciclope:
- Tu m'assassini! Dammelo cosí.
- Sileno:
- Non te lo mescerò, perdio, se prima
- non t'ho veduta la corona in capo!
- Ciclope:
- Briccone d'un coppiere!
- Sileno:
- Oh che! Non sono
- briccone io: il vino è troppo buono!
- Ma se vuoi bere, prima hai da forbirti.
- Ciclope:
- Si forbisce goffamente
- Ecco: forbiti son labbra e mustacchi.
- Sileno:
- Adesso appoggia con bel garbo il gomito,
- e dopo bevi come faccio io,
- e smetti come me.
- Beve d'un sorso
- Ciclope:
- Ehi, ehi, che fai?
- Sileno:
- Ho fatto un sorso solo! Ah, che dolcezza!
- Ciclope
- A Ulisse
- Piglia, foresto, sii tu mio coppiere.
- Ulisse:
- Amici son la vigna e questa mano.
- Ciclope:
- Mesci, via!
- Ulisse:
- Mesco: basta che tu taccia.
- Ciclope:
- Tacer col vino in corpo? è troppo dura!
- Ulisse:
- Toh, piglia, bevi, e non lasciarne gocciola:
- sopra il bicchiere s'ha da lasciar l'anima.
- Ciclope:
- umbriaco fradicio
- Bene mio! Fino, il frutto della vite!
- Ulisse:
- Se tu sopra un buon pranzo ne tracanni
- senza risparmio, ché t'annaffi il ventre
- e ti disseti, ti concilia il sonno.
- Se ci vai fiacco, il vin ti dà l'arsura.
- Ciclope:
- Evviva, evviva!
- Eccomi a riva! Oh pura voluttà!
- Mi par che cielo e terra insiem confusi
- roteino; e di Giove il trono scorgo,
- e dei Celesti le beate schiere.
- Mi tentano le Grazie. E non vi voglio
- baciare!
- Afferra Sileno
- Ho meco questo Ganimede
- bello piú delle Grazie; e mi soddisfano
- i ragazzetti meglio delle femmine.
- Sileno:
- Esterrefatto
- Ganimede sono io, dunque, o Ciclope?
- Ciclope:
- Perdio, certo! E t'involo a questo Dàrdano!
- Sileno:
- Reluttando invano al Ciclope che lo trascina
- Figliuoli miei, son fritto! Patirò
- l'estremo oltraggio!
- Ciclope:
- Sdegni il tuo patito?
- Fai lo spocchioso perché son briaco?
- Sileno:
- Ahi! Mi torna in veleno, oggi, quel vino!
- Spariscono nella spelonca
- Ulisse:
- Su via, di Bacco generosi figli,
- dentro è colui. Vinto dal sonno, presto
- dal gozzo osceno erutterà la carne.
- Nella caverna già la face fumiga,
- e tutto è pronto: resta sol che s'arda
- la pupilla al Ciclope. Uomo ora móstrati.
- CORO:
- Di sasso il cuore, d'adamante avremo.
- Va' dentro, prima che mio padre soffra
- qualche nefandità. Noi siamo pronti.
- Ulisse
- Volto al cielo
- O Signore dell'Etna, o Efèsto, brucia
- la pupilla fulgente al tuo vicino
- empio, e una volta alfin da lui t'affranca.
- E tu, figliuol dell'atra Notte, o Sonno,
- profondo invadi l'odioso mostro,
- sí che non cada, Ulisse e i suoi compagni,
- dopo l'iliache gloriose gesta,
- per man di tal ch'uomini e Numi spregia.
- O credere dovrem che il Caso è Dio,
- e che meno del caso i Numi valgono.
- Entra nella grotta
- CORO:
- Omai ghermirà la tenaglia
- con solida stretta la strozza
- d'un tale che gli ospiti ingozza:
- le molle arderan la pupilla
- ch'or lucida brilla.
- PRIMO SEMICORO:
- Strofe
- Fra i carboni ascosa aspetta,
- rosolata già, la fiaccola,
- di querciolo immane vetta.
- SECONDO SEMICORO:
- Antistrofe
- Fa', Marone, il tuo dovere,
- al Ciclope cava l'occhio,
- ché in velen gli torni il bere.
- TUTTO IL CORO:
- Ed io vo' rivedere il caro Bromio,
- sospiro del cuor mio, d'ellera adorno,
- e queste del Ciclope solitudini
- abbandonare. Ah! Vedrò mai tal giorno!
- Ulisse:
- Esce dalla caverna
- Tacete, o fiere, per gli Dei! Sbarrate
- il varco della bocca! Io non vi lascio
- spurgarvi, né ammiccar, né respirare,
- se prima il fuoco arso al Ciclope l'occhio
- non abbia! Guai, se si ridesta il mostro!
- CORO:
- Acqua in bocca! Siam muti come pesci!
- Ulisse:
- Entrate dentro, dunque, ed alla fiaccola
- date di piglio: è arroventata a punto.
- Corifeo:
- Oh dunque, ordina tu, chi deve primo
- dar di piglio alla trave, e bruciar l'occhio
- del mostro, ed affrontar teco la sorte!
- Alcuni satiri:
- Noi siam troppo lontani dall'ingresso,
- per arrivar col trave alla pupilla!
- ALTRI:
- Noi ci siamo azzoppiti, adesso adesso.
- ALTRI:
- Toh! Come noi! C'è preso, non so come,
- a furia di star ritti, il granchio ai piedi.
- Ulisse:
- Il granchio a star diritti?
- ALTRI:
- E abbiamo pieni
- gli occhi, non so, di polvere o di cenere.
- Ulisse:
- Oh vile gente! Oh inutili alleati!
- CORO:
- Perché uso riguardo al mio groppone
- e al filo della schiena, e non ho voglia
- di sputare i miei denti pei cazzotti,
- sarò vile? So invece un canto magico,
- infallibil d'Orfeo, per cui la fiaccola,
- mossa di per se stessa, arderà l'occhio
- al monocolo figlio della terra.
- Ulisse:
- Da un pezzo ch'eri tal sapevo: adesso
- n'ho la prova. Dovrò servirmi a forza
- dei miei compagni. Almen, poi che tu nulla
- per la man vali, almen dàcci l'aíre,
- e con la voce i miei compagni incora.
- Corifeo:
- Che ci si perde? Siamo pronti. Basta
- dar l'aíre? Il Ciclope è bello e cieco!
- Ulisse entra nella caverna
- Satiri:
- Coraggio, sotto! Che s'indugia?
- L'occhio bruciate a quel selvaggio
- che gli ospiti trangugia!
- Affumicate, ohop!,
- ardete, ohop!,
- dell'Etna il pecoraio!
- Spingi, trapana, attento
- che scattando pel tormento
- non combini qualche guaio!
- Dalla caverna esce un urlo formidabile
- Ciclope:
- Ahi! Dell'occhio il fulgor bruciato m'hanno!
- Corifeo:
- Al Ciclope
- Bello questo peana! Vuoi ripeterlo?
- Ciclope:
- Che strazio, che rovina, ahi! Ma fuggire
- non potrete di qui, gente da nulla!
- Corro a piantarmi sull'ingresso, a mani
- protese; e avrete da star poco allegri!
- Sbuca, e spalanca le mani avanti all'ingresso, sbarrandolo
- CORO:
- Perché gridi, o Ciclope?
- Ciclope:
- Sono morto!
- CORO:
- Quanto sei brutto!
- Ciclope:
- E piú sono infelice!
- CORO:
- Sei caduto briaco sui carboni?
- Ciclope:
- Nessuno mi finí!
- CORO:
- Sei dunque illeso!
- Ciclope:
- Nessuno m'accecò!
- CORO:
- Dunque ci vedi!
- Ciclope:
- Cosí tu ci vedessi!
- CORO:
- E come mai
- può accecare, nessuno?
- Ciclope:
- Ah! Tu mi beffi!
- Nessuno, dove sta?
- CORO:
- In nessun luogo!
- Ciclope:
- Il forestiero, sappilo, m'ha ucciso!
- Mi die' una coppa, ed io mi ci affogai!
- CORO:
- Non ci si può col vino! è traditore!
- Ciclope:
- Per gli Dei, son fuggiti, o sono in casa?
- CORO:
- Si son messi al riparo della roccia,
- e stan lí, chiotti chiotti.
- Ciclope:
- Da che mano?
- CORO:
- Alla tua destra.
- Ciclope:
- Dove?
- CORO:
- Proprio addosso
- alla roccia. Li hai presi?
- Ciclope:
- Si avventa, e picchia il capo contro la roccia
- Male sopra
- male! Ho picchiato e mi son rotto il capo!
- CORO:
- Ti son fuggiti ancora.
- Ciclope:
- E da che parte?
- Non m'hai detto da questa?
- CORO:
- Nooh! Da quella!
- Ciclope:
- Da quale, insomma?
- CORO:
- Gírati a mancina!
- Ciclope:
- Si slancia come sopra
- Ahi! Mi beffate! Mi spezzate il cuore
- nella sciagura!
- CORO:
- Ora no, basta. è avanti
- a te!
- Ciclope:
- Pozzo d'infamia, ove sei tu?
- Ulisse:
- Da te lontano, ed al sicuro è Ulisse!
- Ciclope:
- Che sento? Un nome nuovo? L'hai cambiato?
- Ulisse:
- Mi pose il padre mio d'Ulisse il nome.
- Pagar dovevi il fio dell'empio pasto.
- Ho arsa Troia, e non dovevo farti
- scontar la morte dei compagni miei?
- Ciclope:
- Ahimè! Si compie un vaticinio antico,
- che delle luci tu m'avresti orbato
- ritornando da Troia. Ma dovrai
- pagar tu pure il fio di questo scempio,
- errando a lungo alla mercè dei flutti.
- Ulisse:
- Ti pigli un male! E te l'ho fatto prendere
- già! Sulla spiaggia or vado, e il legno spingo
- sovra il siculo mar, verso la patria.
- Ciclope:
- No, ché le creste a questa rupe svelte,
- le scaglierò su te, ti affonderò
- coi tuoi compagni. E, benché cieco, posso
- per questo foro arrampicarmi in cima.
- Sparisce in un foro della rupe
- CORO:
- E noi, la nave ascesa con Ulisse,
- di Bacco, d'ora in poi, servi saremo!


