Dei ed eroi
Il mito è senza ombra di dubbio materia a cui attingere a mani piene da parte di Euripide. Però egli è figlio del V secolo, ha assistito alla disintegrazione degli antichi ordinamenti civili e religiosi tipici della polis in cui il mito era stato rielaborato in immagini eroiche. L’artefice principale di questa disintegrazione era stata la filosofia prima e la sofistica poi; gli orrori vissuti nel corso della guerra del Peloponneso avevano inflitto il colpo di grazia ed avevano rovesciato gran parte dei valori etici ancestrali.

Particolare di strumenti musicali su sarcofago.
Euripide, come ogni greco, avverte, nel suo travaglio interiore, che ormai la realtà è irrimediabilmente scissa dalle credenze ufficiali. Ma a differenza degli altri Greci lui è un tragediografo e quindi si avvale della sua arte per impegnarsi socialmente: fa proselitismo nella sua convinzione di piena rottura con il passato.
Gli eroi non sono più miti, ma sono ridotti al ben più misero livello di uomini comuni, mantenendo dell’antica importanza solo il nome che ormai non è più che mera etichetta. Il pubblico, confrontando i suoi personaggi con quelli degli altri tragediografi, non spesso amava il risultato che ne scaturiva; un suo spettatore di eccezione, tale Aristofane, lo chiamava con poca ammirazione “creatore di pezzenti” e si divertiva a sbeffeggiarlo nelle sue rappresentazioni.
Il vero eroismo per Euripide non è quello tradizionale, ma è rappresentato da Al cesti che decide di morire in vece del marito, Andromaca che si sacrifica per salvare il figlio, ecc. Quindi azioni eroiche compiute per gli ideali antichi ma portate a termine da persone comuni della porta accanto.


